di Silvia Boschetti
Fabriano - An (dal nostro inviato). La crisi del gruppo Antonio Merloni, storica azienda di elettrodomestici italiana commissariata da un anno e mezzo, raccontata dal punto di vista dei lavoratori. Storie di lavoro che si intrecciano con le storie di vita privata e familiare. Tante le ripercussioni sull'esistenza delle persone, sui loro progetti e sul loro futuro come ci raccontano alcuni operai, ora in cassa integrazione degli stabilimenti Antonio Merloni di Santa Maria e Maragone. Un incontro avvenuto proprio dentro i corridoi vuoti della fabbrica, con le linee di produzione ferme e la sirena della pausa che suona, ma non c'è nessuno ad ascoltarla.
Un mondo del lavoro con le prospettive ridotte al minimo quello che vede Claudia Mattioli, operaia Merloni di Santa Maria, una realtà che annienta. "Cresce sempre di più il senso di angoscia - dice Claudia Mattioli - anzi il rischio è quello di perdere anche la dignità perché si rischia di non essere più noi stessi esempio per i nostri figli e in grado di dirigere la famiglia perchè non ci sono le basi su cui costruirla". Un presente difficile, dunque, dove diventa difficile guardare avanti. "Sono tanti i progetti accantonati - aggiunge Claudia - come l'acquisto di una casa, o di un'automobile. Piccoli progetti di operai che guadagnavano mille euro, però per noi era molto quello che riuscivamo ad ottenere attraverso uno stipendio fisso. Finisce la serenità c'è sempre la paura di restare senza niente, c'è frustrazione poi di vedere che fuori non c'è niente, tutto quello che abbiamo vissuto rimane un ricordo"
Quando chiediamo a Claudia di raccontare cosa prova ad essere tra le mura inattive dello stabilimento e quando i lavoratori hanno cominciato a percepire che le cose non andavano. Ci risponde che "dallo stabilimento pieno di persone adesso si vede solo il pezzo lì fermo, inanimato. Che le cose non andavano più bene, poi, lo si è capito già circa due anni fa, nelle linee di montaggio mancavano spesso i pezzi, si andavano a raccattare viti in giro per finire il pezzo; calava la produzione, capivamo che le cose non andavano, ma non pensavamo fino a questo punto".
Una testimonianza di come tutto ebbe inizio a Fabriano arriva da Pasquale De Michele, ex operaio oggi in Pensione di Santa Maria, che non trattiene l'emozione ripercorrendo i suoi 34 anni di lavoro. "Sono stato assunto alla Merloni nel 1970 e all'inizio si facevano taniche per il cherosene, poi sono arrivate le lavatrici - spiega De Michele - solo 10 al giorno nel periodo estivo, c'era una sola catena di montaggio e si cominciava a parlare di 100 lavatrici al giorno, ma a noi sembrava un sogno. Siamo poi arrivati fino a mille al giorno e con il tempo abbiamo continuato a crescere diventando terzisti e lavorando su commesse e così siamo arrivati a fare fino a 10 mila lavatrici al giorno". La svolta è della prima metà degli anni '80. "dal 1985 in poi - ricorda ancora con orgoglio De Michele - è arrivata l'espansione con la produzione anche di asciugatori, lavastoviglie e frigoriferi, eravamo riusciti ad arrivare ad oltre 15 mila pezzi al giorno fra tutta la gamma dell'elettrodomestico, poi, purtroppo siamo arrivati alla crisi di oggi".
Una situazione precipitata con forti ripercussioni anche sulle tante famiglie che nella fabbrica avevano la loro unica fonte di reddito, come sottolinea Simone Simonetti, operaio nel sito di Maragone a Fabriano, dove si produce l'alta gamma con le lavatrici a carica dall'alto e gli asciugatori. "Sono stato assunto nel 1986 e ora siamo ridotti ai minimi termini. dal 2009 anche mia moglie, che lavorava per una azienda dell'indotto è in cassa integrazione. Ho il mutuo della casa da pagare e le difficoltà sono tante. La nostra speranza è quella di trovare un'alternativa, ma è tutto molto difficile. Con alcuni colleghi abbiamo provato a costituire una cooperativa, ma non riusciamo ad avere credito per finanziare un nuovo progetto".










