Il caso Lampedusa secondo Amnesty

 

di Luca Tatarelli

Amnesty International accende i riflettori sul caso Lampedusa e sulla questione dei respingimenti dei migranti. In una nota allegata alla presentazione del Rapporto annuale 2009, la sezione italiana dell'organismo no governativo che si occupa dei diritti umani, critica puntigliosamente la politica sull'immigrazione del Governo Berlusconi. Amnesty parla apertamente di "violazione dei diritti umani nel Mar Mediterraneo" e ricordando quanto accaduto tra il 7 e il 9 maggio con il rimpatrio di circa 500 migranti e richiedenti asilo, "senza alcuna valutazione sul possibile bisogno di protezione internazionale degli stessi e quindi violando i propri obblighi in materia di diritto internazionale d'asilo e dei diritti umani". Il 75% di chi arriva via mare nel nostro Paese chiede asilo, spiega Amnesty, e secondo quanto sostenuto dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) tra le persone arrivate in Libia e di lì partiti verso l'Italia vi erano cittadini somali ed eritrei. Tutti bisognosi di protezione.
Amnesty ricorda poi che il nostro Paese ha l'obbligo nei confronti di chiunque si "trovi sottoposto alla sua giurisdizione" di non rinviare nessuno "in un Paese in cui sarebbe a rischio di persecuzioni, torture e altri gravi violazioni dei diritti umani". E se qualcuno si trova in pericolo a mare, l'Italia ha sempre l'obbligo di portare la persona "senza indugio in un porto sicuro, ossia in un luogo che presenti le caratteristiche minime per garantire l'assistenza umanitaria e un'equa valutazione delle domande di asilo". Di contro la Libia non ha una procedura di asilo e non offre protezione né ai migranti né ai rifugiati. Amnesty International a questo proposito ritiene responsabile il nostro Paese per "quanto accadrà ai migranti e ai richiedenti asilo riportati in Libia". L'organizzazione umanitaria ricorda poi i rapporti stretti tra l'Italia e la Repubblica guidata da Gheddafi. Ed i governi che si sono succeduti (di centro-destra e di centro-sinistra) fino ad arrivare all'accordo quadro dell'agosto 2008 che dispone, tra l'altro, il pattugliamento congiunto italo-libico.
Il Rapporto annuale 2009 di Amnesty analizza, a livello mondiale, una serie di situazioni che vedono interessati tutti i Paesi. Secondo i dati riferiti al periodo gennaio-dicembre 2008, la libertà di espressione è vietata in 81 Stati, la pena di morte è stata praticata in 25 Paesi (2.390 le persone giustiziate, il 78% nei Paesi del G20). Gli omicidi illegali sono stati commessi in oltre 50 (il 47% nei Paesi del G20). La tortura è ancora praticata in circa 80 Paesi (per il 79% si tratta di Stati appartenenti al G20). Il club degli Stati più industrializzati è nato nel 1999 dopo una successione di crisi finanziarie per favorire l'internazionalità economica e la concertazione tenendo conto delle nuove economie in sviluppo. Riunisce 19 paesi più industrializzati al mondo (quelli del G8 tra primi) e l'Unione europea. La lista comprende Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti. Australia, Arabia Saudita, Argentina, Brasile, Cina, Sud Corea, India, Indonesia, Messico, Sud Africa e Turchia.
Processi iniqui sono stati celebrati in 50 Paesi, le detenzioni illegali spesso senza accuse né processi, in circa 90. Persone che richiedevano asilo politico sono stati respinte da almeno 27 Stati. I prigionieri di coscienza sono finiti in carcere in 50 Paesi e gli sgomberi forzati sono stati eseguiti in 24 Paesi.

vai all'archivio notizie di Settembre

Lavoro: la funzione del Coaching