di Ester Crea
Un tavolo di confronto con Telecom e con il Governo. Lo chiede la Cisl all'indomani delle indiscrezioni di stampa che danno per prossimo il matrimonio tra l'azienda italiana e Telefonica. A preoccupare il sindacato è soprattutto il destino della rete. "Aver venduto attraverso le privatizzazioni degli anni '90 alcune reti materiali ed immateriali di questo paese, è stato l'errore strategico che oggi emerge in tutta la sua gravità". Così Annamaria Furlan, segretario confederale Cisl, mette in risalto uno dei nodi di quella che all'epoca fu definita "la madre di tutte le privatizzazioni", ma che fu soprattutto la madre di errori clamorosi, i cui effetti si prolungano fino ad oggi.
La madre di tutte le privatizzazioni. Era l'estate del 1997 ed all'epoca il gruppo aveva una capitalizzazione di tre volte superiore a quello di Telefonica. Poi sono arrivati i privati: prima la Fiat che, con appena lo 0,60% del capitale, salì sul ponte di comando per scenderne subito dopo con una plusvalenza miliardaria, poi la società ha continuato ad essere comprata e venduta, da Roberto Colaninno e Marco Tronchetti Provera, fino a Telco, sempre e solo attraverso la leva del debito. A tredici anni di distanza il bilancio è disastroso, se lo misuriamo con il parametro degli interessi nazionali: mentre in altri Paesi europei come Francia, Germania e Spagna, nella telefonia, si sono costruiti dei campioni internazionali in grado di essere competitivi sui mercati e di produrre dividendi eccellenti, in Italia la navicella Telecom arranca nel mare aperto della telefonia in continua evoluzione.
Il nodo della rete. Gli investimenti sulla rete tradizionale languono (ne sanno qualcosa i lavoratori e le aziende delle installazioni tlc, costrette ad un massiccio ricorso alla Cig) e quelli sulla rete a fibre ottiche di nuova generazione non si sa quando mai partiranno. Che garanzie potrà mai offrire un player internazionale come Telefonica rispetto ad un interesse prettamente nazionale (l'infrastruttura a banda larga), che ha costi elevati e ritorni da verificare nel tempo? Da qui l'ipotesi sostenuta da più parti, sindacato compreso, di affidare la rete ad una società ad hoc pubblico-privata costituita tra gli operatori del settore e le istituzioni.
Adiconsum: la proprietà allo Stato. A rilanciare la proposta oggi è l'Adiconsum, che si spinge fino a chiedere il ritorno della rete in mani pubbliche. "È ormai palpabile il forte rischio di consegnare in mani straniere un settore sensibile e delicatissimo, come quello delle telecomunicazioni" e lo Stato, avverte Pietro Giordano, segretario nazionale Adiconsum, "non può non essere proprietario di un bene importantissimo ed inalienabile come la rete telefonica e non può consentire che i costi di manutenzione ed ammodernamento ricadano sulla collettività". Chi dovrebbe pagare allora? Per l'Adiconsum i costi di manutenzione e ammodernamento della rete dovrebbero essere ripartiti fra i vari operatori, in misura proporzionale alla quota di mercato posseduta. La partita, però, è complessa ed appena all'inizio. Ma poiché dal suo esito dipenderà il futuro di un asset strategico per lo sviluppo del sistema-Paese, la Cisl chiede di inserire la questione tra le priorità in agenda nel confronto governo-sindacati.
(3 febbraio 2010)










