Sakineh, la sua vita è appesa ad un filo

DIRITTI UMANI

 

"La vita di Sakineh è appesa a un filo, le opinioni pubbliche devono scendere in campo e noi con loro": questo l'appello lanciato oggi dal ministro degli Esteri Franco Frattini, sul suo profilo Facebook, in favore di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio.
"Per quanto non siano mancate, nei giorni scorsi, le note ufficiali di apprensione e di condanna da
parte della politica istituzionale ed il richiamo all'Europa, questo gigante troppo spesso impotente
nella battaglia per i diritti, tutto questo non basta, si legge nel post di Frattini che invita anche
le opinioni a scendere in campo, e noi con loro, impegnati a ricucire lo strappo tra pensiero ed azione e a raccogliere l'appello europeo ed internazionale contro questa parte della violenza di genere che affonda nella barbarie le proprie radici".
Il ministro spiega poi di aver avuto, "un anno fa, dal segretario generale dell'Onu un importante
riconoscimento, che è anche un impegno, nella lotta contro le mutilazioni genitali e la violenza contro le donne. Sento, quindi, molto forte l'impegno a non lasciare che il silenzio e l'indifferenza
accompagnino ora questo rito di morte". La Farnesina, secondo quanto si apprende da fonti diplomatiche, sta facendo dei passi verso le autorità iraniane nell'auspicio che non venga resa esecutiva la sentenza di morte.  L'Italia del resto è promotrice della moratoria contro la pena di morte presentata all'Onu e questa vicenda rientra, sottolineano le fonti, nella politica italiana contro le esecuzioni capitali. L'auspicio dell'Italia è che si possa avere un atto di clemenza per un caso che ha destato parecchio scalpore ed elevate proteste nel mondo occidentale.

Far sentire la propria voce in difesa di Sakineh è l'esortazione che arriva dal ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. "La vicenda ci ricorda - afferma il ministro - che, ancora una volta, dobbiamo tenere alta la guardia a difesa dei diritti umani delle donne. Sakineh, oggi, rischia la morte per lapidazione, e, quindi, di diventare il nuovo simbolo di un fondamentalismo che nega alle donne i diritti umani inalienabili. Condivido in pieno ciò che ha detto il ministro Frattini: oltre alle istituzioni, sono le coscienze di ognuno di noi - osserva il ministro - che devono urlare a gran voce il rispetto alla vita. Perchè salvare la vita di Sakineh, vuol dire ridare la speranza alle donne iraniane, quindi, al mondo. Vorrebbe dire far capire a qualunque donna minacciata di morte in nome di un arcaico integralismo che non è sola: le nostre voci, unendosi alla delicata attività diplomatica messa in campo dal ministro Frattini e da tutte le Istituzioni italiane ed europee, possono annullare le distanze date dai confini e dai chilometri che ci dividono da Sakineh, e da tutte le donne che vivono un dramma di cui lei è attuale rappresentazione.
Oggi, salvare Sakineh vuol dire salvare la nostra vita, il nostro futuro. Hillary Clinton disse che
laddove i diritti delle donne vengono sistematicamente violati, il terrorismo trova terreno fertile e
diviene una minaccia per il mondo intero. Una ragione in più questa - conclude il ministro - per far
sentire con forza la nostra voce, unendoci in Parlamento, coinvolgendo i cittadini e l'opinione
pubblica, affinchè sia garantita la dignità delle donne e il rispetto della vita in ogni angolo del
pianeta".

"Lapidarla significherebbe lanciare un sasso contro ogni donna". Afferma anche lo scrittore Roberto Saviano, in una lettera alla Repubblica, annuncia così la sua adesione alla campagna in sostegno di Sakineh, la donna iraniana in attesa di giudizio per adulterio, che rischia la lapidazione.
"Può sembrare retorico, scontato, persino falso - scrive l'autore di Gomorra - perchè in fondo le donne da altre parti del mondo vivono come vogliono e forse nemmeno sanno chi è lei". E aggiunge "ma poichè queste sono parole è compito nostro trasformarle in sassi colpendo chi l'ha condannata. In modo da riuscire ad essere in molti e determinati nel dire, nel pretendere che nessuno levi la mano contro Sakineh". (Ce. Au.) 

(31 agosto 2010)

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