di Raffaella Vitulano
L'Italia deve condannare senza mezzi termini il regime dittatoriale iraniano e deve impegnarsi perchè ci siano forti sanzioni a livello internazionale. È la richiesta del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, intervenuto ad una manifestazione di protesta indetta da Cgil, Cisl e Uil davanti all'ambasciata iraniana.
"In Iran - ha sottolineato Bonanni - la situazione è drammatica, non ci sono libertà civili e sindacali, gli oppositori vengono arrestati e le proteste represse con numerose sentenze capitali. Noi - ha aggiunto - condanniamo con tutto il vigore questa situazione e speriamo che in Italia e in tutto il mondo si levi la protesta contro questo regime liberticida".
Secondo Bonanni "è ora che la comunità internazionale si renda conto che questo regime va fermato anche per quanto riguarda la minaccia dell'escalation nucleare. Chiediamo al governo italiano di stigmatizzare questi comportamenti e di impegnarsi perchè ci siano sanzioni a livello internazionale". Il leader della Cisl ha poi ricordato "come ci siano aziende occidentali che forniscono tecnologie sofisticate anche in campo militare a Teheran e questo è inquietante. Serve perciò che tutti i paesi europei tagliano i legami economici e commerciali con quel regime perchè alla lunga ci si ritorceranno contro". Per Bonanni "l'Onu e tutti gli altri paesi devono muoversi come un sol uomo. A distanza di otto mesi dall'ultima protesta noi siamo qui con Cgil e Uil che ringrazio per reclamare libertà, libertà, libertà per quel popolo e una ferma condanna per quel regime".
La stampa internazionale non sottace, intanto, le decisioni che di volta in volta vengono prese dalle aziende straniere in Iran. "Un altro colpo per il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad": così il diffuso quotidiano israeliano Yediot Ahronot descrive la decisione dell'Eni di non sottoscrivere nuovi contratti con l'Iran, pur continuando a rispettare quelli firmati nel 2000 e nel 2001. "Si chiude il rubinetto all'Iran", titola vistosamente il giornale israeliano.
Fonti politiche a Gerusalemme, citate dal giornale, hanno aggiunto che la presa di posizione dell'Eni è importante ed è in sintonia con la decisione della tedesca Siemens di interrompere le proprie relazioni con l'Iran nella seconda metà del 2010. L'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, ha confermato ieri a Bruxelles che il suo gruppo onorerà i due vecchi contratti ancora aperti in Iran dal 2000 e dal 2001, ma non ne farà di nuovi, coerentemente con il "disimpegno" annunciato dal premier Silvio Berlusconi durante la sua visita in Israele. "Avevamo firmato il contratto al tempo di Rafsanjani, quando non si parlava di sanzioni nei riguardi dell'Iran: Il primo contratto è già quasi terminato - ha spiegato Scaroni- , stiamo ormai solo fornendo assistenza; il secondo terminerà a marzo e poi ci limiteremo a fornire assistenza anche in questo caso. Non faremo nuovi contratti per il futuro.
Nessun nuovo contratto, dunque. In Iran, Eni è così ora presente solo per proseguire nello sfruttamento di due campi petroliferi, i cui contratti risalgono rispettivamente al 2000 ed al 2001. Il gruppo italiano è presente in Iran sin dal 1957, quando venne costituita una società paritetica tra l'Agip e la National Iranian Oil Company (Nioc) denominata Societè Irano-Italienne des Petroles (Sirip).
Nel 1979 tutte le partecipazioni detenute da società straniere nell'upstream furono nazionalizzate ed Eni ha ripreso le attività upstream in Iran nel 1998, partecipando ad una joint venture che è attualmente impegnata nei progetti di sviluppo dei campi di Darkhovin e Dorood e nel progetto offshore South Pars Gas Field. Eni ha prodotto circa 28.000 barili di greggio al giorno in Iran nel corso del 2008, che potevano aumentare ulteriormente con lo sviluppo di Darkhovin.
Da tempo però Eni sembra aver abbandonato le velleità di crescita in Iran. L'annuncio ufficiale di voler congelare i propri investimenti risale al 2008, quando nello stesso giorno la francese Total e il gruppo italiano decisero di tenersi lontani da una zona politicamente "a rischio".
"Se rimanessimo in Iran, ci direbbero che Total è pronta a tutto per i soldi", giustificò la decisione l'amministratore delegato del gruppo francese Christophe De Margerie. E subito gli fece eco Paolo Scaroni: il numero uno di Eni spiegò che "in Iran il gruppo rispetterà i contratti già in essere, ma non ne firmerà di nuovi. Total ha deciso di non firmare un nuovo contratto. Lo faremo anche noi".
In un'interrogazione a risposta immediata presentata in commissione Esteri di Montecitorio il vicepresidente dei deputati Pd, Alessandro Maran ha ieri dichiarato che "il governo deve rafforzare gli strumenti di controllo contro il rischio che alcune aziende italiane concludano accordi commerciali con ricadute sul programma nucleare militare iraniano". La preoccupazione è proprio questa, che parte degli investimenti italiani confluiscano nel programma nucleare di Ahmadinejad. Maran ha ricordato che in Iran sono presenti i più grandi gruppi industriali nazianali: Eni, Tecnimont, Edison, Ansaldo, Fiat, Fata, ma anche compagnie medio- grandi attive in prevalenza nei settori civili o energetici.
Secondo alcune fonti giornalistiche, in particolare il Wall Street Journal, alcune imprese, come la Carlo Giavazzi Space, hanno concluso accordi, e sembra si apprestino a rinnovarli in futuro per contribuire ai programmi satellitari Mesbah per telecomunicazioni, che comprendono anche il trasferimento di importanti tecnologie Know- How. Maran ha chiesto se il governo può confermare queste notizie. "Lasciare l'Iran? Veramente ci sono ancora 22 societa' italiane attive nel paese, e si tratta di grandi nomi, da Tecnimont a Eni, da Danieli a Edison. La verità è che se ci fossero finanziamenti e coperture assicurative, qui ci sarebbero contratti per i prossimi cinquant'anni": è lo sfogo, raccolto da AdnKronos, di un manager italiano, che opera a Teheran da molti anni e vive quotidianamente la realtà iraniana cogliendone potenzialità e contraddizioni.
(5 gennaio 2010)










