di Ester Crea
Il 27 marzo di venticinque anni fa era una bella giornata di sole. Ezio Tarantelli usciva dalla Facoltà di Economia e Commercio dell'università di Roma. Aveva appena terminato la sua lezione di economia politica nell'aula 3 e stava raggiungendo la sua automobile, parcheggiata poco distante. Aveva già infilato la chiave nel cruscotto quando si sentì chiamare: "Professore, scusi...". Ebbe appena il tempo di girarsi e di vedere la canna di un piccolo mitra puntata su di lui, poi non vide più nulla. Ezio Tarantelli, il brillante allievo di Franco Modigliani, il consulente del servizio studi della Banca d'Italia, il presidente del Centro studi economici della Cisl, il massimo teorico della predeterminazione degli scatti di scala mobile, moriva così, ucciso dalle brigate rosse, a soli 44 anni, in un assolato mattino di primavera. Un documentario curato dal figlio Luca, che sarà proiettato stamattina nell'aula Tarantelli della Facoltà di Economia dell'università la Sapienza a Roma, ne ricostruisce il percorso umano e professionale. "Per me è stata l'occasione per conoscere meglio mio padre, di leggere alcuni suoi scritti che fino allo scorso ottobre non conoscevo, di ritrovare le persone che lo avevano conosciuto e di riappropriarmi del suo lato umano". Luca Tarantelli parla così del suo lavoro. Ha i riccioli un po' ribelli del padre e lo sguardo mite.
Quanti anni aveva quando ha perso suo padre?
Avevo tredici anni e per me è stato un evento molto traumatico, al punto che per anni ne ho quasi rimosso la figura. Ne avevo una conoscenza, ma era una conoscenza indiretta, mediata dai racconti di mia nonna o di mia zia. Il lavoro fatto per questo documentario, la raccolta delle foto, le interviste, gli incontri con le persone che gli erano state vicine, sono state un modo per riscoprirlo.
E cosa l'ha colpita di più?
La sua carica ideale. Il fatto che mio padre fin dall'inizio avesse voluto mettersi in gioco per migliorare la nostra società. Ho scoperto, ad esempio, l'influenza che il '68 aveva avuto sul suo pensiero e, in qualche modo, ho potuto rileggere la storia del nostro Paese attraverso il vissuto, gli occhi, le passioni con cui mio padre aveva percorso la sua epoca.
Strane caratteristiche per un economista, no?
Non saprei. Di sicuro mio padre era una persona che riusciva ad essere estremamente pragmatica e, allo stesso tempo, profondamente idealista, capace di vivere pienamente le proprie passioni.
Torniamo al 27 marzo dell'85. Ricorda come seppe della morte di suo padre?
Quel giorno era venuta a prendermi a scuola un'amica di mio padre. Senza dirmi nulla, mi aveva portato a casa sua ed ero rimasto ignaro di tutto fino alle quattro del pomeriggio, giocando al computer con a suo figlio. Credo di essere stato l'ultimo a saperlo. Fu mio zio, che era venuto a prendermi, a dirmi in macchina che a mio padre era successo qualcosa di brutto. Mi disse che era stato portato in ospedale. Poi però, arrivando a casa, trovai mia madre in lacrime.
Quali tratti della personalità di suo padre, oggi, sente più vicini a sé?
Sicuramente la predisposizione al dialogo, la voglia di includere le persone e le idee piuttosto che escluderle. Mio padre, poi, era uno che riusciva a dialogare, a discutere, a confrontarsi per ore.
E se dovesse indicare la sua eredità più preziosa?
Mio padre come studioso aveva avuto delle intuizioni notevoli per la sua epoca. Già alla fine degli anni '60 aveva capito, ad esempio, che la società occidentale stava passando dal sistema fordista, incentrato sulla fabbrica, ad un sistema postindustriale fondato sui servizi. Che col '68 era nata una generazione completamente nuova e che le aspettative sociali di questi nuovi gruppi si scontravano con una realtà sociale ed istituzionale ancora arretrata. Mio padre aveva capito che l'Italia per modernizzarsi avrebbe dovuto affrontare una serie di riforme nella cultura e nel mercato del lavoro. Lui insisteva soprattutto sul problema della disoccupazione dei giovani e sul problema di una società il cui stato sociale era fondato soprattutto sulle clientele e dunque poco funzionale all'esigenza di accompagnare lo sviluppo sociale e morale della nostra nazione. Penso che non sia un caso se oggi abbiamo la classe dirigente con l'età media più elevata d'Europa, che il nostro prodotto interno lordo, fatta la tara della crisi, sia da anni tra quelli che crescono meno. E questo perché la nostra società non è una società inclusiva, soprattutto non lo è nei confronti dei giovani.
(25 marzo 2010)










