Sabato 18 novembre 2017, ore 1:44

Quotidiano di informazione socio‑economica

L’ultimo, prevedibile capitolo del libro 5Stelle

Nessuna sorpresa. L'avvertimento del candidato premier 5 Stelle Luigi Di Maio ai sindacati - riformatevi, altrimenti vi riformiamo noi quando saremo al governo - non è una sortita estemporanea ma la sottolineatura di un punto chiave votato dalla piattaforma Rousseau sulle “incrostazioni di potere dei sindacati tradizionali”, naturalmente incapaci di “adeguarsi alle trasformazioni in corso nel mondo del lavoro”. E' davvero un peccato che nel 2010 il Movimento 5 Stelle fosse all'inizio della sua storia politica ed elettorale. Alle elezioni comunali di Pomigliano d'Arco non andò oltre 500 voti; e il ventiquattrenne Di Maio, nato e cresciuto sul posto, ne ottenne 59. Fosse stato eletto consigliere comunale avrebbe avuto l'occasione di vedere con i propri occhi lo sviluppo dello stabilimento Fiat con la nascita della Nuova Panda; di confrontarsi e magari scontrarsi di persona con il sindacato riformatore che proprio in quel periodo affrontava a viso aperto - conoscendole nella pratica quotidiana e non solo nella teoria - le trasformazioni in atto e metteva in gioco se stesso con accordi che avevano l'obiettivo (raggiunto) di mantenere in Italia un investimento così importante e consistente, in un contesto industriale complessivo di delocalizzazione selvaggia. Un esempio virtuoso, quasi simbolico di un ruolo attivo che il sindacato ha avuto nella storia d'Italia: dalla lotta al terrorismo, al contributo nell'affrontare le crisi economiche degli anni '70 e '90, fino all'ultima apertasi nel 2008. Un ruolo attivo anche in passaggi meno appariscenti, come negli accordi sulla riforma contrattuale con Confindustria; e quelli con i governi di diversi colori sulle pensioni e sul lavoro, provando a tenere unite le diverse ma spesso convergenti esigenze generazionali e territoriali. La lunga e vincente (anche se non conclusa) battaglia per il reddito di inclusione sociale come prima misura strutturale di contrasto alla povertà dimostra ancora una volta la capacità del sindacato tradizionale di non essere ”incrostato” sempre nella stessa partita e con le stesse bandiere di comodo, come quella sventolata proprio dal M5S del reddito di cittadinanza, che poi di cittadinanza non è, ma detta così può far gridare con sdegno che ”gli altri giocano al ribasso”. Certamente in questa lunga azione nella società ci sono da parte del sindacato confederale tante contraddizioni, cadute, lentezze. Delle quali il lavoratore chiede conto. Ma da protagonista continua a partecipare, e protagonista evidentemente si sente se ogni anno milioni di persone rinnovano liberamente la loro adesione. Ma di tutti questi capitoli non c’è traccia, forse non può esserci traccia, nel libro che sta scrivendo un Movimento che non sembra intenzionato ad uscire dalla logica dell'indignazione permanente e dell'antagonismo da tastiera, principale fonte per alimentare il bacino di consensi. E in questo senso sembra perciò legittimo un tasso di inquietudine superiore rispetto ad altri recenti periodi in cui qualche altro premier o candidato tale ha sollecitato il sindacato all’autoriforma. Perché, al di là dell’idea che ci si può fare sui reali obiettivi che muovevano i leader, dentro i principali partiti di destra e di sinistra, in modi e quantità certo diversi, esistevano ed esistono potenti anticorpi; e in sostanza il confronto sociale andava e va avanti comunque, producendo spesso frutti non irrilevanti. Il rischio ora, e non solo sul fronte grillino, è dato dalla volontà ostentata di superare l'idea di politica come sforzo comune tra istituzioni e parti sociali, sostituendola con il concetto liquido di democrazia diretta, ma diretta - come più volte constatato - in modo assai poco trasparente. Nessuna sorpresa, dunque, sul “se”; ma nemmeno nessuna sorpresa sul “qu - ando” dell'attacco del M5S al sindacato. La congiunzione astrale non dava scampo. L'inizio della campagna elettorale è partito con un clamoroso flop delle primarie. Il ruolo di capo politico di Di Maio è contestato all'interno. C'è il timore sempre meno soffocato che l'effetto Raggi sia devastante. E che quello Appendino sia in forte ribasso. In questo scenario non è facile per Di Maio, o a chi per lui, rispondere adesso alla domanda su come affrontare concretamente l'emergenza occupazione, il rapporto tra mondo del lavoro e formazione, le sfide su sviluppo, crescita e innovazione Ma non ci può arrendere, speriamo sia solo questione di tempo. E se arriverà anche il tempo del governo, sarà tempo di responsabilità, non di scaricabarile su precedenti governi corrottii, media complottisti e sindacati incrostati.

( 3 ottobre 2017 )

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