di Ester Crea
Sono 2,7 milioni le persone che, secondo i dati di Eurostat, hanno perso il lavoro lo scorso anno in Eurolandia, un record, di cui 347.000 solo nel quarto trimestre. Sul piano sociale gli effetti, specie in alcuni paesi sono stati pesantissimi. Il caso limite è quello della Grecia. Secondo uno studio condotto dall'organizzazione Kappa Research, sei famiglie greche su dieci sono indebitate e otto su dieci hanno problemi per restituire prestiti e pagare i saldi delle carte di credito.
Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Olli Rehn ha annunciato che "la Commissione Ue è pronta a presentare una proposta per un meccanismo di assistenza europea coordinata e condizionata" per i paesi che, come la Grecia, si trovassero in serie difficoltà finanziarie. Rehn non ha fornito alcun dettaglio sulla proposta, ma secondo indiscrezioni sul tavolo del Consiglio Ue che si riunirà stasera vi sarebbero due opzioni: prestiti bilaterali finanziati direttamente dagli Stati membri, ma coordinati dalla Commissione; oppure un meccanismo di finanziamento attraverso prestiti raccolti sul mercato dalla stessa Commissione, ma garantiti dagli Stati membri (un dispositivo che però è più problematico a causa della clausola 'no bail out' che vieta il salvataggio di un paese dell'eurozona). L'importo finanziario oggetto del prestito dovrebbe raggiungere i 20-25 miliardi di euro.
Intanto, dati alla mano, nel 2009 l'occupazione è diminuita dell'1,8% nei paesi dell'euro, una percentuale che corrisponde a 2,721 milioni di persone, dopo una crescita dello 0,9% nel 2008.
Nei 27 paesi dell'Unione le persone rimaste senza lavoro lo scorso anno sono state 4,021 milioni, pari a un calo degli occupati dell'1,8%. L'occupazione nell'area euro è diminuita dello 0,2% (347.000 persone) nel quarto trimestre del 2009, rispetto al terzo trimestre. Nello stesso periodo, la diminuzione è stata dello 0,3% (583.000 persone) nei Ventisette, secondo le prime stime Eurostat, pubblicate oggi dall'Ufficio statistico dell'Ue.
Si spiega anche così la crescita della sfiducia dei cittadini europei nei confronti dei rispettivi governi. Basta guardare alla dura sconfitta subita dal presidente Nicolas Sarkozy e il suo partito Ump al primo turno delle elezioni regionali in Francia, che si sono svolte ieri. Il partito socialista è diventato infatti la prima forza politica nel paese, al termine di uno scrutinio che ha segnato una ripresa del Fronte nazionale ed è stato caratterizzato da un forte astensionismo.
In crisi anche il premier britannico Gordon Brown, che attacca lo sciopero del personale della British Airways proclamato dal sindacato Unite, l'associazione dei lavoratori più grande della Gran Bretagna. Sette giorni a braccia incrociate, a due riprese con cui hostess e steward intendono paralizzare i voli nei weekend di domenica prossima, il 20 marzo e della successiva, il 27. Una agitazione "deplorevole" e che andrebbe revocata, ha affermato Brown.
Il sindacato Unite ha deciso di proclamare gli scioperi la scorsa settimana, dopo un mancato accordo con l'azienda su precedenti misure di tagli dei costi e riorganizzazione del personale a bordo. Secondo Brown lo sciopero non è giustificato e "non è nell'interesse nazionale". In precedenza altri esponenti del governo avevano espresso una linea simile, mentre questa protesta cade in una fase scomoda per i laburisti, con le elezioni generali attese in primavera e sul cui esito resta una elevata incertezza. Pressioni respinte dal sindacato Unite, riporta la Bbc, che punta il dito contro l'azienda per il fallimento delle trattative su un accordo. Il sindacato ha evitato di proclamare lo sciopero sul cruciale periodo pasquale - dopo che un precedente tentativo, fallito, di sciopero tra Natale e Capodanno aveva comunque creato gravi disagi e polemiche nel Regno - ma ha aggiunto che potrebbe indire altre agitazioni dal 14 aprile.
Le cattive notizie, però, non sono finite. Intanto uno studio internazionale realizzato dal gruppo assicurativo Allianz rende noto che quest'anno, per la prima volta nell'Unione europea, il numero dei lavoratori che andranno in pensione sarà superiore di quello dei nuovi entranti sul mercato del lavoro. Attualmente, sottolinea infatti il rapporto, vivono nell'Ue circa 28,6 milioni di persone di età compresa tra 15 e 20 anni, mentre sono 28,8 milioni i residenti di età pensionabile, cioè tra 60 e 65 anni.
Questo, spiega la Allianz in un comunicato, "significa che il totale delle persone vicine o in fase di pensionamento sarà di circa 200mila unità superiore a quello dei giovani" che finiscono la scuola e si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro.
"Con l'avvicinarsi all'età pensionabile della generazione dei baby boomer, questo gap è destinato ad ampliarsi ulteriormente nei prossimi anni salendo fino a 8,3 milioni nel 2030", ha commentato il capo economista del gruppo tedesco, Michael Heise.
Il problema della disoccupazione nell'Ue, secondo gli esperti della Allianz, non si risolverà semplicemente per effetto della diminuzione della forza lavoro. "La disoccupazione è principalmente un problema strutturale, in quanto la preparazione scolastica e il training dei
giovani molto spesso non corrispondono alle reali esigenze del mercato del lavoro - ha aggiunto Heise -. Il trend demografico non necessariamente si traduce in una perdita di competitività e una marginalizzazione ulteriore dell'Europa rispetto all'area 'Cinamerica'. È però essenziale adattare le condizioni del mercato del lavoro alle necessità di lavoratori più maturi".
Oggi, secondo lo studio, solo un terzo dei cittadini europei tra 60 e 64 anni è ancora attivo nel mondo del lavoro e, sotto questo aspetto, tra i Ventisette ci sono notevoli differenze. Il tasso di occupazione degli ultra sessantenni può variare da un minimo del 13,3% dell'Ungheria a
percentuali vicino al 20% in Francia e Italia, fino ad arrivare a un picco del 63% in paesi come la Svezia o il Giappone.
Se il resto d'Europa raggiungesse il traguardo della Svezia, nel 2030 il mercato del lavoro avrebbe a disposizione 8 milioni di lavoratori in più. Quindi, conclude lo studio, "aumentare la quota dei lavoratori senior è la vera sfida futura delle politiche dei governi".
(15 marzo 2010)










