di Mauro Cereda
E' riuscito lo sciopero nazionale proclamato alla British Telecom Italia per l'intera giornata: secondo i sindacati la partecipazione ha raggiunto l'80%. La mobilitazione è stata anche accompagnata da alcune iniziative pubbliche. A Milano si è tenuta una manifestazione sotto la sede del Consolato inglese, a due passi dal Duomo; a Torino si è svolto un presidio davanti alla sede aziendale; lo stesso a Roma, ma nella capitale i lavoratori hanno sostato anche davanti a Montecitorio, fermando diversi parlamentari, alcuni dei quali hanno chiesto informazioni e si sono impegnati a presentare delle interrogazioni in aula. L'iniziativa è stata assunta per protestare contro l'ennesima ristrutturazione attuata dal colosso britannico nel nostro Paese, che ha annunciato un piano di cassa integrazione straordinaria per 216 dipendenti.
"La situazione - osserva Tullio Falarti, segretario generale della Fistel-Cisl di Milano - è preoccupante. Qui, oltre a più di duecento posti di lavoro, ci sono in ballo la permanenza e il futuro dell'azienda in Italia. Il nostro timore è che BT intenda pian piano disinvestire e dismettere la sua presenza nel nostro Paese, che comunque rimane il secondo mercato europeo, per delocalizzare ulteriormente alcune attività in aree dove il costo del lavoro è più basso".
Nel capoluogo lombardo i lavoratori, che hanno sfilato dietro a uno striscione unitario "targato" Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil, hanno intonato slogan a difesa dell'occupazione, in italiano e in inglese, accompagnati dal suono di una vuvuzela. Una rappresentanza delle Rsu è stata ricevuta da un delegato del console, assente per motivi legati alla sua funzione.
"Al delegato consolare - spiega Rosanna Favulli, della Fistel-Cisl - abbiamo consegnato la documentazione che ripercorre la storia della vertenza. Da parte sua, si è impegnato a trasmettere tutto il materiale al console, che poi sentirà personalmente l'azienda e ci farà avere una risposta".
La BT Italia è già ricorsa alla cassa integrazione straordinaria un anno fa (allora tra cassa e incentivi all'esodo se ne andarono in circa 200) e questa seconda richiesta ha spiazzato tutti. Nel complesso, in questi anni, l'organico è diminuito dai circa 1650 dipendenti del 2008 al migliaio attuale. I sindacati chiedono ora la convocazione di un tavolo di trattativa, con al centro il ritiro del provvedimento e una discussione sulle strategie per il futuro. Perché, come si legge in un volantino distribuito dalle Rsu, "non è possibile che a pagare siano sempre le categorie più deboli e cioè le lavoratrici e i lavoratori, solo ed esclusivamente per garantire profitti in Inghilterra".
(7 settembre 2010)










