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L' INTERVISTA. A don Pietro Borrotzu, direttore regionale della Pastorale del Lavoro

 

di Silvia Boschetti

E' il giorno dello sciopero generale della Sardegna e accanto ai manifestanti, in difesa delle ragioni del lavoro e dello sviluppo, c'è anche la voce autorevole della Chiesa. Non una presenza di contorno, ma una partecipazione fortemente voluta con l'intento di unire la sua voce al grido forte e determinato che oggi unisce tutte le forze sarde in nome del lavoro e dell'importanza che ha per la dignità dell'uomo.  A spiegare mentre cammina nel corteo tra la folla di lavoratori le ragioni di questo essere in campo don Pietro Borrotzu, direttore regionale Sardegna della Pastorale del Lavoro: "La nostra partecipazione allo sciopero del 5 febbraio vuole essere un segnale del nostro incoraggiamento e della nostra solidarietà".

In questi ultimi anni l'avvento della crisi ha provocato un deciso peggioramento delle condizioni socio economiche dell'isola . Qual è la situazione attuale?

C'è una vera e propria emergenza, ormai siamo oltre una situazione ordinaria e non è più possibile rinviare gli intereventi a contrasto. Il lavoro è diventato per tanti un bene non disponibile: soprattutto per tanti giovani per i quali è ormai un miraggio evanescente e sempre più lontano, che li costringe ad una totale revisione del progetto di vita e a spostare sempre più in avanti scelte fondamentali, legate, insieme con il lavoro, alla propria identità e dignità di persone. Per altri il lavoro è un bene sottratto, con le conseguenze negative che sono sotto gli occhi di tutti, perché intaccano l'identità dei lavoratori e vengono svalutati i diritti e le responsabilità che da esso scaturiscono. Tutti i territori della Sardegna stanno vivendo in modo drammatico questa situazione. Porto Torres, Portovesme e il Sulcis, la Sardegna centrale sono i luoghi in cui questo dramma si sta verificando in modo più evidente in questi ultimi giorni. La crisi riguarda migliaia di lavoratori, le loro famiglie, interi territori.

Di fronte a questo scenario quale può essere il contributo della Chiesa?

La Conferenza Episcopale Italiana ci ha indicato la direzione :"... dobbiamo raccogliere questo grido, non possiamo rimanere insensibili". Il Papa ha amplificato il grido dei disperati, invitando a "fare tutto il possibile per tutelare e far crescere l'occupazione, assicurando un lavoro dignitoso e adeguato al sostentamento delle famiglie". Sollecitati da questi solenni pronunciamenti, uniamo la nostra voce, che è, anzitutto, di condanna verso quelle aziende che non stanno dimostrando la necessaria responsabilità sociale, che considerano l'uomo lavoratore alla stregua di un ingranaggio dei macchinari, che hanno sfruttato le risorse, spesso le agevolazioni, i territori avendo come unico fine il profitto.

Con quali proposte credete sia possibile offrire un contributo concreto per un vero processo di risanamento sociale ed economico?

Cominciamo con il rivolgere un appello alle Istituzioni, all'Amministrazione regionale e al Governo centrale, perché si costruisca una risposta straordinaria ad una crisi eccezionale. In particolare, poi, crediamo che una percentuale importante di risorse va indirizzata al fine di "perseguire quale priorità l'obiettivo dell'accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti". Riteniamo, inoltre, che si debbano potenziare le misure di contrasto alla povertà, attraverso un programma straordinario e pluriennale. Il problema della povertà, da tempo denunciato, non è stato per nulla intaccato dalle azioni messe in campo fino ad ora. Per quanto riguarda poi i lavoratori e le loro famiglie assicuriamo il sostegno e la vicinanza durante le varie fasi della lotta, che si preannuncia dura.

 

(5 gennaio 2010)

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