di Giorgio Santini
Dopo il via libera della Commissione, da ieri è in discussione in aula alla Camera il ddl Lavoro. L'emendamento che consentirebbe l'adempimento dell'obbligo di istruzione anche in apprendistato, ha riaperto il dibattito, e le polemiche, sulla qualità e sull'efficacia delle risposte attualmente offerte dal sistema educativo a quei 126 mila giovani tra i 14 e i 17 anni intrappolati nella dispersione scolastica, fuori da qualunque percorso formativo e, credibilmente, esclusi da opportunità qualificate e trasparenti di accesso al lavoro.
È lo stesso dibattito che nel 2006 si era concentrato sulla scelta del precedente Governo, a fronte degli abbandoni e per promuovere il successo formativo, di estendere al primo biennio degli studi superiori l'obbligo di istruzione, finalizzato all'acquisizione per i giovani di un livello omogeneo di competenze chiave "di cittadinanza".
Anche grazie ai ripetuti interventi della Cisl a sostegno di modalità attuative che, proprio in risposta alla dimensione multifattoriale della dispersione non riducessero ma anzi ampliassero, in un quadro di regole chiare e forti standard, le opportunità di apprendimento, l'obbligo non solo è diventato un terreno di cooperazione positiva tra scuola e formazione professionale ma per gli enti accreditati, dopo le modifiche normative introdotte proprio in questa legislatura, è un ambito di autonomo esercizio della propria funzione educativa, basata su una proposta pedagogica la cui caratteristica metodologica è l'integrazione costante tra il sapere e il saper fare.
Se oggi è ancora presto per fare un bilancio sugli effetti dell'innalzamento dell'obbligo di istruzione sulla qualità e sull'andamento delle performance del sistema, è di tutta evidenza, purtroppo, che la questione della dispersione e quella altrettanto delicata della transizione scuola-lavoro restano ancora aperte. È doveroso quindi interrogarsi sulla possibilità di arricchire ed integrare l'attuale configurazione dei percorsi del sistema educativo per offrire ulteriori opportunità di formazione, anche per intercettare quel bacino di drop-out e di insuccesso che, solo nel Sud, riguarda 50 mila ragazzi che arrivano alle soglie dei 18 anni senza alcun titolo di studio e senza qualifiche professionali.
Nelle intenzioni del Governo, stando anche alle dichiarazioni del Ministro Sacconi, la modifica che si intende apportare all'apprendistato vuole offrire un'alternativa alla dispersione attraverso il rafforzamento dei percorsi di apprendimento in ambiente di lavoro finalizzati alla qualifica.
Si tratta di un obiettivo i cui presupposti non possono essere minimizzati o elusi, opponendo pregiudiziali ideologiche che nulla valgono di fronte alla pesante realtà di tanti giovani intrappolati nella dispersione o indotti precocemente ad un lavoro senza futuro.
Per questo la Cisl ritiene che tutto ciò che possa arricchire le opportunità formative e migliorare le chance di accesso qualificato al lavoro debba essere valutato con attenzione e perseguito con grande senso di equilibrio, rifuggendo soluzioni al ribasso e scorciatoie, anche rispetto ad un quadro normativo che fissa inequivocabilmente diritti e doveri, che finirebbero con l'acuire le debolezze del sistema, sacrificandone la promessa di eguaglianza e di pari opportunità e dequalificando la formazione.
Pertanto una anticipazione dell'apprendistato nel contesto dell'obbligo di istruzione può essere praticabile per offrire alternative a chi non trova risposte significative per sé nell'ambito del sistema educativo prima dei 16 anni, solo in presenza di precise condizioni e soprattutto di forti garanzie sul versante della formazione.
Nell'attuale formulazione, invece, l'emendamento appare insufficiente e, senza sostanziali modifiche, non aiuterà i giovani, per cui è pensato, né tantomeno incentiverà il sistema delle imprese ad avvalersi di questa opzione, che appare ancor più complessa e di problematica attuazione dell'apprendistato di diritto dovere, di fatto inattuato proprio per le criticità di gestione della parte formativa.
La proposta che la Cisl ha avanzato, quindi, sollecita il Governo ad una visione più aperta ed effettivamente innovativa dell'apprendistato come percorso di apprendimento e opportunità strutturata di accesso al lavoro, vincolando in maniera esplicita la possibilità di una sua attivazione già nell'ambito dell'obbligo, per i ragazzi che abbiano compiuto i 15 anni, attraverso la frequenza di percorsi di istruzione e formazione professionale fortemente personalizzati che, proprio al primo anno prevedano una quota elevata di formazione obbligatoria, progettata e gestita dagli enti di formazione accreditati.
L'incardinamento di questa modalità di apprendistato all'interno di un percorso professionalizzante consentirebbe di qualificarne il contenuto formativo, anche ai fini del conseguimento delle competenze chiave di cittadinanza, recuperando altresì la mancata applicazione dell'attuale normativa sulla formazione degli apprendisti. Pertanto un giovane che iniziasse il lavoro prima del sedicesimo anno di età sarebbe aiutato a completare il percorso formativo in modo concreto e coerente alla qualifica professionale da conseguire attraverso il contratto di apprendistato, realizzando inoltre una funzione utile per le aziende, che potranno disporre di lavoratori adeguatamente qualificati.
Oltre ogni ideologia e rigidità, assumendo come baricentro l'interesse reale e il diritto dei giovani ad una formazione di qualità che valorizzi davvero il lavoro, la cui funzione educativa non può essere svilita o distorta da soluzioni frettolose e lacunose, la Cisl ha avanzato una proposta chiara e praticabile su cui chiediamo al Governo una riflessione altrettanto aperta e non pregiudiziale, che consenta al Parlamento di indicare, nella più ampia convergenza, una soluzione efficace.
(25 Gennaio 2010)










