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Confusione sindacale e “sciopero sociale”

Il sovrapporsi dei recenti avvenimenti sindacali con autorevoli dibattiti sul libro L'Autunno sindacale del 1969 invita a riflettere sul problema che ha pesato a lungo sulla crescita dei sindacati italiani: la proiezione della rappresentanza sociale nell'ambito della rappresentanza generale. Nel corso del Novecento questo misconoscimento della natura associativa del sindacato e della potenzialità riformatrice della rappresentanza sociale, ridotta ad "orto minore" della più vasta arena politica, è stato spesso sostenuto da culture del lavoro che facevano riferimento a più o meno vasti disegni politici, che subordinavano l'emancipazione sociale alle sorti dell'"economia nazionale"o alla presa del potere della "classe operaia". Incapaci di misurarsi con l'evoluzione socio-economica in un sistema democratico, nel corso degli anni Novanta del Novecento queste culture sindacali sono entrate definitivamente in crisi anche Italia, assieme alle ideologie politiche cui si appoggiavano. I gruppi dirigenti dei sindacati che ad esse guardavano, tuttavia, nel discorso pubblico tacevano qualcosa di "indicibile": la dichiarazione del loro fallimento storico. Imboccare la strada del pieno riconoscimento della soggettività sociale che il movimento sindacale esprime e delle sue possibilità d'azione nella società globale avrebbe comportato accettare la leadership culturale del "sindacato nuovo" a lungo contrastato. Confusa e incapace di modificare radicalmente i propri paradigmi culturali, così, un'ampia classe dirigente sindacale ha posto l'enfasi sull'orgoglio d'organizzazione, additando ai militanti vecchi e nuovi "nemici", materiali e immateriali, per coltivare un simulacro della rappresentanza generale. Concentrata sulla propria sorte politica, essa non sembra avvertire le gravi conseguenze del ritardo culturale di cui è stata responsabile nel mondo del lavoro. Ai giovani che pur si avvicinano al sindacato, estranei alle passate costruzioni ideologiche, ma sensibili alle dinamiche associative della società post-industriale, così, capita che lo stesso sindacato insinui un miope richiamo al "mestiere" del sindacalista per poi tornare a proporre la sua politicizzazione, condanni la concertazione sociale per poi rivendicarla nella prova di forza di partito, giunga a svilire la stessa azione contrattuale salvo accettare in televisione la sua efficacia. Di fronte

all'opportuno richiamo della distinzione tra rappresentanza sindacale e rappresentanza sociale, pochi osservano il diffondersi della grave confusione che si esprime anche nel proclamare uno "sciopero sociale". E' comprensibile, poi, che si ricorra allo "sciopero generale" per ricercare una qualche identità collettiva, come surrogato ad una rigorosa opera di formazione e di crescita culturale; al contrario di quest'ultima, tuttavia, ciò non può creare una soggettività sociale in grado di cambiare la realtà del lavoro, di promuovere lo sviluppo economico, di sostenere quella stessa democrazia partecipata che pur a parole si richiede.

( 16 dicembre 2014 )

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