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Immigrazione Se hot spot fa rima con i vecchi Cie

I dati del rapporto sui Centri di identificazione ed espulsione elaborati dalla Commissione diritti umani del Senato, presieduta da Luigi Manconi, parlano chiaro: il bilancio dei primi cinque mesi dall’adozione del nuovo sistema di hotspot è negativo. Si delinea “un sistema “defici - tario, il cui unico risultato è aver prodotto, già nei primi mesi di attività, un aumento consistente di migranti che rimarranno irregolarmente sul suolo italiano”. E non solo perché il giudizio è doppiamente negativo se si considera che, nel dossier, si parla di “sostanziale fallimento sia del programma di ricollocamento dei richiedenti asilo sia dei rimpatri”. Ad esempio, i dati raccolti sull’hotspot di Lampedusa tra il1 settembre 2015 e il 13 gennaio 2016, parlano di 4.597 cittadini stranieri sbarcati: sono stati identificati in 3.234; hanno avuto accesso al programma di ricollocamento 563 persone (di cui 279 sono già state trasferite nei paesi di destinazione). Non ultimo, le persone che hanno manifestato la volontà di chiedere asilo nel nostro paese sono state solo il 10 per cento. Per quanto riguarda i minori, accompagnati e non, quelli sbarcati sono 612. Il problema è che, in molti casi, come in quello del gruppo di 200 eritrei che rifiutano da settimane di farsi identificare perché vogliono andare in altri paesi dell’Ue (e non rimanere in Italia, come spesso avviene). Una situazione che ha creato empasse di non poco conto perché la normativa obbliga al riconoscimento e poi al rilascio, rimpatrio o ricollocamento ma, nello stesso tempo, non c’è l’obbligo per il migrante e/o aspirante rifugiato a fornire dati sulla sua identità. Il problema di definire la natura giuridica dell’hotspot (come centri di prima accoglienza o come centri di identificazione ed espulsione?) è molto seria se non si vuol ingolfare ancora di più una macchina amministrativa lenta e inefficace. Sembra un problema di lana caprina ma non lo è. Il sistema degli hotspot non funziona, è troppo simile a quello dei Cie e va rivisto specie se si considera che, come si legge nel rapporto, “a un tasso di identificazioni che ha superato l'80 per cento, non corrispondono risultati positivi in termini di persone ricollocate e persone rimpatriate”. Nel dubbio che si fa? Il Governo sta pensando di aprire entro febbraio un secondo hotspot italiano a Taranto. Per il viceministro dell’Interno Filippo Bubbico è proprio chiaro che “gli hotspot non sono Cie ma luoghi dove migranti ricevono un primo punto di contatto con un paese europeo; dove hanno un primo aiuto di natura sanitaria e dove possono essere identificati ed esprimere la loro volontà di chiedere asilo”. Caro viceministro forse è meglio che si riveda le carte.

( 19 febbraio 2016 )

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