Seminario Mcl. Il lavoro come vocazione in risposta alla crisi

di Pierpaolo Arzilla

(dal nostro inviato) - Il lavoro per il lavoro genera mostri. Crisi di fiducia e autoreferenzialità di un'economia di mercato fatalmente ripiegata su se stessa, non bastano a spiegare il panico da bancarotta. Anche il lavoro "come tecnica" ha contribuito  al global shock post undici settembre. In ogni lavoro c'è sempre qualcosa di gratuito, osserva Mons. Giampaolo Crepaldi. Al seminario
di studi e formazione organizzato dal Movimento cristiano lavoratori, l'arcivescovo di Trieste coglie un tratto dirimente della Caritas in Veritate. L'amore nella verità è verità nella gratuità, "il ricevere"
che "precede il fare". Ratzinger coglie la distinzione elaborata nella Laborem exercens da Giovanni Paolo II quando spiega che la persona che lavora è sempre di più del suo lavoro.
"Di conseguenza - spiega Crepaldi - c'è sempre una quota di lavoro non pagato o, meglio, che esula dal contratto di lavoro stesso, che si presuppone e che è l'anima stessa del lavoro".

La ricchezza vera del lavoro è proprio quella meno quantificabile, che va oltre numeri e statistiche. E' il "lavoro come vocazione", spiega l'ex segretario del pontificio consiglio per la giustizia e pace, "l'aspetto economicamente più rilevante del lavoro". Ma è stato il "lavoro per il lavoro" ad aver dettato i tempi di una liberazione dell'uomo che si rivelata fragile ed effimera; così come è stata la pretesa di subordinare la carità alla giustizia ad aver deresponsabilizzato la persona. E ad aver sancito l'abbraccio esiziale tra liberismo economico e Stato assistenziale. Se la carità è necessaria alla giustizia, ragiona Crepaldi sul crinale della pastorale di Benedetto XVI, per collocare il dono nell'idea di una normale attività economico-produttiva ("elemento di giustizia ed
equità ex ante e non ex post"), allora il lavoro non può ridursi a lavoro in quanto tale o al "lavoro come tecnica". Non a caso molti analisti, ricorda l'arcivescovo di Trieste, continuano a chiedersi se tra le cause della crisi ci sia un dato che inizialmente sarebbe stato molto sottovalutato: "L'indebolimento della percezione di quanto nel lavoro c'è necessariamente di irriducibile", il lavoro come vocazione. Che non è solo un esercizio di stile, ma un valore personalistico e universale. I corpi intermedi sono dunque e sollecitati alla ricerca di nuove e più adeguate soluzioni nella ricerca del benessere dei lavoratori. Crepaldi si rivolge idealmente a tutte le organizzazioni del lavoro, quando si chiede se il superamento di un'idea esclusivamente tecnicistica del lavoro non passi per la necessità di "formulare una nuova cultura della
contrattazione". In questo senso, si dirà che le culture riformiste del sindacalismo di questo Paese, Cisl in testa, abbiano già offerto una testimonianza sensibile e decisiva. La Chiesa tuttavia ci tiene a confermare che nella cultura della contrattazione si deve tenere presente la persona del lavoratore. "Ma appunto dicendo questo - rileva Crepaldi - si fa riferimento a quella dimensione del lavoro che trascende il lavoro in senso tecnico e che, se non c'è, debilita anche il lavoro in senso tecnico. Emergono qui aspetti relazionali, ambientali e partecipativi della contrattazione
di notevole importanza". La relazione tra Stato e mercato, per esempio, inesistenti in natura se non come esito di un lavoro che nasce "dall'agire" umano, afferma Simona Beretta. L'ideologia del lavoro come tecnica non può che inverarsi in uno sviluppo riducibile a uno sterile "primato del fare" che si accartoccia su se stesso. La crisi - afferma il docente di politiche economiche internazionali alla Cattolica - si riconosce e si alimenta in una ricerca dello sviluppo senza domanda di senso. L'uomo è di fronte a un bivio: "ricevere" prima di "fare" o pretendere di essere autosufficiente. La stessa autosufficienza che ha inaridito la politica e debilitato l'economia.
"Ma lo scopo della finanza non è la finanza - sottolinea Crepaldi - lo scopo del mercato non è il mercato e lo scopo del lavoro non è il lavoro: questo ci viene a dire la Caritas in Veritate". Alla politica il compito di fare sintesi, e governare opportunità e storture della globalizzazione. "Per troppo tempo - chiosa Carlo Costalli, presidente del Mcl - c'è stata subalternità all'egemonia dei grandi poteri del capitalismo finanziario internazionale. Il primato della politica deve affermarsi non con la pervasività del nuovo statalismo, ma stabilendo regole coerenti con un modello di sviluppo che abbia al centro l'uomo e il lavoro".

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