LA POLEMICA. No al nucleare: Governo contro Regioni

 

di Ester Crea

Sul nucleare è muro contro muro. Da un lato il governo, che ha scomesso sul ritorno all'atomo entro i prossimi dieci anni. Dall'altro le regioni che, nel pieno della campagna elettorale, cavalcano l'ostilità e le paure ancora presenti nella maggioranza degli italiani. L'ultima stoccata, stamattina, l'ha messa a segno il ministro Scajola, che per mettere le cose in chiaro sulla titolarità delle scelte strategiche in materia di energia, ha deciso di impugnare dinnanzi alla Corte Costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che impediscono l'installazione di impianti nucleari nei loro territori. E per la prossima settimana, ha già annunciato altre due mosse: la prima è l'approvazione definitiva in Consiglio dei Ministri dei criteri per la scelta dei siti dove costruire le centrali ("strumento fondamentale, permetterà alle imprese di iniziare il percorso per richiedere le autorizzazioni", ha sottolineato lo stesso Scajola annunciando il provvedimento). Dovrebbe poi tornare al ministero dello Sviluppo, controfirmato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti, il decreto per lo statuto dell'Agenzia per il nucleare, "per poi provvedere nelle settimane successive alla nomina dei membri".

Per quanto riguarda le leggi regionali, Scajola in una nota ha spiegato che "l'impugnativa delle tre leggi è necessaria per ragioni di diritto e di merito". "In punto di diritto - ha osservato il Ministro - le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l'esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell'ambiente, della sicurezza interna e della concorrenza (articolo 117 comma 2 della Costituzione). Non impugnare le tre leggi avrebbe costituito un precedente pericoloso perché si potrebbe indurre le regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie per il Paese".

A dire no al nucleare, in realtà, la scorsa settimana era stata tutta la Conferenza delle Regioni bocciando, con un parere non vincolante, lo schema di decreto legislativo per l'individuazione dei siti dei nuovi impianti. Non avevano votato a favore del parere solo Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre la Lombardia si era astenuta.

Certo è che la campagna elettorale per le prossime elezioni regionali non sta favorendo il dialogo. "In Puglia - ha chiarito il presidente Nichi Vendola - non vogliamo centrali nucleari, non vogliamo depositi di scorie nucleari, non vogliamo il transito di materiale a 'cavallo' tra usi civili e usi militari. E voglio ricordare a tutti che abbiamo condiviso una legge molto forte, molto innovativa che era la nostra risposta a quella terribile legge che il governo aveva fortemente voluto con un decreto poi convertito dal Parlamento, che espropria le Regioni e i territori del potere decisionale sul proprio destino".

Una legge contro la quale, va ricordato, sette regioni (Toscana, Piemonte, Calabria e Liguria, Umbria, Emilia Romagna e Lazio, a settembre) hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Tant'è che Ermete Realacci (Pd) commentando la decisione del Consiglio dei Ministri di impugnare le leggi contro il nucleare di Puglia, Basilicata e Calabria stamattina ha parlato di "debole ritorsione".

Il tema rischia dunque di trasformarsi nell'ennesima sterile contesa tra Governo e Regioni. E' questa la posizione della Cisl, espressa dal segretario confederale Gianni Baratta in una nota. "Ci dispiace che un tema importante per le famiglie e per le imprese come il futuro energetico del nostro paese sia diventato terreno di scontro ideologico tra il Governo ed alcune regioni", sottolinea Baratta. " Serve più equilibrio ed un atto di responsabilità  da parte di tutti. Abbiamo bisogno di una unicità di indirizzo sui temi delle nuove fonti energetiche e della tutela dell'ambiente.  Tutti i paesi occidentali hanno  saputo trovare il giusto equilibrio sulle diverse fonti di approvvigionamento e  non si capisce perché solo l'Italia non riesca a trovare ancora una  posizione di sintesi tra i vari interessi in campo. I cittadini italiani vogliono sapere in maniera chiara  come si fa ad uscire da un sistema energetico che importa l'80% di combustibili (petrolio e gas) e il 15%  di energia elettrica, tra l'altro prodotta con generatori nucleari. Le imprese ed i lavoratori vogliono sapere come si fa a garantire il nostro apparato industriale, con i costi attuali dell'energia che sono di un buon 30 per cento superiori alle altre economie europee.  Queste sono le domamde a cui le istituzioni e la politica devono saper rispondere in maniera univoca, senza ricadere nelle polemiche e nei personalismi che hanno contrassgnato la vita politica degli ultimi vent'anni".

(4 febbraio 2010)

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