Breaking News

EUROFOUND: più partecipazione per uscire da crisi

EUROPA

Il dialogo sociale è indispensabile per far avanzare il modello sociale europeo e per poter gestire le evoluzioni del mercato sia da un punto di vista gestionale che occupazionale. E' questa la
conclusione dell'Eurofound al termine del secondo sondaggio europeo dedicato al mondo aziendale e alle pratiche di flessibilità e di partecipazione dei lavoratori. L'istituto di ricerca dell'Unione Europea ha svolto le proprie indagini in 27mila aziende pubbliche e private rilevando come un robusto dialogo sociale abbia aiutato molte imprese a portare avanti la loro attività nonostante la crisi.

Insomma, la ricetta migliore per superare le difficoltà non comprende né panico né licenziamenti, quanto piuttosto l'accordo tra managment e rappresentanti dei lavoratori per raggiungere una maggior efficienza e una migliore competitività sul mercato. Il rapporto individua una serie di punti di forza che la pratica del dialogo sociale ha espresso nell'ultimo, difficile, anno.

Eurofound dimostra come il quadro generale del dialogo sociale europeo sia in un buono stato di forma considerando come sei lavoratori su dieci, il 63%, siano assistiti da un organismo di rappresentanza e come due lavoratori su tre, il 69%, siano garantiti da accordi collettivi. Secondo Eurofound oltre il 60% dei rappresentanti dei lavoratori partecipa ai processi decisionali interni per stabilire regole, procedure e orari di lavoro.

Nelle imprese dove è attiva una rappresentanza sindacale, la maggior parte dei manager, il 70%, è soddisfatta sugli effetti del dialogo sociale e sui meccanismi di collaborazione con il sindacato. Si tratta di una soddisfazione reciproca, dunque, che ha fatto registrare, nel dossier Eurofound, i
picchi maggiori nel Regno Unito, in Romania e in Irlanda. Eurofound individua, al contempo, una serie di criticità che dovrebbero essere superate per migliorare ulteriormente l'efficienza
delle imprese e la condizione generale dei lavoratori.

 Secondo quanto riportato nello studio, un terzo dei rappresentanti sindacali lamenta di non ricevere informazioni complete e aggiornate sulle condizioni finanziare dell'azienda mentre nella maggior parte dei casi si è riscontrato come la partecipazione del sindacato sia di fatto limitata ad alcune specifiche questioni come per esempio quelle relative all'assistenza sanitaria e alla sicurezza sul posto di lavoro. 

Eurofound ha inoltre analizzato quelle pratiche di flessibilità contrattuale e funzionale presenti nelle imprese europee. Implementare le forme di lavoro flessibile è, infatti, uno degli obiettivi della Strategia di Lisbona e il rapporto rileva una decisa evoluzione rispetto a quattro anni fa.

La forma di flessibilità a cui le imprese fanno ricorso maggiormente è quella che riguarda gli orari di lavoro: circa il 56% delle compagnie in Europa utilizza orari flessibili mentre il 68% delle imprese utilizza lavoro straordinario durante i periodi di maggiore attività. In aumento anche i lavoratori assunti con contratti a tempo determinato, utilizzati dal 54% delle aziende ispezionate, che però non ottengono le stesse facilitazioni dei lavoratori a tempo indeterminato per quanto riguarda la formazione.

Si tratta di un indicatore da rivedere nel prossimo futuro considerando che Eurofound definisce la formazione come un elemento particolarmente strategico sia per la produttività sia per la motivazione dei lavoratori. In aumento anche la flessibilità salariale legata alla produttività dei singoli lavoratori: un terzo delle imprese con più di dieci dipendenti ha, infatti, introdotto forme di pagamenti dipendenti dalle performance dei lavoratori o della stessa azienda che riguardano, in media, oltre il 50% dei propri impiegati.

In particolare, il 14% delle imprese europee private con più di dieci impiegati adotta forme di profit sharing. Il paese particolarmente all'avanguardia, da questo punto di vista, è la Francia (35%) seguita dall'Olanda (27%) e dalla Svezia (24%). In questo caso all'Italia va la maglia nera considerando che solo il 3% delle imprese ha adottato qualche forma di partecipazione economica ai risultati dell'impresa.

Molto indietro risultano, invece, le iniziative di azionariato collettivo che spesso, lì dove sono introdotte, sono appannaggio di un ristretto numero di lavoratori. Solo il 5% delle aziende europee adotta, infatti, pratiche di questo genere e l'Italia è, ancora una volta, nelle ultime posizioni: il Paese all'avanguardia è la Danimarca (13%) mentre le aziende italiane sono ancora sotto il 2%.

Manlio Masucci

(12 marzo 2010)

 

vai all'archivio notizie di Luglio