Martedì 21 novembre 2017, ore 11:19

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Se tornano guelfi bianchi e guelfi neri

Quando il segretario della Lega Salvini rimprovera Papa Francesco perché “chiedendo di dialogare con l’Islam non fa un buon servizio ai cattolici”, esprime una posizione politica non sorprendente che però - tralasciando le motivazioni propagandistiche (per la verità presenti anche in valutazioni diametralmente opposte) - alimenta oggettivamente il clima di risentimento senza contribuire ad una sana consapevolezza del pericolo in atto. Anzi, ottenendo forse l’effetto contrario, per eterogenesi dei fini leghisti, anche a volerli considerare buoni. Ma le parole del leader del Carroccio suscitano una riflessione ulteriore. Un affondo del genere indebolisce di fatto il confronto serrato all’interno del mondo cattolico sui quasi due anni di pontificato di Papa Bergoglio. A Salvini questo certamente interessa poco. Interessa molto invece a chi sta seguendo con attenzione, confusa e spesso sofferta, le polemiche sulla figura di Francesco. Il quale certamente ne è conoscenza e non è detto che ne sia troppo angustiato, avendo dal primo momento chiesto, insieme alle preghiere, anche parresia: cioè la franchezza, la libertà di dire tutto apertamente, evitando le chiacchiere nei corridoi (specie quelli dei sacri palazzi). Esemplare al riguardo il botta e risposta tra Vittorio Messori e Leonardo Boff, che sta causando su giornali e social la nascita di due fazioni stile guelfi neri e guelfi bianchi. La più recente causa del contendere è il discorso natalizio del Papa alla Curia con l’elenco di 15 “malattie” da curare: l’invito alla Chiesa stessa ad un severo esame di coscienza. Novità assoluta? Niente affatto. Il cardinal Ratzinger, pochi giorni prima di essere eletto Papa, parlò di “sporcizia nella Chiesa”. Prima di lui Giovanni Paolo II ha chiesto più volte pubblicamente perdono - soprattutto in occasione del Giubileo del 2000 - per gli errori della Chiesa. Tuttavia Messori, forse il più famoso giornalista e scrittore cattolico, ha espresso in un recente articolo dubbi sulla svolta complessivamente impressa da Bergoglio e sulla sincerità del vasto interesse e dell’ammirazione di molti. Un intervento che si intuisce persino “trattenuto”, quello di Messori. Il quale ha sempre sottolineato che per un fedele il Papa è da seguire comunque, indipendentemente dalla persona alla quale è provvisoriamente affidata la barca di Pietro. Oggi però Messori sembra attenuare questa convinzione nel momento in cui scrive: “Seguire il Papa, sì ma quale?”: quello delle prediche da parroco all’antica o quello delle interviste a Scalfari? Messori elenca una serie di sue perplessità sull’attuale pontificato, utilizzando condizionali che non attenuano anzi rimarcano il senso critico. Ma, va detto, lo fa apertamente, con rispetto, prospettiva di fede e motivazioni articolate. Sulle quali è più che ragionevole dissentire (tra l’altro, non si può non considerare cosa esigevano le dimissioni di Benedetto; e cosa comporta l’appoggio che, come pure Messori ricorda, lo stesso Benedetto sta dando al suo Successore); meno condivisibile è invece delegittimarne portata e scopi. Papa Francesco è più di quello che Messori descrive. Ma soprattutto è molto più del ruolo da leader di “Rifondazione della teologia della liberazione” in cui vorrebbe confinarlo l’appoggio del teologo ed ex frate francescano Leonardo Boff, oggi più papista del papa, ieri velenosissimo accusatore di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Papa Francesco è il segno che la Chiesa non è una fortezza chiusa. Il segno, non la svolta. “Aprite le porte”, aveva detto Wotyla all’alba del suo pontificato nel 1978 rivolgendosi agli uomini, dunque alla Chiesa. Giampiero Guadagni

( 10 gennaio 2015 )

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