di Pierpaolo Arzilla
Bruxelles (nostro servizio) - Dopo Monti anche Barroso vede la fine del tunnel. Anche “se la situazione finanziaria è seria”, e dunque “senza il consolidamento di bilancio non è possibile credere nel futuro dell'Europa”, il presidente della Commissione, nel suo messaggio ai capi di Stato e di governo alla vigilia del vertice Ue di lunedì prossimo, si dice ottimista sulle misure anti default. Peccato che per fare i conti con gli effetti dell’austerità si dovrà attendere tutto il 2012 e il 2013, al netto di una situazione che vede l’ortodossia budgetaria in vantaggio sulle politiche a favore della crescita sei-zero, sei-zero (leggi recessione).
Il summit del 30 gennaio sarà tutto dedicato alla pars costruens, sostengono le sentinelle della disciplina di bilancio, ora che l’inquilino di Palazzo Berlaymont si è accorto di quanti sono brutti i numeri sulla disoccupazione giovanile: oltre cinque milioni e mezzo di ragazzi e ragazze senza lavoro, secondo le ultime rilevazioni Eurostat di novembre, vale a dire 1,3 per cento in più sul 2011 e soprattutto sette punti in più rispetto al 2008 (in Spagna e Grecia, la disoccupazione giovanile è prossima ormai al 50 per cento).
“Siamo al punto critico”, dice Barroso. E già qui si potrebbero aprire serie riflessioni sul perché un’istituzione sovranazionale che si accredita come la panacea di tutte le storture amministrative nazionali abbia per l’ennesima volta (proprio come per la crisi, sulla quale i sindacati di Bruxelles denunciano per esempio “il grande silenzio” della Commissione, almeno dal 2008 al 2010) lasciato incancrenire la ferita, prima di intervenire.
Sull’orlo del baratro, e dopo pressioni notevoli degli Stati membri più in difficoltà, non ultime le sollecitazioni dello stesso Monti al termine dell’Ecofin di lunedì, l’occupazione torna nell’agenda dell’Ue. Le perplessità naturalmente non mancano, a cominciare dalla natura e dalla qualità stessa dell’impiego e dalla sostenibilità delle tutele dei lavoratori e delle libertà sindacali, che ancora i sindacati europei denunciano come le prime vittime di una crisi sbandierata artatamente come “alibi” per una governance esclusivamente economica, che ha rimesso in discussione i diritti acquisiti del lavoro.
Ai responsabili dei governi dei 27, Barroso chiederà “azione immediata in tre aree”: lotta alla disoccupazione, specialmente quella giovanile, passi concreti per il mercato unico e sostegno alle piccole e medie imprese. Si tratta, osserva Barroso, di “stimolare l'occupazione soprattutto in quei Paesi che hanno più difficoltà in quest'area”. La Commissione proporrà un migliore uso dei fondi Ue, in particolare quelli di coesione e quello sociale. Per quest’ultimo (Fse) infatti, ci sono ancora 25 miliardi non utilizzati, e che dovrebbero essere stanziati e spesi, in teoria, entro il 2013: quasi impossibile.
Per non parlare degli altri 60 miliardi non spesi tra Fondo di coesione e fondi regionali, da utilizzare sempre entro l’anno prossimo. In questo senso, che sul totale di 3,1 miliardi di euro del piano d'azione per la politica di coesione in Italia, 1 miliardo sarà investito nel settore dell'istruzione nelle otto regioni del Mezzogiorno: circa 600 milioni dal fondo europeo per lo sviluppo regionale andranno alle infrastrutture in questo settore e il resto a progetti legati al Fondo sociale europeo, come la formazione degli insegnanti.
G3 - La crescita, ammette Barroso, “non può venire da uno stimolo fiscale perché la maggior parte dei Paesi non ha margine di manovra, Dobbiamo dunque porre le basi per la crescita, agendo su occupazione, Pmi e mercato unico”. Su crescita e occupazione, la Commissione si aspetta insomma che i 27 trovino "idee credibili". Da Berlino rimbalzano voci che, di fatto, istituzionalizzano il G3 tra Germania, Francia e Italia, sempre e rigorosamente a poche ore dai vertici europei che contano.
Merkel, Sarkozy e Monti si vedranno mezz’ora prima dell’inizio del Consiglio Ue, per fare il punto della situazione e magari non farsi troppo male, considerando quanto discretamente affermato dal presidente del Consiglio lunedì scorso a Bruxelles, sull’opportunità che alla fine la Germania cambierà idea sulla necessità di aumentare la potenza di fuoco del fondo salva Stati, e su tante altre cose.
Ufficialmente, il G3 non affronterà però il tema dell’Esm e delle possibili evoluzioni legate al ruolo della Bce come prestatore di ultima istanza, anche se su questi temi la comunicazione tra Berlino, Parigi e Roma non si è mai interrotta. Lunedì, inoltre, sarà siglato il nuovo Patto di bilancio (fiscal compact), che tanti interrogativi sta sollevando sul piano legale.
“Il quadro comunitario e normativo è pienamente rispettato”, assicura il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, mentre Barroso non nasconde che '”la Commissione avrebbe preferito una revisione dei trattati esistenti”, piuttosto che a un trattato intergovernativo. . Il 30 gennaio sarà anche la giornata dello sciopero generale indetto dai sindacati belgi contro le misure d’austerità decise dal governo Di Rupo. Fermi i trasporti pubblici, si prevedono forti disagi anche per treni e aerei.
Ritorno alla dracma - Sul Consiglio Ue di lunedì peseranno le indiscrezioni del quotidiano tedesco Handelsblatt, che in prima pagina dà ormai per sicuro il piano B che la cancelliera Merkel starebbe mettendo a punto con banche e imprese tedesche per capirne l'impatto e la portata sull'economia dei Lander: l'uscita della Grecia dall'euro e il ritorno alla dracma. Una possibilità sempre più concreta per il quotidiano tedesco, anche se le fonti ufficiali parlano di buone possibilità di accordo tra Grecia e creditori privati.
La disponibilità di quest'ultimi ad abbassare le pretese sugli interessi con la possibilità di aumentarle quando l'economia greca tornerà a crescere, non sembrano tuttavia sufficienti, secondo alcuni analisti, a permettere ad Atene di raggiungere l'obiettivo del 120% del rapporto debito-Pil entro il 2020. L'uscita della Grecia da Eurolandia sarebbe un'ulteriore accelerata a quell'Europa a due velocità da tempo caldeggiata da Berlino.
La Dgb, il più grande sindacato tedesco ha chiesto ripetutamente al governo federale di schierarsi a favore di una Bce come prestatore di ultima istanza, e soprattutto di rigettare l'ipotesi dei cosiddetti Elitebonds per i Paesi che hanno mantenuto la tripla A (Germania, Olanda, Lussemburgo e Finlandia). Gli Elitebonds, sostiene la Dgb, incoraggerebbero la fuga di capitali dai Paesi in difficoltà verso il gruppo delle economie virtuose, ufficializzando così, se non la disintegrazione, quantomeno il suo inizio, e cioè la divisione dell'Eurozona.
(27 gennaio 2012)











