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Rifiuti

A Roma aria irrespirabile, tra diossina e scaricabarile

All’indomani dell’incendio al Tmb Salario, l’aria a Roma resta irrespirabile. E non solo per la diossina. A livello politico, infatti, divampano le polemiche e imperversa lo scaricabarile. E cominciano ad arrivare anche gli annunci. La sindaca Virginia Raggi annuncia che sarà realizzato un nuovo impianto: “Guardiamo a tecnologie di ultima generazione, ma i tempi non saranno brevi”. Cresce il fronte di chi, ormai fuori tempo massimo, dice che l’impianto doveva essere chiuso. “Esiste da 15 anni - attacca il presidente della Commissione Ambiente del Comune, Diaco -, doveva essere semplicemente una rimessa ed è stato trasformato in un Tmb del rifiuto differenziato”. Il presidente del Terzo Municipio, Giovanni Caudo, chiede la chiusura dal giorno del suo insediamento. Ma la sindaca si era data tempo fino alla fine della legislatura. Ora l’emergenza ha azzerato i tentennamenti. Resta da capire che fare con le 700 tonnellate di rifiuti indifferenziati che venivano trattate nel Tmb Salario e che dovranno essere trattate in impianti terzi.

Ma il sindacato pungola la politica e chiede di uscire da un’ottica locale. L’emergenza, sottolinea il segretario confederale, Andrea Cuccello, è nazionale. “La situazione sta diventando davvero grave e insostenibile in molte aree del Paese. La magistratura - aggiunge il sindacalista - sta facendo il suo dovere, indagando sui frequenti roghi che si sono verificati in diverse regioni d’Italia. Sappiamo bene che spesso i roghi sono legati alle attenzioni della malavita che nella gestione dei rifiuti ha da tempo trovato un elemento di guadagni illeciti”. Secondo Cuccello “c’è un problema di classe dirigente che nel corso degli anni ha rinviato le scelte necessarie”. Gli ultimi anni sono passati tra “riforme e controriforme, norme non attuate per la mancanza dei regolamenti, obiettivi che rimangono sulla carta, conflitti di competenze, ritardi, o impedimenti nell’esecuzione dei provvedimenti”. Se nessuno è perseguibile per le mancate attuazioni delle norme di legge in materia, osserva Cuccello, “tutto rimane immutato”. In questa scenario, sottolinea il sindacalista, “emerge l’assenza di un sistema paese e di una diffusa politica industriale dei rifiuti”. Eppure, ci sono delle regioni che non si sono adeguate alle forme più moderne di gestione integrata del ciclo dei rifiuti. Per questo, la Cisl chiede un piano nazionale che si prefigga di chiudere in tutto il Paese le discariche a cielo aperto entro 5 anni, con incentivi e disincentivi per i Comuni interessati e i loro abitanti”. “Senza una drastica decisione valida ovunque e che non sia affidata a delibere locali - avverte Cuccello - ogni ragionamento a valle è pura accademia”. Via Po chiede inoltre un forte impegno delle imprese “per la riduzione massiccia dei potenziali rifiuti derivanti dagli imballaggi o dagli scarti di produzione, spesso non riciclabili perché misti e di quelli non riciclabili”.

( 12 dicembre 2018 )

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