di Rodolfo Ricci
Cambio di paradigma, ora è l'America che teme l'Europa. L'apertura del New York Times on line segna il cambiamento di un paradigma: ora è l'America che si preoccupa per l'Europa e non viceversa come era accaduto fino all'inizio della diffusione dei timori per la solvibilità dei debiti sovrani di Grecia, Portogallo e ora Spagna. Proprio nel momento in cui negli Stati Uniti iniziava a circolare un pò di ottimismo per i dati della crescita, sui mercati europei torna la paura per gli eccessi di indebitamento di alcuni stati (il dato più recente riguarda la Francia). L'inversione del paradigma (mediatico) dimostra quanto l'economia americana sia comunque più flessibile ed elastica, dunque più rapida nella reazione, sia in senso negativo sia in positivo. Mentre l'economia europea, più solida in fatto di protezioni sociali e di stabilità della moneta, ha maggiori difficoltà a ripartire e deve comunque fare i conti con i propri deficit. Da questo punto di vista quanto sta accadendo in termini di timori dimostra la saggezza delle decisioni del governo italiano e in particolare della linea scelta dal ministro del Tesoro, Giulio Tremonti: prima di tutto non eccedere nella spesa per non preoccupare i mercati e continuare ad avere buone valutazioni di affidabilità da parte degli investitori. L'altra faccia della medaglia è però appunto la flessibilità, la capacità di innovazione, che a volte può essere favorita anche da oculati investimenti pubblici, la rapidità di reazione alle crisi sia in termini di coordinamento delle politiche nazionali (scarsa in Europa) sia in termini di modernizzazione dell'economia. Anche su questo punto l'Europa, Agenda di Lisbona o non Agenda di Lisbona, può è deve fare di più. Il discorso vale ovviamente pure per l'Italia: servono riforme. I mercati sono ipersensibili e gli andamenti delle Borse di queste ore lo dimostrano. Ma possiamo aggrapparci ai dati sulla crescita americana e sperare che la lezione sui deficit spending sia capita dai governi nazionali per confermare l'ottimismo che (fino a qualche ora fa) iniziava a circolare.
Guy Ryder (Cis) - Abbiamo bisogno che i ministri delle Finanze del G7, che si riuniranno questa settimana in Canada, riformino le norme che regolano il settore finanziario e la ristrutturazione delle banche; l'impressione è che vi sia un forte gruppo di interesse per il mondo che cerca di raddoppiare gli sforzi finanziari per opporsi alle riforme. Anche se non si prevede che verranno addotte decisioni formali in tale occasione, le discussioni influenzeranno le posizioni adottate dal vertice del G7 a giugno - anche in Canada - anche dai capi di governo del G20. Preoccupanti segnali sono emersi la scorsa settimana da Davos, al World Economic Forum, dove potenti interessi nel settore finanziario hanno fatto pressioni dietro le quinte per mettere in guardia i governi e le autorità di controllo contro la forte resistenza che si oppone a qualsiasi misura anche sola limitata a comportamenti informali.
"Dopo l'accattonaggio per miliardi di dollari ai contribuenti, in favore di banchieri che stanno dietro la crisi, ora la situazione si è rivolta contro i loro benefattori. Mettono in discussione il ruolo del governo, chiedendo un maggiore sostegno per le imprese e negano che l'obiettivo principale dei settori finanziario e bancario è quello di sostenere l'occupazione e la crescita dell'economia reale. I governi devono resistere e, in alcuni casi, anche affrontare le proprie banche centrali e autorità di controllo e regolamentazione: tutti sembrano disposti a piegarsi alla volontà del settore finanziario a scapito di occupazione, crescita e sviluppo" ha dichiarato Guy Ryder, segretario generale della Cisl.
Spagna, da locomotiva d'europa a sorvegliato speciale - Meno di tre anni fa, alla fine del 2007, la Spagna era ancora una delle locomotive d'Europa: il pil cresceva del 3,8% e la disoccupazione era appena al 6,46%. Ma già all'inizio del 2008, l'anno delle ultime elezioni politiche vinte dal socialista José Luis Zapatero, l'impatto della crisi economica sul paese iberico è stato al centro della campagna elettorale: il timore era che per la sua debolezza strutturale l'economia spagnola - basata su settori a scarso valore aggiunto come costruzioni e turismo - sarebbe stata colpita con particolare violenza.
Scoppio bolla immobiliare - Il modello del "ladrillo", il mattone, era durato per 10 anni, cementificando con oltre sei milioni di nuove case le coste e le periferie spagnole. Ma a fine 2007 l'edificio ha cominciato a far sentire sinistri scricchiolii: il settore (che rappresentava circa il 15% del Pil e il 13% dell'occupazione), aveva vissuto per anni a credito, scommettendo sul miraggio di una domanda inesauribile finanziata prestiti e mutui bancari. Con centinaia di migliaia di case invendute, nel 2008 cominciano a fallire molte società immobiliari, incluse alcune delle più grandi, come il gigante Martinsa-Fadesa.
Impennata disoccupazione - L'origine di questa bolla era in buona parte interna, perché in Spagna c'è stata una grande diffusione di mutui "facili", ma non "subprime". Tuttavia la crisi finanziaria internazionale ha fatto da "moltiplicatore" del danno: le banche sono state costrette a chiudere il credito alle immobiliari e alle altre imprese, non potendo più rifinanziare i loro prestiti sui mercati mondiali prosciugati. L'effetto congiunto è stato devastante: la disoccupazione - cominciando dal settore immobiliare - è schizzata al 19,5% alla fine del 2009, e si prevede che presto sfonderà la soglia del 20%. I disoccupati sono ormai 4 milioni, oltre due in più rispetto all'inizio della flessione.
Tutti puntano a vendere - A incoraggiare i realizzi sono i timori per la delicata situazione delle finanze spagnole e di quelle portoghesi, messe sotto osservazione dalla stessa Commissione europea. Non stupisce quindi che la peggiore piazza del Vecchio continente resti Madrid dove l'Ibex arretra del 2,35% nonostante le rassicurazioni del primo ministro spagnolo Zapatero sulla solvibilità del Paese. Il commissario europeo, Joaquin Almunia, ieri ha infatti puntato l'indice su Grecia, Spagna e Portogallo. A poco sono valse le rassicurazioni del presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, secondo il quale la Spagna e il Portogallo "non rappresentano un rischio" per la stabilità dell'Eurozona. Così ieri il mercato madrileno ha ceduto oggi il 5,94% e quello di Lisbona il 4,98%. In verità, commentano gli esperti di mercato, i timori per l'Eurozona sono stati un pretesto preso dagli investitori per portare a casa i profitti realizzati con la corsa registrata dalle Borse negli ultimi mesi. "È evidente che gli speculatori stiano smontando le posizioni: sta crollando l'euro e stanno crollando anche le Borse europee", ha commentato un trader, secondo il quale numerosi investitori internazionali negli ultimi mesi hanno preso a prestito negli Stati Uniti, dove il costo del denaro è poco più di zero, e hanno investito in Europa, provocando un rafforzamento dell'euro rispetto al dollaro (il meccanismo del carry trade ben descritto dall'economiasta Nouriel Roubini ndr.). Non appena, come in questi giorni, ci sono notizie preoccupanti "vengono quindi smontate le posizioni e quindi si assiste a un movimento contrario, di indebolimento della moneta unica, repentinamente piombata ai minimi da giugno 2009, e di crollo degli indici borsistici e anche dei prezzi dei bond". La divisa unica in effetti è ai minimi dallo scorso maggio contro il dollaro e perde terreno contro tutte le principali divise tra cui yen e franco svizzero. Al punto che la Banca nazionale svizzera è stata vista intervenire stanotte vendendo franchi. L'euro è indicato a 1,3663 dollari (1,3786 finale ieri) nuovo minimo dal 20 maggio 2009. Quota inoltre 122,16 yen (124,71) e 1,4678 franchi (1,4661). Debole anche la sterlina sotto 1,57 dollari per la prima volta dal maggio 2009. Nei primi scambi a Piazza Affari gran parte dei titoli viaggia sotto la parità. Limitano i danni le Enel (+0,2%), dopo i conti 2009. Leggero ribasso per le Telecom Italia, mentre il mercato si interroga sul futuro della società. Sul mercato si infittiscono le ipotesi che nei prossimi mesi avverrà una variazione nell'azionariato di Telecom Italia, con una presa più diretta di Telefonica. Lo stesso premier Silvio Berlusconi a mostrare apertura a tale eventuale progetto. Per contro vanno giù le azioni delle banche. Male anche Fiat mentre a Roma va avanti il dibattito politico sugli incentivi al mercato auto. Sono deboli le azioni delle banche, le Pirelli & C (-2%) e le Cir Ord (-2,4%). Saipem accusa un calo del 2,8%.
(5 Febbraio 2010)














