YAMAHA, il futuro brianzolo nell'auto elettrica

REPORTAGE

 

di Raffaella Vitulano

Lesmo (dal nostro inviato) - A pochi chilometri da Milano, a una ventina di minuti di metrò, le vittime della crisi finanziaria mondiale sono in costante aumento: licenziati, cassintegrati.
Nella ricca Brianza, quarto polo industriale d'Europa, si delocalizza nei paesi dai salari low cost. Un caso su tutti: la multinazionale giapponese Yamaha falcia in Italia per delocalizzare in Spagna.
A Lesmo, a metà strada tra Arcore e la reggia settecentesca di Villa Gernetto, c'è ora chi pensa che la responsabilità dei tagli non siano solo della multinazionale giapponese, ma piuttosto del management italiano. Gigi Redaelli, responsabile Fim Cisl Brianza, non usa mezzi termini per individuare le responsabilità di chi, tra gli italiani, non ha saputo gestire la vicenza. Furono giorni di tensione, di coraggio e di solidarietà: tutta la popolazione della zona fu vicina a quei quattro operai sul tetto, racconta Eliana Dell'Acqua, della segreteria Fim Cisl Brianza. Il management ottenne proprio l'effetto opposto a quello sperato, l'indifferenza dei brianzoli. La gente portò cibo, coperte. Stretti nella morsa del gelo lombardo di dicembre, i quattro operai resistettero vittoriosi. A distanza di due mesi dai giorni nevosi sul tetto, gli operai brianzoli in cassa integrazione Yamaha continuano ora a lottare per il proprio posto di lavoro. La pianura delle fabbrichette, del resto, oggi conta almeno 30 mila posti a rischio.
Giuseppe Chiricosta, meglio detto Peppe, calabrese, operaio Yamaha, il posto l'ha già perso. Casa sua è giusto sopra la bottega del barbiere di Piersilvio Berlusconi. Ci ospita in casa sua, ci racconta di come la sua vita sia cambiata da tre settimane, da quando è partita ufficialmente la cassa integrazione. Non si perde d'animo, però, è fiducioso e contagia ottimismo ai compagni. Single, si considera fortunato rispetto a chi, con moglie e figli - magari a carico - oggi vive con 700 euro. Lui la moglie la cercava del sud, ma in Yamaha, piena di uomini, non l'ha mai incontrata. Rispetto ad un tempo, quando le ragazze calabresi si trasferivano al nord per seguire i mariti operai, oggi del resto le cose sono cambiate. Ma lui non si scoraggia neppure in questo. Di mattina si sveglia più tardi, poi raggiunge qualche amico a Monza. Sfoglia i giornali in cerca di offerte di lavoro. Risponde a qualche annuncio. Aspetta. E spera. La sera, quando i conti lo permettono, va a ballare. Ma sulla qualità del cibo non deroga. La salute, prima di tutto: quando c'è quella, mai scoraggiarsi.
Qui in Brianza, la crisi mostra le sue contraddizioni. C'è Villa San Martino dove Berlusconi cena con Bossi. C'è Villa Gernetto, reggia-ateneo del premier appena inaugurata. C'è il Lambro inquinato dal petrolio. Ci sono loro, gli operai Yamaha, la cui resistenza è diventata un simbolo, anche tra le istituzioni. Alla vigilia dello scorso Natale la storia trovò ampio spazio sui giornali: quattro operai, Jarno, Mapo, Lele e Tino, salirono sul tetto per 10 giorni a meno 12 gradi per strappare la cassa integrazione straordinaria per 66 persone, che oggi vivono con un assegno da circa 700 euro mensili. Sul tetto dell'azienda campione del mondo di motociclismo, si ripararono dalla neve nelle loro tende igloo da altura, chiusi stretti nei sacchi a pelo.
Il ricordo di Paolo Mapelli, detto Mapo, è ancora vivido dopo due mesi. Magro, fisico da alpinista, capelli neri raccolti in una lunga coda, sorride emozionato rivivendo quei momenti. Il pensiero di aver aiutato gli altri lo conforta dell'intirizzimento e del gelo entrato nelle ossa nelle tende igloo montate alla meglio sul tetto gelido. I lavoratori lanciarono perfino un appello a Valentino Rossi ma lui, campione ingrato, scelse il silenzio. La Fim-Cisl spiegò allora agli inflessibili giapponesi la cassintegrazione straordinaria non è "immorale" ma i licenziamenti ingiusti sì. La Fim fece loro comprendere come il ricorso alla cassa integrazione fosse piuttosto una strada conveniente anche per l'azienda nipponica, che nel frattempo aveva affidato l'incarico di gestire gli esuberi ad un professionista, a un tagliatore di teste, l' head chopper Luciano Tosato. Altro che l'edulcorato George Clooney: quello ha fatto proprio sul serio.
Pazientemente, con la mediazione del sindacato giapponese, la Fim Cisl convinse il management nipponico a riconoscere loro quello che a Tokyo e dintorni è un istituto sconosciuto. Alla terra del karoshi, la morte per superlavoro, alla terra dei suicidi per inadeguatezza e dei manga supereroi sociali gli operai di Lesmo hanno insegnato il concetto di solidarietà e di welfare. Al secondo e ultimo piano dello stabilimento di Lesmo c'è l'ufficio del presidente della Yamaha Italia, Hiromu Murata, giapponese. Quando una delegazione di lavoratori era entrata nell'ufficio per chiedere notizie sui licenziamenti, in quei giorni di dicembre, Murata aveva chiesto scusa e, raccontano gli operai, s'era messo a piangere.
Nell'assemblea dei lavoratori Yamaha (settore commercio e metalmeccanico) organizzata nel pomeriggio, i volti sono tesi e stanchi. Angelo Caprotti, in particolare, rsu di Yamaha Motor Italia, è infuriato per il comunicato stampa pubblicato dalla multinazionale appena una ventina di giorni dall'accordo coi sindacati. Come per magia, i bilanci magri di Yamaha sono diventati brillanti ed in crescita esponenziale. Logico che la Fim si senta, in qualche modo, tradita dai manager. Deluso e amareggiato anche Massimo Cantù, operaio, che dall'azienda si aspettava maggior correttezza.
Oggi, per gli operai di Lesmo, il futuro potrebbe essere nell'auto elettrica e nella riqualificazione industriale del territorio, sotto bandiera italiana e statunitense. Un'imprenditrice, Tiziana Aspesi, ha infatti contattato la Fim-Cisl nei giorni degli operai sul tetto innevato, per coinvolgere i 66 cassintegrati proprio in un progetto di auto elettrica e di distretto energetico. Per ora siamo ancora all'individuazione del sito (Vimercate, il cui sindaco Paolo Brambilla ci racconta come sia determinato nel progetto di polo ad alta tecnologia) e al prototipo; i primi test non si faranno che nel giugno 2011, ma i diciotto mesi di outplacement e di formazione professionale potrebbero rappresentare il tempo giusto affinché i 66 cassintegrati di Yamaha tornino a sorridere.

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(5 marzo 2010)

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