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Il valore politico della cultura

Ripetutamente nella storia contemporanea il proporsi di alcune istituzioni socio-politiche, e della progettualità di coloro che intendevano guidarle, è apparso connesso ad almeno due fattori tra loro collegati: una struttura discorsiva fondata su di una tradizione culturale (della quale si evidenziavano le “fonti”) e la formazione di una classe dirigente in grado di orientare con essa il dibattito pubblico. Questo processo non è cambiato con l’ampliamento della partecipazione sociale ai processi di formazione delle decisioni. Anzi c’è stato chi, anche nell’Italia del secondo dopoguerra, ha proposto la rappresentanza sociale sorta dall’associar - si dei lavoratori come parte della classe dirigente che doveva indirizzare il processo di sviluppo che stava trasformando il Paese. Si trattava, evidentemente, di una grande sfida, che presupponeva la capacità del sindacato di non restare preda dell’incerto oscillare delle crisi politiche della giovane repubblica italiana, ma di educare i lavoratori ad esprimere un loro punto di vista. “In un ambiente come il nostro quei processi di massificazione e di verticismo che sono propri di tutta l’esperienza internazionale, si possono realizzare e si sono sempre realizzati anche prima che accadessero in altri ambienti, soprattutto perché la nostra debolezza civile e culturale consentiva, ha sempre consentito a pochi gruppi di operatori, di protagonisti, di prendere in mano le vicende, le sorti, gli indirizzi di intere aree geografiche, di interi gruppi sociali e civili con grande facilità. Molta parte di noi, dei nostri concittadini non è mai stata in condizione di avere un punto di vista personale, autonomo, da versare nel confronto con altri punti di vista. Masse cospicue di cittadini ad certo punto cedono, perché non sono il più delle volte in condizione di poter seguire la dialettica squisitamente politico-partitico interna o vanno dietro alle situazione immediate di vita, di sicurezza di vita, di tenore di vita: e a quel momento sono sostanzialmente sempre a disposizione di questi spostamenti di pendolo storico-politici”. Chi parlava in questi termini alla Cisl del 1974 era Mario Romani. La Cisl di Pastore aveva con lui avviato l’innovativa proposta di suscitare una organizzazione sociale che, avviando uno straordinario processo di elaborazione e formazione culturale, riuscisse ad affermare la sua agenda di riforme. La riflessione di Romani merita ancora tutta la nostra attenzione, anche per essere sempre più consapevoli del rilievo politico della cultura nel nostro Paese. Per educare alla cittadinanza e alla partecipazione, per formare una soggettività sociale capace di esprimere un proprio punto di vista, infatti, occorre un forte convincimento, un coerente investimento strategico, una piena condivisione del percorso richiesto.

( 16 giugno 2016 )

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