Sostenere l'istruzione e, in particolare l'insegnamento superiore, è una politica tanto fondamentale quanto necessaria sia per avere risvolti positivi dal lato dell'occupazione sia per aumentare il peso della voce entrate fiscali. Quella che emerge dai dati presentati dall'Ocse nella sua analisi relativa all'istruzione e al suo rapporto stretto con il mercato del lavoro è una realtà che, anche ma non solo per l'Italia, presenta molte sfaccettature, mettendo a nudo, ancora una volta, vecchie e nuove criticità e questioni sempre aperte. Numeri alla mano, secondo l'Ocse, nei paesi dell'area un diploma di scuola superiore genera 119 mila dollari in più di entrate fiscali e di contributi sociali rispetto ad un uomo diplomato della scuola secondaria. Migliorare il proprio percorso culturale e formativo diventa quindi anche una formidabile arma contro la crisi. Il Rapporto, infatti, mette anche in luce come la sfida, per chi ha bassi livelli d'istruzione, non è solo quella di trovare un posto di lavoro, ma anche quella di mantenerlo in momenti difficili e di recessione. Stando alle cifre diffuse, emerge come il tasso di disoccupazione dei diplomati della scuola superiore sia rimasto al 4% in media nell'area dell'Ocse nel corso della recessione contro 9% per le persone che non hanno concluso gli studi secondari. Si tratta di una sfida che mette primariamente in gioco, in particolare, le prospettive future delle giovani generazioni. Proprio di prospettive di lungo termine, del resto, ha parlato il segretario generale dell'Ocse, che nel suo intervento ha sottolineato che: "Mentre la concorrenza si intensifica sul mercato mondiale dell'istruzione, gli Stati - sottolinea Angel Gurria - devono puntare per i loro sistemi educativi ad una qualità di livello internazionale in modo da assicurare una crescita economica di lungo termine". "L'istruzione, mentre siamo confrontati ad una recessione mondiale che continua a pesare sull'occupazione - continua - costituisce un investimento essenziale per rispondere alle evoluzioni tecnologiche e demografiche che ridisegnano il mercato del lavoro". Nel nostro Paese, poi, resta un nodo centrale, vale a dire quello della consistente distanza che ancora sussiste in particolare tra gli over 40 e le necessità del sistema economico. Se da un lato, infatti, l'Italia va riducendo la cronica mancanza di laureati, complice anche una maggiore propensione delle giovani generazioni verso la prosecuzione degli studi e un robusto impatto delle cosiddette lauree brevi, con un importante miglioramento rispetto a 10 anni fa, i livelli di scolarizzazione più avanzata restano ancora troppo bassi tra coloro che si trovano tra i 45 e i 64 anni. Un lusso che non possiamo permetterci.
(7 settembre 2010)










