di Rodolfo Ricci
Un italiano su due dichiara redditi annui sotto i 15.000 euro mentre, se si considerano i più "fortunati", cioè quelli che dichiarano oltre 100.000 euro, il numero scende drammaticamente: solo uno su 100. È quanto risulta elaborando i dati sulle dichiarazioni dei redditi 2009 relative ai guadagni del 2008 diffusi dall'Agenzia delle Entrate su FiscoOggi. In tutto a dichiarare sotto i 15.000 euro nel 2009 sono stati 19.832.302 connazionali, cioè il 48,2% dei poco più di 41 milioni di contribuenti "censiti". Tra questi la "classe" più corposa è quella tra i 12.000 e i 15.000 (3,9 milioni di contribuenti). Mentre sono solo 305.890 quelli che dichiarano "zero". I contribuenti che, dal lato opposto della graduatoria, hanno le dichiarazioni più ricche sono in tutto 395.562, appena lo 0,96% del totale. Infine un terzo dell'ammontare totale (785.902.881 euro) è rappresentato dalle fasce intermedie: quella tra i 15.000-20.000 euro e 20.000-26.000 euro. In queste due fasce si concentrano infatti 13.037.133 contribuenti (il 31,7%) che hanno dichiarato complessivamente 258.147.410 euro, cioè il 33% del totale.
Bonanni: no una tantum ma riforma integrale - No ad una tantum, per il fisco serve una vera e propria riforma. Ad affermarlo il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che boccia la proposta del leader della Cgil, Guglielmo Epifani, su una detrazione per lavoratori dipendenti e pensionati di 500 euro. "Mi sembra l'attore Albanese che 'ci vuole sempre di più'. Oggi- ha sottolineato Bonanni durante la trasmissione Otto e mezzo - non servono grilli parlanti e bisogna leccare la polvere e lavorare per trovare soluzioni". "Anche io potrei chiedere mille euro ma - ha detto - chiedo invece una cosa sola: una riforma del fisco integrale. Siamo stufi di pagare la bolletta Italia per tutti". La battaglia sulle tasse non è per rivedere una parte per rivedere integralmente, rivoltare "come un calzino" l'impianto fiscale italiano."I ceti meno abbienti e i ceti medi debbono poter pagare meno tasse. Quello che pagano in meno deve essere spostato - ha proposto Bonanni - sui consumi, in modo tale che chi ha di più spende di più e paga più tasse, chi ha meno spende meno e paga meno tasse".
Montezemolo,pagare tutti tasse per pagarne tutti meno - "Bisogna pagare tutti per pagare meno e affrontare con coraggio e tenacia il sommerso. Dalla lotta all'evasione, che rimane ampia, possono venire le risorse necessarie a ridurre le aliquote". Ad affermarlo - sul sito di Italia dell'associazione Italiafutura - è Luca Cordero di Montezemolo. "È una lotta - prosegue Montezemolo riferendosi alla battaglia contro l'evasione fiscale - che va condotta in modo efficace, senza inutile accanimento verso quei contribuenti onesti, cittadini e imprese che già pagano le tasse. E ne pagano molte. Tasse così alte, come quelle che si pagano attualmente - conclude - sottraggono potere d'acquisto alle famiglie e riducono la competitività del Paese".
Imprese: persi 5 punti pil per bassa produttività - La perdita di competitività che ha interessato le merci italiane negli anni 2000 dipende non tanto dalla "concorrenza sleale" di alcuni paesi emergenti quanto da una mancata crescita di produttività, da una scarsa innovazione e da condizioni sfavorevoli che rendono l'Italia poco "attraente" agli occhi degli investitori esteri per iniziare un'attività d'impresa. È quanto emerge dallo studio effettuato dall'Area Research & Intelligence di Banca Monte dei Paschi di Siena che ha attentamente analizzato il fattore competitività nel sistema economico italiano. Negli anni 2000, infatti, l'Italia perde competitività proprio nei confronti dei principali competitors che appartengono alla stessa area valutaria, Germania in primis. Se l'Italia, tra il 2000 ed il 2008, avesse assistito ad un incremento di produttività così come avvenuto in Germania la sua quota di esportazioni mondiali, invece che restare invariata, sarebbe cresciuta di oltre l'1%, con un aumento di export di 78 mld di dollari (pari a circa il 5% del Pil). All'interno del manifatturiero però non mancano settori che sono andati in controtendenza. Tra il 2000 ed il 2008, infatti, si registrano incrementi significativi di quote di esportazione per il comparto dei metalli di base e dei prodotti in metallo (in particolare i microsettori del ferro ferroleghe ed oggetti in ferro, tubi, oggetti in rame, metalli preziosi e semilavorati), per quello dei macchinari ed apparecchi (in particolare macchine per la formatura dei metalli ed altre macchine per impieghi speciali tra cui le macchine per le cave, miniere e cantieri), per i prodotti raffinati da petrolio, per i prodotti alimentari (soprattutto prodotti a base di carne e le paste alimentari) e per quelli farmaceutici (in particolare i medicinali ed altri preparati). Lo studio dell'Area Research&Intelligence del Gruppo Montepaschi, evidenzia come la perdita di competitività dell'Italia è imputabile a mancati aumenti di produttività. L'analisi del costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) è evidente, non solo per il totale economia ma anche per i singoli settori. Mentre per il settore manifatturiero e per i servizi finanziari l'incremento delle retribuzioni va a colmare un ritardo che l'Italia ha nei confronti dell'Europa, le retribuzioni lorde del settore dei servizi non finanziari risultano di circa il 15% più elevate della media europea. Negli anni analizzati (2000-2008) il divario rimane evidente seppur in riduzione. Su alcuni settori del manifatturiero la concorrenza di alcune aree emergenti è particolarmente forte a causa di caratteristiche intrinseche del settore. L'Italia, infatti, storicamente esporta beni di settori a basso contenuto tecnologico (esempio tessile e abbigliamento) risentendo della concorrenza cinese. Interessante però notare che anche in settori a più elevato contenuto tecnologico (ad esempio l'automobilistico ed il chimico) le esportazioni italiane sul totale mondiale hanno registrato incrementi trascurabili.
Negli ultimi anni purtroppo il paese non è risuscito ad accrescere il suo investimento in tecnologia ed in R&S ed il ritardo con la media Ocse è divenuto ancora più evidente. Il gap italiano rimane infatti molto ampio nei confronti della media Ocse per quanto riguarda l'innovazione, la ricerca, l'uso di internet, etc. Tra il 2000 ed il 2008 mentre l'Ue-27 aumenta la propria quota di mercato delle esportazioni manifatturiere, malgrado la concorrenza cinese, l'Italia ne subisce una riduzione. L'Italia, conclude lo studio, oltre ad aver perso competitività nel manifatturiero, è svantaggiata rispetto agli altri paesi europei nella capacità di attrarre investimenti diretti all'estero. I ritardi italiani rispetto a paesi quali Francia e Germania che emergono dai dati di Doing Business della Banca Mondiale sono evidenti: l'Italia ha forti ritardi nell'attuazione dei contratti e nella pressione fiscale per le imprese. L'incidenza delle tasse per un impresa è molto elevata rispetto ai principali competitors (il 68% dei profitti prima delle imposte, contro il 44,5% della media europea). Pesa sul dato un'eccessiva tassazione del lavoro che copre il 43% dell'incidenza totale.
(2 Febbraio 2010)















