Lunedì 8 marzo 2021, ore 14:48

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Scenari

Il cuore di tenebra del Congo

L’uccisione a Kanyamahoro dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista aggiunge tragicamente sangue di nostri connazionali in quel territorio che costituisce il nucleo profondo degli insolubili problemi africani e non a caso Joseph Conrad definì con il titolo della sua novella Cuore di tenebra.

Non si può dimenticare, infatti, l’eccidio di Kindu, tra l’11 e il 12 novembre 1961, avvenuto in quella che oggi si chiama Repubblica Democratica del Congo e allora veniva denominata semplicemente Repubblica del Congo. Il processo di decolonializzazione stava lasciando il Continente Nero in preda alla sua struttura connaturata, quella dei conflitti tribali permanenti e non ricomponibili attraverso le dinamiche della moderna diplomazia occidentale. Nel caso specifico, il Belgio si era limitato ad abbandonare le enorme porzioni di Africa conquistate da Re Leopoldo, senza preoccuparsi di avviarle ad un assetto stabile, dove gettare le basi della civiltà.

Così il Katanga, la provincia del Paese più ricca di risorse minerarie, aveva proclamato la secessione. Il suo leader Moise Ciombe, aveva fatto uccidere il primo ministro Patrice Lumumba. Nel caos del vuoto istituzionale emersero tre fazioni rivali, una del presidente Joseph Kasa-Vubu, le cui truppe erano al comando del generale Mobutu, i lumumbisti di Antoine Gizenga, foraggiate dai sovietici, e i katanghesi di Ciombe

Dal luglio 1960 imperversava una guerra senza quartiere, che provocò ad agosto l’intervento dei caschi blu inviati dall’ONU. Gli italiani della missione di pace sarebbero dovuti rientrare l’11 novembre dell’anno successivo. Per loro, decollati da Leopoldville, risultò fatale la sosta all’aeroporto di Kindu, dove avrebbero dovuto rifornirsi. Scambiati per mercenari bianchi al soldo dei katanghesi, furono dapprima catturati dal colonnello Pakassa. Nello scontro, morì il tenente medico Francesco Paolo Remotti. Poi, condotti in una prigione, furono massacrati a colpi di mitra e soggetti allo scempio dei loro cadaveri. Vanamente il maggiore Maud, comandante delle truppe d’interdizione malesi, aveva cercato di convincere le orde assalitrici che gli italiani appartenevano all’ONU e non a qualsiasi gruppo avversario.

Da allora in poi, il Congo non ha conosciuto tregue. Le contrapposizioni fra differenti etnie, estranee al concetto di integrazione reciproca, ha lasciato sul campo oltre 6 milioni di morti. Gli interessi occidentali hanno sostituito al colonialismo di un tempo l’espediente del divide et impera. Finanziando comunità autoreferenziali e decise a sopraffare ciascuno ogni altra, i cartelli industriali, la grande produzione e le compagnie di estrazione mantengono l’enorme area in uno stato di apocalisse permanente, dove l’atroce quotidianità consiste negli stupri, nelle sparatorie e nei genocidi.

Da ultimo sono entrati in campo i cinesi, abilissimi nell’espansione geopolitica che rifletta il loro principio guida, il Ba, ossia l’egemonia, il dominio, che non contempla la mediazione e il compromesso. Tra il 40 e il 50 per cento della produzione di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo è di proprietà di Pechino. Vani sono i moniti all’occidente dell’esperto di strategia globale Edward Luttwak. Anche Romano Prodi, da anni, avverte dei rischi comportati dall’espansione cinese in Africa, che passa principalmente dal Congo.

Il defunto maestro della spy-story, John Le Carré, costruì sul tema uno dei suoi romanzi più suggestivi, Il canto della missione. Lì un nativo congolese, figlio di un missionario irlandese e una donna africana sviluppa un orecchio straordinario per le lingue e viene assoldato dai servizi segreti britannici per un’apparente tentativo di riconciliazione tra gruppi ostili. In realtà, si tratta di preparare l’ennesima e cruenta partita che permetterà di assicurarsi preziosi frutti del sottosuolo.

Chi ebbe una visione di quelle oscure lande non inficiate dalle preoccupazioni e dai complessi di colpi della società contemporanea fu il giornalista Henry Morton Stanley, che percorse il fiume Congo fino alla foce, attraversando quelle sarebbero state location per scrittori di avventura dello stampo di Jules Verne ed Emilio Salgari. Nel suo reportage si inserì la necessità di ritrovare un celebre esploratore scomparso, il dottor Henry Livingstone. Fu il su giornale, il New York Herald, a finanziarne la spedizione. Culminata con l’aneddotico incontro avvenuto il 10 novembre 1871 a Ujiji, presso il Lago Tanganica, che oggi fa parte della Tanzania. «Doctor Livingstone, I suppose», si limitò a dire il reporter dinanzi all’unico bianco del villaggio. Le esperienze dei due, combinate, avrebbero dovuto suggerire ai governi delle nazioni sviluppate, un approccio debitamente meditato alla Grande Madre Africa.

Joseph Conrad, non aveva responsabilità sociopolitiche e riversò tutto nell’esposizione narrativa con la figura sfuggente di Kurtz, un agente di commercio sfuggito al controllo dei suoi mandatari di Bruxelles ed autoproclamatosi la divinità di un regno indigeno nel cuore di tenebra del Congo. Francis Ford Coppola, con Apocalypse Now, lo trasformò in un colonnello delle Forze Speciali nel Vietnam, invasato da una lucidità onnipotente. Entrambi i modelli, sia letterario che cinematografico, hanno sulla bocca un’espressione di angoscia che vale per il Congo delle morti odierne e quello dell’eccidio di Kindu: «L’orrore, l’orrore…»

Enzo Verrengia

( 8 marzo 2021 )

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