PAKISTAN - IL BLOG DELL'EMERGENZA
(vedi anche il sito dell'Iscos Cisl)
(8 settembre 2010)
Distretto di Nowshera, provincia (impronunciabile) del Khyber-Pakhtunkhwa ex NWFP. Viaggio verso il nord del Pakistan, sino ad arrivare nella prima delle aree più atrocemente colpite dalle alluvioni dello scorso agosto. Non riesco a vedere chiaramente: oltre il vetro di quest'auto che non riesce ad evitare le buche, una coltre densa di polvere e sabbia...opacizza tutto. Forse, con pudore, questa coltre di polvere vuole nascondere il dolore, la tristezza, la solitudine che l'acqua ha lasciato su questa terra dopo essersi ritirata ed aver distrutto tutto. Le case di Nowshera si sono piegate, spaccate e accartocciate sotto l'imponente massa di acqua (l'equivalente in altezza di una palazzina di due piani). A Nowshera Kalan, lungo la riva est del Kabul river vi sono circa 2000 famiglie che attendono, mi verrebbe da dire, Godot..Sulla stessa riva poco più avanti a Pir Sabaq sono circa 11.000 le famiglie che "on attand Godot". Soprattutto in questa provincia del Pakistan vige il sistema della "famiglia allargata": parenti di primo e secondo grado sono pronti a darsi man forte nei casi di necessità. Ma se come nel caso di Mr. Hady Younis, leader sindacale di grande esperienza, tutti i membri della famiglia hanno perso casa ed averi...cosa accade? Non resta che ammantarsi di polvere, o scrollarsela e pensare che da qualche parte è possibile ricominciare. Chi perde la casa in Pakistan, anche tra i più agiati, ha perso quasi tutto. La famiglia senza una casa tetto, non è famiglia. Nella casa sono custoditi tutti gli averi più preziosi. La casa è frutto di grande lavoro di tutti i membri della famiglia e di anni di sacrifici economici. Ecco perché non mi aspettavo una risposta diversa alla domanda "di cosa avete necessità?" ..."di un tetto".
Nota: Sulla via del ritorno alle porte di Islamabad affianchiamo un taxi: sul sedile posteriore sono felicemente incastrate tre capre..Eid Mubarak, povere capre.
Valeria Patruno
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(9 settembre 2010)
L'alluvione è giunta anche a Lahore. La storica capitale del Punjab, il territorio conteso del sub-continente indiano. Ha piovuto interrottamente per ore sino alle 16 di questo pomeriggio. Un pomeriggio cruciale per i musulmani: quello che precede la festa della luna nuova e che apre le porte alle celebrazioni dell'Eid ul Fitr. Tuttavia quest'anno le celebrazioni saranno minime in segno di rispetto e solidarietà verso i circa 20 milioni di pakistani colpiti dall'alluvione che per la festa della luna nuova, quest'anno, più che festeggiare, ringrazieranno di essere sopravvissuti. Siamo imbottigliati in strade totalmente allagate: casse galleggianti, decine di giovani e meno giovani che cercano di spingere oltre le strade divenute torrenti, vecchie "Ape" utilizzate per il trasporto locale che non hanno resistito alla furia dell'acqua. Qualcuno cambia una ruota sott'acqua fidandosi della propria memoria visiva; i bambini nuotano per la strada tenendosi alle gambe dei fratelli maggiori. Stiamo imbarcando acqua anche noi..ma fortunatamente sta cambiando la pendenza della strada. Arrivederci Lahore. Mentre viaggio leggo che vi sono almeno 4 milioni tra donne e bambini che necessitano sostegno. Ma a Nowshera ieri mi dicevano che vi sono alcuni gruppi estremamente vulnerabili di cui nessuno parla, ad esempio le vedove. "Se ne nessuno se ne occupa", mi dicevano "lo faremo noi". Il "noi" non è rappresentato da un'organizzazione internazionale, ma dal sindacato pakistano. Dai pakistani avremmo molto da imparare sulla solidarietà.
Il mio amico Adil, mi diceva sempre di esprimere un desiderio ogni volta che in cielo appariva "la virgola" della luna crescente: forse domani esprimerò un desiderio.
Va. Pa.
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(10 settembre 2010)
E' finalmente festa! E i festeggiamenti sono stati accolti dalla pioggia. Piove ad Islamabad con grandi scrosci e tuoni sempre più minacciosi, ma questa pioggia non impedirà alla nuova luna di sorgere questa sera, ed è il momento che tutti attendono. Una giornata di pioggia ed una serata brulicante. In questa serata il mio pensiero non può che andare alle famiglie alluvionate incontrate a Pir Sabq (Noshera) ieri...Per poter incontrare le donne, ho dovuto visitare le loro case. Ne ho visitate solo alcune, ma quello che ho potuto vedere ha turbato profondamente la vista ed il cuore di una persona che di tragedie umane ne viste molte. E' proprio vero che non ci si può mai anestetizzare di fronte la sofferenza umana. La casa di Bibi (la chiamerò così) è ora abitata da tre famiglie. E' composta da un piccolo ingresso scoperto, due stanze, un buco nel pavimento che funge da bagno chiuso da una tenda. In un angolo un fornello con un mucchio di stoviglie rotte. Entro, in cortile non riesco a respirare: il tanfo di umido e marcio giunge troppo forte e troppo improvviso e non posso fare a meno di tossire. Riesco a stento a vedere Bibi, che, a viso scoperto, si avvicina per salutarmi, perché l'ambiente è invaso da mosche che ho la sensazione di ingoiare in quantità ad ogni respiro. Saluto Bibi: il suo velo ha lo stesso odore di umido e marcio della casa. Vorrei abbracciarla, ma so che la metterei in imbarazzo e mi trattengo. Lei sorride e mi presenta le altre due donne. Attorno a noi conto sette bambini di cui uno di pochi mesi seminudo, carponi per terra. Mi fermo ad osservarlo: ha il viso ed ventre coperti di mosche, si sta avvicinando ad piatto lercio strapieno anch'esso di mosche. Istintivamente dico: "No, no" E' un attimo e Bibi e sopra di lui, lo prende in braccio. Ora posso salutarlo, Razim.
(Va. Pa.)
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(12 settembre 2010)
C'è una parte di popolazione colpita seriamente dalle alluvioni che non riceverà alcun aiuto. Né dal governo pakistano, né dalle organizzazioni internazionali. Il solo aiuto sul quale questa gente potrà contare sarà quello della propria comunità: anch'essa colpita dalla calamità. Questa parte di popolazione "dimenticata" potrà contare solo sulla solidarietà dei pakistani, gli unici a sapere della loro esistenza. Tra questa popolazione "dimenticata" vi sono coloro che vivono in Hazara division, nella provincia del Khyber-Pakhtunkhwa, e coloro che abitano le altissime montagne di tutti i distretti di questa provincia. Per gli abitanti delle alte catene montuose, la scarsa accessibilità ai luoghi gioca un fattore determinante. Ma per la popolazione dell'Hazara division è la politica che gioca un ruolo determinante. Il governo dei partiti islamici della provincia del Khyber-Pakhtunkhwa, infatti, non è particolarmente solidale con questo distretto i cui abitanti non parlano Pakhtun ma Hindko, e non riconoscono il cambiamento di nome della provincia da NWFP a Khyber-Pakhtunkhwa, dal momento che il chiaro riferimento etnico nel nome non li rappresenta. Indipendentemente dalla validità delle "ragioni della politica" restano i racconti che Wazim mi ha fatto mentre visitavo il villaggio di Balakot (nell'Hazara division). Racconta Wazim "Dallo scorso 26 luglio, per sei giorni consecutivi non ha smesso di piovere un secondo a Balakot. Dalle ripidissime pendici delle montagne che coronano il villaggio è giunta a valle una incredibile quantità d'acqua che, a causa della pendenza e quindi della velocità, ha eroso parte delle montagne ma anche tutto ciò che trovava sul suo cammino: in particolare alberi, strade e sentieri, ponti, canali di irrigazione e anche case. Sì, case soprattutto, quelle costruite lungo l'argine del fiume che attraversa Balakot, il fiume Kunhar il cui letto ha più che duplicato l'ampiezza e cambiato il suo corso".
"Ieri sera - mi racconta Wazim - amici mi hanno dato la triste notizia che cinque donne che abitano il mohallah che vedi lì, sopra la montagna retrostante la mia casa, sono morte di parto. Nemmeno le jeep riescono ad accedere in quella zona e il trasporto dei pazienti in ospedale diventa quasi impossibile". Mohallah è il nome locale di piccoli raggruppamenti di case poco distanti dal cuore del villaggio di cui mi accorgo di non avervi detto nulla. Ma chi ha memoria forse ricorderà questo nome: Balakot, già, non era il villaggio completamente distrutto dal terremoto del 2005? Qualche anno fa il nome di Balakot era su tutti i giornali, sui siti internet, nei reportage delle grandi televisioni. Era il 2005 e l'NWFP non si chiamava ancora Khyber-Pakhtunkhwa.
Kunhar, il nome del fiume che attraversa Balakot, significa "occhi guariti", mi chiedo se guarendo i nostri occhi riusciremo a vedere e ad essere solidali anche con chi è dimenticato.
(Va. Pa.)
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(14 settembre 2010)
Inizia ad essere una compagna di viaggio, la stanchezza. E' una figura lieve, che mi passa accanto poi svanisce. Perché in alcuni momenti non ci si può permettere di essere stanchi. Le temperature sono ancora elevate nella maggior parte del paese e viaggiare sotto il sole non è particolarmente piacevole. Soprattutto con tutti questi indumenti. Shelwar e dupatta sono indispensabili per visitare il Khyber-Pakhtunkhwa, a dire il vero lo sono per spostarsi ovunque fuori Islamabad. Dopo ore di auto, sotto un sole impenitente, mi attendono passeggiate tra cumuli di macerie, case divelte, strade inaccessibili..e l'immancabile acqua. Continua a piovere, spesso. E' una costante giornaliera come il power cut (il taglio di corrente elettrica che sopraggiunge in qualsiasi momento, per non meno di un'ora).
Vedo la città di Nowshera trasformate in una sorta di bazar del riciclato e del riciclabile. Si cerca di recuperare tutto: sedie senza gambe, sofà consunti dall'acqua, tappeti trasformati in rotoli di fango, tazze sberciate e posate ricurve su se stesse. Il ventilatore nella veranda della casa di Hadi - della casa ora restano solo le mura intrise di umido e muffa - sembra un bocciolo: le pale ripiegate verso il basso sono petali pronti ad aprirsi...Hadi non è il solo ad aver perso casa ed averi. C'è chi ritrova lo scheletro del letto incastrato su un muro crollato, o quel che resta della propria poltrona sotto un albero nel giardino del vicino. Alcuni canali della fogna a cielo aperto si sono trasformati in torrenti. Ci giocano intorno decine di bambini, ignari. Poi fango, polvere e sabbia ovunque. I bazar semi deserti di Nowshera, che tuttavia cominciano a rifornirsi di merci, come mercatini delle pulci, raccontano il desiderio di tutta la popolazione di superare questo momento. E' questo quello che leggo sul volto dei pakistani: non solo un grande impeto solidale, ma anche una grande voglia di riscatto.
Davanti l'ingresso di una casa sbuca un volto da un burqa, una donna sorridente mi chiede una fotografia. Entro, pochi secondi e la casa è invasa da decine di persone: quasi tutte donne e bambini. Questa foto sarà più che un ricordo per me, la testimonianza di grande coraggio ed un monito..
(Va. Pa.)
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(15 settembre 2010)
E' arrivato il momento di andare via. Ovvero è arrivato il momento di fare qualcosa di concreto. Questo non è solo un appello rivolto a voi, amici, ma l'invito ad un impegno che rivolgo anzitutto a me stessa. Mi ha chiamato Wazim da Balakot per dirmi che venerdì ci sarà una riunione con tutta la comunità per programmare possibili interventi di riabilitazione. Ha chiamato anche Hady da Nowshera..sono tutti pronti. Questa parte del diario si conclude raccontandovi dell'impegno che i pakistani hanno dimostrato di voler assumere, senza riserva, senza esitazione. Posso imparare anch'io da loro, non c'è dubbio. L'auto guidata da Naim mi riporta verso l'aeroporto Benazir Bhutto. Il check-in è popolato da pakistani in visita ai parenti in occasione dell'Eid ul Fitr e di internazionali..come me, arrivati in Pakistan per "soccorrere" il paese. Mentre il paese dimostra che è pronto a soccorrersi da sé.
In attesa dell'apertura dell'imbarco provo a scorgere attraverso le vetrate se vi sono container di aiuti umanitari in attesa...di destinazione. Un giovane cameriere si avvicina e mi chiede: "Vuole del tè pakistano?" E' un buon inizio.. Riparto per la Cina
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(22 settembre 2010)
Emergere dall'acqua
Il 26 luglio del 2010 nella provincia pakistana conosciuta come NWFP (North-West Frontier Province) oggi Khyber Pakhtunkhwa, è arrivata la pioggia. Ha piovuto copiosamente e in maniera ininterrotta per sei giorni. Per sei giorni centinaia di migliaia di metri cubi d'acqua hanno eroso montagne, distrutto argini, gonfiato i letti dei fiumi e spazzato via ponti, strade, scuole, ospedali e vite umane. Un disastro di proporzioni colossali. 20 milioni di persone sono state colpite della calamità, un numero molto più alto delle vittime sommate dello Tsunami nel 2004 e del terremoto in Kashimir nel 2005, benché il numero di morti sia notevolmente inferiore. Le cifre che descrivono le devastazioni sono imponenti come la portata della calamità: 1/5 del territorio del paese è stato colpito dalle alluvioni. 2 milioni di case sono state distrutte. 1/5 dell'intera produzione di cotone del paese è andato perduto. Tuttavia queste cifre non possono descrivere la sofferenza, l'angoscia e la solitudine di milioni di persone che in pochi giorni hanno perso tutto quello che avevano. Spesso il poco, o pochissimo che avevano. Commentatori e media internazionali hanno fatto notare l'esiguità degli aiuti ricevuti in Pakistan rispetto le necessità del paese. Ma le necessità del paese vanno ben oltre quelle provocate dalle alluvioni. Perché alle distruzioni provocate dalle piogge degli ultimi due mesi si sommano quelle provocate dalla politica e da alcuni eventi subiti dal paese negli ultimi tre anni.
Il Pakistan è governato da una coalizione di partiti guidati dal PPP (Pakistan People's Party) del Presidente Zardari - vedovo della leader Benazir Bhutto assassinata nel 2007. Zardari non gode della stima dei suoi connazionali, è apertamente accusato di corruzione ed il suo operato politico è spesso contestato. Un governo debole e corrotto in un paese che deve affrontare problemi gravi non solo di natura economica, ma anche socio-politica. Dopo l'ascesa al potere del Presidente Zardari e la scomparsa dall'arena politica del generale Musharraf, suo predecessore, nel paese è diventata sempre più invasiva la presenza di gruppi fondamentalisti islamici e di partiti di ispirazione islamica, che, in alcuni casi, come in quello della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, hanno conquistato la maggioranza e governano. Sempre nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, l'infiltrazione di gruppi talebani, provenienti in gran parte dal fluido confine a nord ovest tra Pakistan ed Afghanistan, ha provocato scontri armati talmente violenti da costringere la popolazione di interi distretti a fuggire dalla propria terra,abbandonando la propria casa, i propri averi. Circa 2 milioni di persone si sono riversate nella valle dello Swat nel maggio 2009 per fuggire dagli scontri tra l'esercito pakistano e militanti talebani nella Malakand division.
Le alluvioni di alcune settimane fa sono cadute su un paese afflitto già da molte altre piaghe. Un paese che fatica ad emergere, non solo dall'acqua e dal fango che l'acqua ha lasciato dietro di sé, ma soprattutto dall'abisso dei problemi politici, economici e sociali, la cui soluzione non può essere demandata agli aiuti umanitari.
Intanto milioni di pakistani chiedono sostegno immediato per recuperare la loro vita. Chi perde la casa, infatti perde con essa tutto ciò che possiede: una dimora e tutti i beni di prima necessità. Milioni di pakistani chiedono aiuto non tendendo la mano per ricevere denaro in modo caritatevole, ma chiedendo di essere loro stessi protagonisti della ricostruzione. Benché agli sguardi dell'opinione pubblica mondiale, il Pakistan può apparire solo come un paese in cui si diffonde a macchia d'olio il fondamentalismo e la violenza, la società civile pakistana ha dato prova - soprattutto in queste ultime settimane - di essere solidale, attiva, aperta. Ad oggi, chi ha contribuito maggiormente al sostegno delle vittime delle alluvioni non sono le organizzazioni internazionali o il governo, ma i cittadini pakistani.
E' dalla società civile pakistana che può e deve ripartire la ricostruzione del paese: non semplicemente quella fisica, ma anche quella politica e sociale. A noi il compito di cooperare con loro per raggiungere l'obiettivo.
Valeria Patruno










