di Ester Crea
La Consob indaga. Bisognerà attendere la prossima settimana, quando è in programma l'incontro tra i vertici della Telecom ed il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, per capire cosa c'è di vero nelle indiscrezioni sulla possibile fusione tra il gruppo italiano e la spagnola Telefonica riportate da Repubblica. Per ora il governo si è affrettato a smentire l'ipotesi di un via libera "politico" all'operazione. La Borsa però ci ha creduto e la Consob ha deciso di avviare tutti gli accertamenti, a 360 gradi, a cominciare da quelli sull'operatività sul titolo, a iniziare ovviamente da chi ha comprato e chi ha venduto, o su chi sono gli intermediari più attivi e per conto di chi operano. Già due volte nelle settimane passate, in presenza di indiscrezioni di stampa che indicavano per Telecom un futuro nelle mani di Telefonica, la Commissione era intervenuta sugli azionisti italiani di Telco (il 5 gennaio e 22 gennaio) e (sempre il 22 gennaio) attraverso la Cnmv (la Consob spagnola, ndr) anche su Telefonica.
Analisti spagnoli scettici. Eppure, gli analisti spagnoli restano scettici su un'operazione che avrebbe poco senso strategico nell'immediato, molti ostacoli di tipo politico e diverse ripercussioni negative per la compagnia iberica, prima fra tutte il nodo Brasile dove sorgerebbero grandi problemi di Antitrust. Secondo uno studio della casa d'affari Bernstein, Telefonica dovrebbe pagare ogni azione Telecom tramite scambio di carta contro carta l'equivalente di 1,55 euro contro i circa 1,1 euro quotati dalla società italiana a Piazza Affari (valorizzando così Telecom Italia oltre 20,7 miliardi di euro). Quanto al Brasile, dove le due società controllano oltre il 50% del mercato, si aprirebbero gravi problemi di concorrenza. Infine alcuni esperti sottolineano i molti ostacoli di tipo regolatorio e politico che Telefonica incontrerebbe in Italia.
Il nodo politico. Interpellato sulla questione, Scajola ha preferito tagliare corto: si tratta solo di "molte parole, molte chiacchiere. Troppe". Ma la vicenda Telecom resta un nervo scoperto anche per il Pd. Tant'è che il primo commento è stato affidato direttamente al segretario Pierluigi Bersani, con un riferimento fin troppo facile: i 3 miliardi spesi in nome dell'italianità nell'operazione Cai-Alitalia. "Sarebbe curioso se ora ci facessimo portare via la rete della Telecom", ha argomentato. La risposta a stretto giro è arrivata dal viceministro Paolo Romani. "La rete - ha detto Romani parlando con i giornalisti alla Camera - è un'infrastruttura radicata in Italia. Oggi abbiamo una governance italiana con un socio spagnolo. Nell'ipotesi di una fusione, di cui non conosco i meccanismi e che sicuramente non c'è, e dunque nel caso in cui una multinazionale diventasse socio di maggioranza, o addirittura proprietario della rete italiana, siccome non può delocalizzare, intravedo il rischio che una società di questo tipo privilegi gli investimenti in altri Paesi piuttosto che nel nostro". Insomma, il nodo non riguarderebbe tanto l'italianità, ma le risorse.
Giacomassi (Fistel): in gioco il futuro del sistema-Paese. La vicenda è seguita con attenzione anche dal sindacato, "e non solo per i suoi risvolti occupazionali", precisa Armando Giacomassi, segretario generale Fistel Cisl. In realtà le voci di una possibile fusione tra Telecom e Telefonica circolano da diverso tempo. "Ancora prima di Natale sembrava che la cosa fosse fatta", ricorda il sindacalista. Praticamente, se n'è cominciato a parlare già all'indomani dell'ingresso di Telefonica nell'azionariato Telecom. "Ciò che prima di tutto ci interessa - aggiunge Giacomassi - è il piano industriale, con tutto ciò che esso comporta in termini non solo di garanzie dei livelli occupazionali, ma sul piano delle strategie, degli investimenti. Sto parlando del futuro non solo di questo gruppo, ma dell'intero sistema-Paese in relazione alla prospettive che potrebbero aprirsi con un serio investimento su un'infrastruttura strategica come la rete di nuova generazione. Parliamo di cifre superiori ai 10 miliardi di euro. Telefonica in che misura avrebbe interesse ad investire sulle fibre ottiche in Italia?". Insomma, per Giacomassi il problema dell'italianità nel caso di un'azienda come Telecom Italia c'è, eccome.
L'azienda, da parte sua, non commenta. Ieri, però, rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente del gruppo, Gabriele Galateri di Genola, sui rapporti con Telefonica e in particolare sul futuro della rete fissa e mobile di Telecom Italia, aveva risposto che "si tratta di temi strategici, e quando e se ci sarà il momento di parlare di diversi rapporti con i soci si affronteranno anche questi temi". Un po' poco per Giacomassi, che chiede di inserire la questione della rete a banda a larga "nell'agenda del confronto che come sindacato portiamo avanti con il governo".
(2 febbraio 2010)










