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ZAPATERO, brutto anatroccolo dei conti pubblici

EUROPA

 

di Raffaella Vitulano

Imprenditori e sindacati spagnoli hanno raggiunto oggi un preaccordo sulla fissazione di un tetto di aumento massimo degli stipendi dell'1% nel 2010. L'accordo quadro raggiunto fra i due principali sindacati sindacati Ugt e Ccoo e dalla Ceoe, la confindustria spagnola, prevede inoltre che l'aumento sarà contenuto fra l'1% e il 2% nel 2010 e fra l'1,5% e il 2,5% nel 2012. Dal 2002 le parti sociali concludono in Spagna accordi quadro sugli aumenti delle retribuzioni, che hanno contribuito, rileva El Pais, a ridurre la conflittualità favorendo la mediazione salariale. Solo l'anno scorso un accordo non era stato raggiunto fra sindacati e imprenditori. Il preaccordo deve ora essere ratificato formalmente dalle direzioni dei sindacati e della confindustria.Saranno intanto 900 i licenziamenti nella fabbrica Opel di Figueruelas (Saragoza) e 600 le sospensioni temporanee derivate dalla chiusura del turno di notte dello stabilimento. I tagli sono stati annunciati ieri ai lavoratori spagnoli della fabbrica che manterrà le due linee di produzione attuali specializzate in veicoli piccoli come Corsa e Combo e che dal 2013 dovrebbe produrre i successori di questi modelli. Il governo dell'Aragona ha chiesto che General Motors avvii una trattativa con i sindacati su queste misure.

Il premier spagnolo José Luis Zapatero ha annunciato oggi al senato che prorogherà per altri 6 mesi gli assegni disoccupazione alle circa 200 mila persone giunte al termine del periodo di copertura. L'assegno ricevuto dai disoccupati rimasti senza protezione sarà di 426 euro mensili e comporterà una spesa di circa mezzo miliardo di euro per lo stato. Il governo aveva già approvato una prima proroga straordinaria nel giugno scorso per circa 300 mila disoccupati in scadenza. La misura sarà approvata venerdì nel consiglio dei ministri.

E chi non se lo ricorda, nei duelli televisivi con Mariano Rajoy del 2004 e del 2008? José Luis Rodriguez Zapatero era il seduttore di folle; e come qualcuno già ci raccontava all'epoca a Madrid, Zapatero era terrorizzato dall'impopolarità. Giovane, voce suadente, s'impennava sulla via - la Terza - già segnata da Tony Blair. Il mondo gli riconobbe un garbo e un'eleganza naturale; ma questo non bastava a forgiare la consistenza dello statista, a convincere quanti, pure di sinistra, mi confidarono di aver votato Rajoy perchè sul lavoro, sul piano economico, il buon José Luis non aveva un progetto concreto. Belle intenzioni, ma poi?
Oggi la Spagna divide con la Spagna lo scettro di brutto anatroccolo dei conti pubblici. Paralizzato dalla paura di uno sciopero generale, è stato sommerso dall'onda di sfiducia che in questi giorni gli hanno presentato i mercati finanziari. Ora deve convincere i sindacati che non si arrenderà alle frustate delle Borse, gli altri che non cederà alle proteste dei sindacati. Ma neppure un funambolo di provata esperienza potrebbe mantenere l'equilibrio tra le misure annunciate a Bruxelles e smentite a Madrid poche ore dopo.
La Spagna ha iniziato l'anno con nuove pesanti perdite di posti di lavoro, con cui il numero totale di disoccupati ha oltrepassato per la prima volta almeno dal 1996 la soglia dei quattro milioni. Nel solo mese di gennaio sono crollati quasi 125 mila posti, secondo i calcoli del ministero del Lavoro, un "dato molto negativo" anche se è proseguita la tendenza all'attenuamento dell'emorragia. A fine mese risultavano 4 milioni 48 mila disoccupati nel paese iberico. La Ugt spagnola osserva perplessa le mosse di Zapatero, e il suo segretario generale Càndido Méndez si limita a dire che "il sindacato deve impedire che vengano assunte iniziative che possano aggravare la crisi economica, soprattutto per quel che riguarda lavoratrici e lavoratori" e per questo sollecita il Governo a cambiare orientamenti in materia di politica sociale".

Oggi, a distanza di due anni, solo il 9% degli spagnoli considera appropriata la gestione della crisi economica da parte del governo guidato dal premier socialista e solo il 20% di coloro che si dichiarano elettori socialisti approva la sua gestione. Aveva allora ragione quel mio amico, sulla cui coerenza dubitai anni addietro?
Il sistema Spagna fa quadrato contro i timori e le speculazioni legate allo spettro di un ipotetico crollo d'immagine.
L'orgullo iberico vacilla: i mercati non si fidano della Spagna e gli spagnoli non si fidano più di Zapatero. La confiança, la fiducia reciproca, si sgretola.


La vicepremier Maria Teresa de la Vega, annunciando una proposta di riforma del mercato del lavoro che Zapatero ha presentato giorni fa alle parti sociali, assicura che il governo "non permetterà che si metta in dubbio la credibilità, la forza e il potenziale dell'economia spagnola".
L'ex-prima della classe europea ai tempi del boom e della crescita "coreana" gonfiata dalla bolla immobiliare, ora è parcheggiata fra i "cattivi" di Eurolandia. E questo, a dire il vero, è responsabilità della destra, che l'economia spagnola ha congegnato, dai tempi di Aznar, nella forma che le è stata fatale. I mercati, spiega El Pais, non si fidano ora della Spagna per tre motivi: perché un tasso di disoccupazione del 19% non può essere finanziato per un periodo prolungato; perché non credono che i vaghi piani presentati dal governo - come "una vacillante riforma delle pensioni o un piano di austerità che non congela ai salari della pubblica amministrazione" - garantiscano la solvibilità; perché "si rendono conto della debolezza politica del governo (e della sua mancanza di rigore) che gli impedisce per esempio di mettere un freno alla spesa regionale". Da locomotiva d'Europa a sorvegliata speciale: il modello del ladrillo, il mattone, stava durando da oltre 10 anni, cementificando con oltre sei milioni di nuove case le coste e le periferie spagnole. Ma a fine 2007 l'edificio ha cominciato a far sentire sinistri scricchiolii: il settore (che rappresentava circa il 15% del Pil e il 13% dell'occupazione), aveva vissuto per anni a credito, scommettendo sul miraggio di una domanda inesauribile finanziata prestiti e mutui bancari. Con centinaia di migliaia di case invendute, nel 2008 cominciano a fallire molte società immobiliari, incluse alcune delle più grandi, come il gigante Martinsa-Fadesa.
E' così che Zapatero - come rilevato da diversi osservatori spagnoli - commette il primo errore: applica una teoria giusta in modo pessimo. Cerca di uscire dalla crisi con una soluzione keynesiana: finanzia miriadi di opere pubbliche, ma tutto quel costruire aiuole, abbellire strade e inventare parchi, che oggi fa di Madrid una delle città più curate al mondo, non produce ricchezza né in prospettiva lavoro. E arriva il secondo errore: Zapatero usa un secondo strumento keynesiano e finanzia le banche affinché quelle a loro volta finanzino le imprese. Ma i banchieri lo usano piuttosto per ripianare le voragini prodotte da crediti inevasi. Agli imprenditori, nada. Poi, l'imperdonabile: Zapatero nasconde la crisi. Finché i dati della Bce non lo smascherano. L'Istituto nazionale statistiche Ine ha annunciato che l'esercito dei disoccupati spagnoli nel 2009 ha toccato numeri da record, superando i 4,3 milioni. In un anno altri 1,12 milioni di persone hanno perso il lavoro e ora il tasso di disoccupazione del paese è al 18,8% (il doppio della media Ue), in crescita di 5 punti in un anno, e secondo le previsioni degli organismi economici internazionali nel 2010 potrebbe toccare e anche superare il 20%. È il dato peggiore dal 1998. E inoltre ora in 1,22 milioni di famiglie spagnole tutti i membri adulti sono senza lavoro, un elemento di grave rottura sociale.
Le previsioni sono fosche. Il paese, in recessione dalla metà del 2008 non dovrebbe uscirne prima della fine dell'anno, ultimo fra i grandi paesi industrializzati. E le misure anti-crisi decise finora dal governo socialista si sono rivelate poco efficaci. Per la Spagna, che leggeva nel nostro declino la misura del suo successo e considerava Berlusconi l'autobiografia di una nazione, è davvero un brutto golpe.

9 febbraio 2010

DISOCCUPAZIONE. Stabile all'8,8% in area Ocse

IL CASO - Mercati finanziari, cambio di scena: ora è l'America a temere l'Europa

Proprio nel momento in cui negli Stati Uniti iniziava a circolare un pò di ottimismo per i dati della crescita, sui mercati europei torna la paura per gli eccessi di indebitamento di alcuni stati (Spagna, Grecia, Portogallo e pure la Francia). Guy Ryder (Cis): tutti sembrano disposti a piegarsi alla volontà del settore finanziario a scapito di occupazione, crescita e sviluppo

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