SARDEGNA: 80% del gettito da lavoro dipendente

 

In Sardegna la mobilitazione per cambiare il sistema fiscale e tributario assume un significato ancora più forte. Infatti, più che altrove, sul reddito personale e familiare incide una situazione di crisi che ristagna da anni e un'arretratezza degli assetti produttivi e infrastrutturali che porta a disoccupazione, precarietà, bassi salari e pensioni, inferiori alla media nazionale. Il report presentato da Mario Medde, segretario generale Cisl sarda

1. La crisi finanziaria e produttiva è purtroppo ben lungi dall'essere superata, ed è soprattutto nel lavoro che si riversano gran parte dei problemi ancora insoluti.
L'economia reale stenta a ripartire, e sono in primo luogo le aree più deboli a pagare lo scotto del collasso del sistema finanziario e produttivo.
Gli indicatori economici, a iniziare dal prodotto interno lordo e dalla sua variazione annuale, attestano incrementi inadeguati ad un rilancio della crescita economica in grado di attutire l'impatto negativo della crisi sulla società, sul lavoro e sulle stesse imprese.
2. Ecco perché il rilancio delle politiche per lo sviluppo del Meridione rappresenta, soprattutto in questa fase, una priorità per le forze sociali, per i partiti, ma soprattutto per il Governo, e per le stesse Regioni e istituzioni locali del Sud.
La ragione fondamentale sta nel peggioramento delle condizioni strutturali di debolezza del tessuto economico e sociale. I principali indicatori attestano, infatti, un ulteriore impoverimento a causa della sovrapposizione degli effetti della crisi internazionale con una lunga stagnazione economica che ha caratterizzato il Meridione.
In secondo luogo, perché in Europa e nel Mondo è un momento di svolta nelle dinamiche dell'economia e delle istituzioni e, come accade per le scelte epocali, il Meridione non può trovarsi impreparato e con strategie residuali.
Ancora una volta, infatti, l'alternativa non è la stagnazione, ma una regressione o il progresso.
L'altra ragione sta negli scenari nazionali che è necessario modificare, in quanto decisamente sfavorevoli alle politiche di sostegno e di promozione dello sviluppo nel Sud. Negli ultimi dieci anni è infatti aumentata l'intensità della spinta nordista, nelle dinamiche politico-istituzionali e in quelle economico-sociali.
Sono ovviamente del tutto condivisibili, e da veicolare anche nelle istituzioni locali e regionali, le proposte per rilanciare le politiche per il Meridione: a iniziare dalla richiesta di dare certezza al trasferimento delle risorse ordinarie e di garantire un loro utilizzo efficace, tempestivo e senza sprechi.
Altrettanto urgente è l'accreditamento delle risorse del Fondo Aree Sottoutilizzate (FAS) per le regioni del Sud, circa 22miliardi di euro (2,2miliardi per la Sardegna).
Per quel che concerne l'utilizzo delle risorse per il Sud, diventa prioritaria la proposta di accelerare la spesa ordinaria e di riqualificarla, di rafforzare e migliorare i servizi pubblici per le persone e il territorio (scuola, sanità, assistenza), di garantire da parte delle Regioni una progettualità efficace e di qualità nell'utilizzo dei fondi strutturali; possibilmente senza ricorrere ai cosiddetti progetti coerenti.
Alla luce delle difficoltà delle Regioni di utilizzare al meglio le risorse e dello Stato di garantire la continuità dei trasferimenti ordinari e straordinari, diventa di grande rilevanza la proposta della Cisl per un patto di responsabilità per il Sud.
Un patto per il Sud deve però essere affrontato su tre versanti: come questione regionale, come questione nazionale e come problema europeo.
Si pensi al ruolo del Meridione nell'area di libero scambio, al futuro dei fondi strutturali e dunque alle politiche regionali, alle scelte sulla fiscalità di vantaggio o di sviluppo.
Per quel che riguarda la Sardegna c'è da sottolineare che l'attuale crisi non ha precedenti nella storia della sua autonomia. Non solo per le conseguenze prodotte nel tessuto industriale dell'Isola, che registra le scelte di abbandono da parte delle multinazionali, e che il sindacato sta contrastando con tutte le sue forze, ma anche per il lungo periodo di stagnazione dell'economia sarda.
Inoltre, gli svantaggi derivanti dall'insularità, a causa anche del peso sfavorevole dell'assenza di prossimità nelle relazioni economiche e nella mobilità delle persone, creano effetti moltiplicatori nelle diseconomie delle imprese ed effetti negativi nelle strategie dello sviluppo.
Questo, dunque, è per la Sardegna un momento difficilissimo (330mila le persone al di sotto della soglia di povertà e più di 100mila i lavoratori che utilizzano la varietà degli ammortizzatori sociali).
In questo contesto è facile allora che si indebolisca ulteriormente la coesione sociale e che venga meno anche la tenuta civile e morale di un popolo.
Inoltre, a fronte di una caduta degli investimenti per lo sviluppo e della capacità di attrazione dell'Isola per nuove intraprese, c'è anche l'altro rischio dell'inserimento di forze e di capitali torbidi.
Un'esigenza necessaria e sentita è un nuovo patto costituzionale tra la Sardegna e lo Stato, per approvare un nuovo statuto che ridiscuta poteri, risorse e funzioni da trasferire, ma anche un nuovo assetto più efficace e migliore delle istituzioni sarde.
Sulla Sardegna bisogna dunque evidenziare la sua specificità e specialità, anche nell'ambito delle politiche per rilanciare lo sviluppo e il lavoro nel meridione. Il suo essere Isola, e le vicende storiche, culturali e politiche che hanno accompagnato l'origine e il dispiegarsi della questione sarda, necessita di proposte in grado di calarsi nella peculiarità delle vicende dello sviluppo, del lavoro e delle istituzioni. È indispensabile però un'alleanza tra le regioni del Sud per affrontare, con i necessari rapporti di forza, un nodo storico, nazionale ed europeo ancora irrisolto.
3.C'è però la consapevolezza, proprio per le caratteristiche della crisi in atto, della difficoltà delle politiche per lo sviluppo di garantire, nel breve periodo, un adeguato recupero produttivo e una crescita economica in grado di rilanciare il lavoro e una più equa ridistribuzione della ricchezza.
Ciò avviene in un contesto, peraltro, già fortemente segnato da uno squilibrio distributivo e sul piano fiscale e tributario, da una contribuzione diseguale tra lavoro dipendente, autonomo, profitti e rendite.
4. In questa fase, dunque, diventa prioritario l'obiettivo di un contenimento delle diseguaglianze e di una redistribuzione del reddito in grado di garantire maggiore giustizia sociale ma anche un contributo utile a favorire i consumi e gli investimenti, con un più forte sostegno della domanda interna e con l'acquisizione di maggiori risorse per finanziare lo sviluppo e la crescita economica.
5.Da qui la priorità indicata dalla CISL su fisco, lavoro, salari, pensioni e Mezzogiorno.
Il significato dell'odierna giornata di lotta e sensibilizzazione viene pertanto riassunto nello slogan "cambiamo il fisco insieme!"; attraverso la lotta all'evasione fiscale e contributiva, la richiesta di meno tasse su salari e pensioni, più assistenza sociale e bonus alle famiglie, la lotta agli sprechi nella pubblica amministrazione, e un lavoro dignitoso per giovani, donne e immigrati.
6.Si tratta di obiettivi che mirano ad una riforma del sistema fiscale, quale madre di tutte le riforme.
Si è infatti di fronte a uno dei fondamenti della sovranità degli Stati, poiché è da qui che hanno origine le risorse finanziarie necessarie a finanziare lo sviluppo e i diritti di cittadinanza.
Il fisco e i redditi rappresentano infatti i tasselli fondamentali per smuovere un sistema sociale ingessato e caratterizzato da un costante travaso di ricchezza dal reddito del lavoro dipendente ai profitti e alle rendite.
L'impoverimento del Paese, in particolare del Mezzogiorno e della Sardegna, non è dovuto solo ai ritardi e agli squilibri dell'economia e del sistema produttivo, ma anche ad una concentrazione della ricchezza, che attesta una sua ingiusta distribuzione e che dunque riflette una caratteristica non progressiva del sistema fiscale e tributario.
7. L'80% del gettito erariale del Paese è garantito da lavoratori dipendenti e pensionati, che rappresentano però poco più del 50% del sistema economico. Per quel che concerne l'IRPEF, nel 2000 rappresentava il 34,6% del totale del prelievo fiscale. Tra il 2000 e il 2008 il prelievo è cresciuto del 37,05%. Nello stesso periodo il gettito dell'imposizione sui redditi d'impresa è cresciuto del 50,38%. Il PIL nominale nello stesso periodo ha avuto una crescita del 32%.
Sul complesso delle entrate fiscali il prelievo IRPEF è passato dal 34,61% al 38,69%, quello IRPEG dal 9,2% all'11,29%. Il gettito complessivo di IRPEF e IRPEG, nel 2008, ha rappresentato, dunque, il 49,98% del totale delle entrate tributarie (contro il 43,81% del 2000).
Le trattenute alla fonte sui redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati sono cresciute, tra il 2000 e il 2008, del 49,61%, contro una crescita di poco superiore al 40% dei redditi da lavoro dipendente e del 38,6% del totale delle prestazioni previdenziali in denaro.
La crescita totale del prelievo diretto sui redditi diversi da lavoro dipendente e da pensione si ferma al 33,89% (quasi 16 punti in meno sui redditi da lavoro dipendente e da pensione). *
8.Ecco perché è urgente una riforma del sistema fiscale e tributario, che ne affermi la giustizia all'insegna della progressività, e che promuova una significativa mobilità sociale, insieme ovviamente alle maggiori opportunità lavorative e all'affermazione dei diritti di cittadinanza: in primo luogo quello della conoscenza e dello studio.
9. Le proposte della Cisl si possono, a questo proposito, così riassumere: riduzione del carico fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati; sostegno alla famiglia con il nuovo assegno familiare; incentivare il secondo livello contrattuale con la detassazione; lotta all'evasione fiscale; fisco premiale per le imprese che investono e non riducono l'occupazione; tassazione di rendite e patrimoni; federalismo fiscale.
10. In Sardegna la mobilitazione per cambiare il sistema fiscale e tributario assume un significato ancora più forte. Infatti, più che altrove, sul reddito personale e familiare incide una situazione di crisi che ristagna da anni e un'arretratezza degli assetti produttivi e infrastrutturali che porta a disoccupazione, precarietà, bassi salari e pensioni, inferiori alla media nazionale.
Proprio nei giorni scorsi, nel Sole 24ore, è stata pubblicata la classifica dei redditi dichiarati nel 2008. La sola città di Cagliari occupa la 1a posizione in graduatoria tra le città del Meridione, con un reddito medio annuo di 22.226euro, a fronte della città di Milano, 1a in graduatoria, con un reddito medio annuo di 30.009euro.
Su Cagliari si riflette evidentemente una peculiare configurazione sociale dei suoi abitanti e dall'essere un capoluogo che accentra la quasi totalità dei servizi pubblici statali e regionali. Anche se il dato non rende appieno la situazione sociale, economica e del mercato del lavoro della città. Infatti la probabile verità sta in una concentrazione di reddito e di ricchezza che occulta, in sede di dato medio, una povertà diffusa e tangibile anche negli osservatori del fenomeno povertà.
A confermare questa lettura, in ambiti dove non esiste grande concentrazione di ricchezza, interviene la graduatoria delle altre città capoluogo di provincia. sassari al 75° posto con un reddito medio annuo di 18.871euro; oristano all'83° posto con 18.283euro; iglesias al 105° posto con 16.410euro; carbonia al 107° posto con 16.201euro; lanusei al 115° posto con 14.735euro; sanluri al 116° posto con 13.134euro; villacidro, penultimo in graduatoria, al 118° posto con 11.614euro.
11.  Anche l'imposizione fiscale locale penalizza i redditi più bassi e si scarica infatti sui redditi inferiori ai 26.000euro. Per quel che concerne l'addizionale regionale IRPEF, nel 2008, su un gettito complessivo di 112.270,460mila euro, più di 75milioni di euro vengono versati da una classe ci imponibile sino ai 26mila euro annui. Su queste fasce di reddito ricadono inoltre una miriade di tasse, imposte e tariffe locali che falcidiano il reddito familiare.
12.  Sui salari, come viene documentato in un rapporto del CNEL su "Le relazioni sindacali in Italia e in Europa - retribuzioni e costo del lavoro 2004/2005", il Nord Ovest d'Italia risulta essere l'area con le retribuzioni medie più elevate, ma con un differenziale di oltre 22 punti percentuali in più rispetto al Sud, Sardegna compresa. È comprensibile dunque la condizione di inferiorità anche sul versante previdenziale. Infatti il dato medio delle pensioni in Sardegna è nettamente inferiore a quelle del Centro Nord: il Sud e le Isole registrano un dato medio pensionistico pari a 624,78euro mensili. In Lombardia, tanto per esemplificare, la pensione mensile media di vecchiaia raggiunge 906,12 euro. Da evidenziare, ancora una volta, le 350mila persone che vivono nell'Isola al di sotto della soglia di povertà.
13. Il problema che oggi dunque affrontiamo riguarda: il Governo per una riforma dell'intero sistema fiscale e tributario, la Regione Sardegna e le istituzioni locali sul versante di un sistema impositivo che va rivisto sulla base dei bisogni reali dei cittadini, e della necessaria autonomia finanziaria della Regione e degli enti locali. In questa direzione sono importanti le modalità e i contenuti del federalismo fiscale in Sardegna, e la rinegoziazione del patto costituzionale con lo Stato; in primo luogo attraverso il nuovo statuto speciale e le sue norme di attuazione, così come prevede anche la legge delega sul federalismo fiscale.
In Sardegna, però, si registra un forte ritardo su questo argomento; sia per l'idea errata che non rappresenti una priorità in una fase di crisi economica e sociale, sia per le carenze della politica sulle strategie necessarie a ridare competitività e reale autonomia a tutte le istituzioni sarde.
Invece, la riscrittura dello statuto, e la rinegoziazione con lo Stato degli svantaggi dell'insularità, e le nuove condizioni che derivano dall'attuazione del federalismo fiscale, rappresentano i presupposti fondamentali per costruire una Sardegna migliore, con maggiori opportunità di lavoro e con una crescita economica più funzionale alla competitività del sistema.
14. Come esempio richiamiamo solo alcune questioni che possono essere meglio affrontate e risolte se si definisce un nuovo rapporto con lo Stato sul federalismo fiscale e sullo statuto:
il contributo della Regione alla vita dello Stato, e viceversa, impegna i sardi a decidere su quanto della ricchezza prodotta in Sardegna debba restare nell'Isola, e su quanti e quali tributi pagare a Comuni, Province e Regione.
Altrettanto rilevante è la scelta sugli standard dei servizi e dei costi per la salute dei cittadini sardi. Così come appare non più rinviabile, alla luce anche di altre esperienze europee, decidere quale vantaggio fiscale dare alle imprese che stabilmente scelgono di stare in Sardegna.
In considerazione delle vicende che ormai da tempo trascinano la scuola sarda in una dimensione residuale rispetto agli standard europei la rinegoziazione Stato-Regione deve riguardare anche la definitiva consacrazione, in termini operativi, dei poteri delle istituzioni sarde ad organizzare la scuola nel territorio, ivi comprese le decisioni attinenti al personale e ai contenuti dell'offerta formativa.
La dimensione dei problemi che dovranno essere trattate nel nuovo statuto, necessita dunque di una condivisione anche da parte delle rappresentanze economiche e sociali e degli enti locali.
La proposta di assemblea costituente è indispensabile per dare forza alla negoziazione con lo Stato, ma anche per far si che la nuova carta statutaria rifletta realmente i bisogni e le aspettative di tutti i sardi.
Per quanto riguarda invece il riconoscimento dello status di insularità, c'è da sottolineare come un primo passo sia stato già compiuto attraverso la legge sul federalismo fiscale, che contiene uno specifico emendamento presentato in occasione dell'approvazione della norma.
Si tratta di fare forza su questo primo riconoscimento per rilanciare l'obiettivo di un nuovo piano di rinascita che resta ancora un diritto costituzionale dei sardi.
Accanto alla richiesta che verrà fatta a Regione e Governo nazionale, è però indispensabile avviare una nuova fase di forte pressing nei confronti dell'Unione Europea. Alcuni problemi prioritari dello sviluppo nell'Isola, infrastrutture, energia, trasporti, formazione, fisco, possono essere meglio affrontati se l'unione europea riconosce lo status di insularità sia come condizione di disagio sia come «valore», in una proposta che deve però trovare spazio anche in una norma costituzionale, nella trattativa tra Stato e Regione.

(27 Febbraio 2010)

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