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OMSA che tagli! Raggiunta ipotesi d'accordo

DELOCALIZZAZIONI

 

Incentivi al tessile, al legno e agli elettrodomestici. Incontrando i lavoratori del presidio dell'Omsa di Faenza, Raffaele Bonanni ha spiegato che la Cisl è in questo senso in pressing sul Governo che "pare disponibile, non avendo dato i soldi alla Fiat. Quindi si tratta di aprire una discussione che possa convenire a tutti". Il numero uno di Via Po ha voluto testimoniare personalmente la presenza della Cisl accanto ai 350 lavoratori (320 donne) dello storico marchio di collant del gruppo Golden Lady, che dopo 71 anni ha annunciato di voler chiudere il suo stabilimento. Bonanni ha portato la sua solidarietà ai componenti del presidio, che da quasi un mese, 24 ore su 24, non lasciano l'azienda per difendere il loro diritto all'occupazione ed al lavoro. Nei giorni scorsi il tavolo di trattativa si è spostato a Roma, presso il ministero dello Sviluppo economico. Il trasferimento rappresenta un traguardo importante per il sindacato che fin dall'inizio ha chiesto un tavolo nazionale e chiede all'azienda senso di responsabilità non solo verso i dipendenti ma anche nei confronti della città e del territorio.

di Raffaella Vitulano

È stata raggiunta un'ipotesi di accordo che evita la chiusura e i licenziamenti e che ora sarà sottoposta dai sindacati alla valutazione dell'assemblea delle lavoratrici e lavoratori. È questo - precisa una nota - l'esito dell'incontro svoltosi a Roma per l'Omsa di Faenza.
Alla riunione che si è tenuta nella sede del Ministero dello Sviluppo economico, hanno partecipato le organizzazioni sindacali, l'assessore regionale alle Attività produttive Duccio Campagnoli, il sindaco di Faenza Claudio Casadio e il senatore Gabriele Albonetti.
In alternativa alla chiusura (in ballo ci sono 340 posti di lavoro), l'ipotesi di intesa prevede l'avvio di un percorso per la riconversione e la ricerca, da parte della proprietà di Golden Lady, di nuove soluzioni produttive. Contemporaneamente è prevista sin dai prossimi giorni una parziale ripresa dell'attività dello stabilimento, per accompagnare il percorso di riconversione durante il quale è in programma la copertura della cassa integrazione per lavoratrici e lavoratori. Le verifiche per la realizzazione del percorso si terranno al Ministero con la partecipazione, oltre che della proprietà e delle organizzazioni sindacali, anche della Regione e delle istituzioni locali.
"Forse è possibile costruire un percorso alternativo alla chiusura ravvicinata dell'Omsa di Faenza e che eviti i licenziamenti. Occorre che il Gruppo Golden Lady assicuri comunque un progetto produttivo, anche nuovo ma che dia lavoro", auspicava giorni fa l'assessore regionale alle attività produttive Duccio Campagnoli - in una nota - dopo aver partecipato al Ministero dello Sviluppo economico all'incontro con l'azienda chiesto dal Tavolo istituzionale e dai sindacati, presenti anche il sindaco di Faenza Claudio Casadio e l'assessore comunale Stefano Collina.
 "La Regione, il Comune e i sindacati - precisa Campagnoli - hanno chiesto alla proprietà di non prevedere la chiusura del sito. Il Ministero ha sostenuto questa richiesta. I rappresentanti del Gruppo e le organizzazioni sindacali si sono riservati di approfondire i contenuti dell'incontro". L'appuntamento era stato così aggiornato al 25 febbraio.

Omsa, che tagli! Quasi 700 gambe in nylon, licenziate su due piedi. E le consumatrici avevano cominciato ad organizzare il tam tam in rete per boicottare il prodotto. Ma cosa sta succedendo allo storico marchio Omsa (acronimo di Orsi Mangelli Società Anonima) che possiede a Faenza un grande calzificio che ha dato lavoro fino ad 800 persone? Da oltre un mese è cessata improvvisamente la produzione di calze e collant, in quanto la proprietà ha comunicato di non voler continuare a produrre a Faenza "beni dove in Serbia il costo del lavoro è pagato meno di un terzo".

La cosa strana è che non c'è nessuna crisi che attanaglia la celebrata fabbrica di collant Omsa a Faenza: si chiude per aumentare i profitti delocalizzando. Punto. In gioco ci sono 350 lavoratori, di cui 320 donne che le gambe non se le sentono più per il gelo e la neve che le stanno mordendo ai presìdi ai cancelli della fabbrica. Un tendone, un prefabbricato. Le bandiere dei sindacati. Le stufette, il caffè improvvisato. E la storia di un'azienda, di quelle calze che in 71 anni hanno portato le nostre mamme, perfino le nostre nonne.

L'azienda, leader nel proprio segmento di produzione, vuole abbassare i costi. A tutti i costi. Una lavoratrice come quelle che scioperano davanti ai cancelli di Faenza, in Serbia costa meno della metà. Circa 300 euro, contro il migliaio di un'operaia.

L'azienda era nata nacque nel 1940 per iniziativa dei conti Orsi e Mangelli, imprenditori del petrolio da cui traevano la fibra per le calze.

C'era una volta con le gemelle Kessler quel Carosello in bianco e nero che recitava lo slogan "Omsa che gambe", e c'erano tante donne indossavano collant, e poi parigine, e poi autoreggenti, e gambaletti in pizzo. La fabbrica era in centro città, e raccontano che le lavoratrici avessero addirittura la manicure in azienda perché le unghie dovevano essere sempre a posto per evitare di danneggiare i fili e il tessuto. Bisognava togliersi anelli, spille, orecchini, nulla doveva minacciare la produzione della calza.

Negli anni Settanta la società contava centinaia di dipendenti, diventando sinonimo di successo grazie anche a una comunicazione pubblicitaria efficace e alla sponsorizzazione di Miss Italia. Poi la società fu acquisita dalla famiglia Grassi di Mantova e gli addetti cominciaroro a diminuire.

 "Se vogliamo continuare ad essere leader nel nostro settore, ci vogliono investimenti coraggiosi", aveva spiegato Nerino Grassi, fondatore nel 1967 del gruppo Golden Lady a Castiglione delle Stiviere e che nel 1992 aveva acquistato la Omsa dal fratello Arnaldo.

Nel 1995 c'erano voluti tre anni e 26 miliardi di investimenti per costruire il nuovo stabilimento della Omsa, alle porte di Faenza, inaugurato in pompa magna. Il nuovo impianto rappresentava la voglia di rilanciare questo antico marchio italiano, dopo la crisi e il fantasma del fallimento sotto la gestione di Arnaldo Grassi: con i suoi 44 mila metri quadri era il più grande stabilimento italiano, gli allora 500 dipendenti producevano 80 milioni di collant all' anno, ma il potenziale arrivava a 130 milioni. Ma vi rendete conto? Quei collant, annodati, avrebbero fatto chissà quante volte il giro della Terra! Lo stabilimento guardava al futuro, basando il suo successo sulle regole che hanno fatto di Golden Lady un colosso internazionale nella calzetteria: grandi volumi a prezzi contenuti. Il gruppo (che ha in portafoglio oltre ai marchi Golden Lady ed Omsa, anche Sisì ) era il numero uno in Italia e in Europa, e "il Grassi" in azienda si era portato pure le due figlie e un genero (l' altro era il presidente di Calzedonia). A Faenza tutti i telai erano italiani, tranne le macchine di assemblaggio, giapponesi, e il nuovo sistema produttivo dei collant permetteva già dal 1995 di gestire in modo integrato tutte le fasi di lavorazione: dalla trasformazione dei filati fino alla consegna. E allora perchè chiudere? Sempre la stessa, martellante, risposta. Ma sì, le produzioni nel distretto mantovano e nelle fabbriche in Serbia costerebbero meno. Ma non dimentichiamo che di recente gli oltre 1.600 operai serbi della Omsa hanno fatto quattro giorni di sciopero per chiedere un aumento di cento euro al mese e un direttore di stabilimento è stato picchiato dai lavoratori inferociti che non avevano ricevuto il cedolino della retribuzione.

Oggi, mentre gli stabilimenti in Serbia lavorano a pieno regime e la proprietà mantiene ferma la decisione di chiudere, le operaie di Faenza continuano la lotta per il mantenimento dei loro posti di lavoro. "Chiusura senza discussioni", avrebbe sottolineato Federico Destro, direttore generale del gruppo Golden Lady, nell'incontro del 20 gennaio scorso con i rappresentanti dei tessili di Cgil, Cisl e Uil e l'Rsu dell'Omsa, nella sede faentina della Confindustria. Destro, sempre in quell'incontro ha comunicato "che il 16 marzo terminerà la cassa integrazione ordinaria e che pertanto entro quella data occorrerà valutare quale percorso di ammortizzatori sociali attivare." Sindacalisti e lavoratrici hanno fatto appello "alla responsabilità sociale del gruppo Golden Lady non solo verso i dipendenti, 320 donne e 30 uomini, ma anche nei confronti della città e del territorio".

La decisione di chiusura è stata contestata dalle rappresentanze che hanno proposto in alternativa l'attivazione di un contratto di solidarietà per tutti i lavoratori del gruppo per evitare i licenziamenti, almeno a breve termine. I dipendenti Omsa che fino a poco tempo fa si trovavano in cassa integrazione a quattro ore, sono ora passati in regime a zero ore.

Padron Grassi dice di non essersi mai risparmiato per lanciare il prodotto di qualità: anni fa ha ingaggiato persino Kim Basinger per pubblicizzare i suo collant, insistendo che nella sua azienda continuava a respirarsi il clima familiare degli esordi. Ma i bei tempi sono finiti, c'è concorrenza e le operaie italiane - quelle che nella favola della famiglia aziendale ci hanno creduto in tutti questi anni - costano troppo.

(aggiornato al 25 febbraio 2010)

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