RIFORME. Ripartire dal fisco

 

di Carlo D'Onofrio

Ezio Tarantelli non fu "un impolitico, anzi gli effetti profondi della sua azione mostrano il contrario". Dietro alle idee che portarono al decreto di San Valentino e alla successiva battaglia referendaria - ricorda Piero Craveri tratteggiando la figura dell'economista assassinato dalle Br - c'erano il carattere dell'uomo e le sue radici culturali. Radici che, in politica, lo sospingevano verso il Pci ma che, per uno di quei paradossi di cui è intessuta solo la traiettoria intellettuale delle menti libere, dal partito di Berlinguer lo divisero in ciò che gli stava più cuore, vale a dire la ridefinizione della politica salariale e la battaglia contro l'inflazione. Basterebbe questo cenno, lascia intendere Craveri, a testimoniare il carattere autenticamente riformista del pensiero di Tarantelli. Pensiero inclusivo, chiarisce, perché "non postulò mai rotture traumatiche né con la Cgil né con il Pci, cercando sempre di riannodare i fili che l'accordo di San Valentino aveva spezzato, ma senza deflettere di un millimetro dalla sua posizione di principio".
La fine del "sistema consociativo" delle relazioni industriali - così Craveri definisce i rapporti tra sindacati e imprese a partire dalla metà degli anni '60 - non mise capo, però, al sistema "di stampo neocorporativo" che auspicava Tarantelli. Ma costituì comunque "almeno fino al 1993" il riferimento decisivo "per le decisioni che vennero assunte durante la seconda e terza fase di attuazione del Trattato di Maastricht".
Si potrebbe aggiungere che lo "scambio politico" tra politica salariale e politica dei redditi restò in larga inattuato. Non per questo, tuttavia, l'idea alla base della riflessione di Tarantelli sul problema retributivo ha perso di attualità.
Lo dimostra il fatto, rileva il segretario confederale della Cisl Maurizio Petriccioli, che al centro dell'agenda economica e sindacale del Paese campeggia la riforma fiscale. Riforma che non viene invocata solo dal sindacato, ma che trova ora sostenitori pure nel mondo delle imprese. A dimostrazione che "il clima di generale perdita del senso del dovere fiscale", come dice Petriccioli, viene ormai avvertito come un macigno che pesa su tutta la società. L'approdo a questa consapevolezza farebbe probabilmente piacere a Tarantelli, che dell'evasione - come confermano gli aneddoti riportati da Arrigo Pedon - era un implacabile fustigatore. Di fatto senza il suo contributo teorico sarebbe difficile immaginare "il nuovo patto fra Stato e contribuenti" di cui parla Petriccioli.
Non è invece un patto ma "un accordo politico", sostiene Guido Rey, che con Tarentelli ha diviso la stagione all'ufficio studi di Bankitalia, quello che regge oggi il sistema fiscale italiano. Vale, in primo luogo, per gli studi di settore: "Non è vero che sono causa di evasione - osserva sarcastico - Garantiscono invece il principio che le piccole e medie imprese non devono pagare le tasse". Tutto da rifare per lui; e senza troppo timidezze: "Si dice che se si toccano le imprese ci saranno problemi sull'occupazione, ma si diceva così anche quando fu fatto l'accordo sulla scala mobile".

(26 marzo 2010)

vai all'archivio notizie di Settembre

Lavoro: la funzione del Coaching