di Giacomina Cassina
Anche la Germania si è messa di traverso sulla difficile strada della ratifica del Trattato di Lisbona. Dopo il Presidente Ceco e quello Polacco che rinviano sine die la controfirma della legge di ratifica e dopo che l'Irlanda che ha ottenuto di fare quello che vuole in ambito fiscale e affronterà di nuovo (speriamo positivamente) un referendum per la ratifica, è la Corte Costituzionale tedesca che ha bloccato, di fatto, la procedura di adesione al Trattato di Lisbona da parte della Germania. Come capita alla gran parte delle notizie serie, non se n'è quasi parlato, ma tra gli europeisti la preoccupazione è alta.
In effetti, la Corte di Karlsruhe (città dove ha sede l'istituzione), pur affermando che il Trattato di Lisbona, in sé, è perfettamente compatibile con la costituzione (la Grundgesetz) del paese, ha "solo" detto che la legge di ratifica è anti-costituzionale e, con questo atto, ha rimandato a settembre il Parlamento che l'ha votata. Sembrerebbe un affare interno tedesco: il Parlamento ha sbagliato, il Parlamento ripari, modificando la legge di ratifica. Ma le cose sono un po' più complicate.
La principale tesi dei ricorrenti alla Corte, ossia che il Trattato di Lisbona fosse incompatibile con al Grundgesetz, è stata respinta dai giudici di Karlsruhe, ma nelle motivazioni si legge un'analisi che afferma una legittimità comunque e sempre superiore degli organi legislativi nazionali rispetto a quelli comunitari. Almeno in rapporto all'attuale realtà del processo di integrazione.
La sentenza descrive in modo rigoroso la costruzione comunitaria e dimostra che, a seconda delle fasi, è cresciuta o ha subito battute d'arresto, ma ha comunque confermato la presenza di una determinazione degli Stati membri a dotare progressivamente di maggiori poteri e competenze le istituzioni UE. La progressione, tuttavia, non è lineare e, soprattutto, il processo non è compiuto. Pertanto, la Commissione non può essere considerata un vero e proprio governo europeo che risponda ad un vero e proprio parlamento europeo: le istituzioni comunitarie avrebbero mandato e rappresentanza imperfetti (o incompiuti) rispetto a mandato e rappresentanza pieni degli organi legislativi nazionali.
In particolare, sotto la lente della Corte costituzionale tedesca, è caduto l'articolo 48 del Trattato che permette di modificare il Trattato stesso con una procedura semplificata: per modifiche relative al funzionamento dell'UE (parte terza del Trattato) e per passare da procedure di voto all'unanimità a procedure per le quali basta la maggioranza qualificata (è il caso, ad esempio, di alcune materie relative al Titolo V, Libertà, Sicurezza, Giustizia), il Consiglio può adottare la modifica all'unanimità e i Parlamenti nazionali, debitamente informati, possono avanzare obiezioni entro 6 mesi. Altrimenti la modifica è adottata. In altre parole, si tratta di applicare ad alcune modifiche non sostanziali del Trattato, una procedura di silenzio-assenso da parte dei Parlamenti nazionali. Tuttavia, queste modifiche potrebbero configurarsi anche come un allargamento delle competenze dell'UE. Quindi, questa possibilità di by-passare una formale procedura di ratifica da parte dei parlamenti nazionali (sia pur in forza del silenzio/assenso) deve, secondo la Corte Costituzionale tedesca, essere meglio interpretata nella legge di ratifica proprio in base al principio che il parlamento nazionale ha un potere di rappresentanza democratica piena della sovranità popolare, mentre le istituzioni UE (il Consiglio, in questo caso) hanno solo un potere delegato.
Come spiegare questa puntigliosità tedesca nel riaffermare preminenza e poteri del Parlamento nazionale? Tanto più che i Parlamenti nazionali non hanno mai avuto, nei trattati, un riconoscimento così alto come l'hanno ottenuto nel Trattato di Lisbona che assegna loro il ruolo fondamentale di "verificatori" della corretta applicazione del principio di sussidiarietà e impone di coinvolgerli in quasi tutti i processi di formazione delle decisioni legislative a livello comunitario.
Da un lato, e sul piano giuridico, non è la prima volta che in Germania si pone il problema in occasione della ratifica di un Trattato europeo ma, finora, i giudici di Karlsruhe avevano chiuso la questione respingendo i ricorsi. Inoltre, va tenuto conto della logica/della cultura giuridica tedesca che si riferisce ad una Costituzione e produce norme caratterizzate da una fortissima affermazione di certezze, con pochissima propensione a sfumature interpretative.
Sul piano politico, invece, la descrizione - peraltro estremamente realistica e fondata - delle imperfezioni del processo di integrazione confermerebbe che in Germania stiano emergendo riserve proprio sulla prosecuzione della costruzione comunitaria. La Corte di Karlsruhe, quindi, si sarebbe fatta eco di queste reticenze del Volk tedesco e avrebbe richiamato il Parlamento a fare chiarezza e a tranquillizzare i cittadini: il Trattato di Lisbona va bene, ma la legge tedesca di ratifica non deve lasciar margini di incertezza sulla preminenza e la pienezza della volontà popolare attraverso il voto che si esprime nel Bundestag (e non nel Parlamento europeo che, peraltro, ha "contingenti nazionali" di deputati e, quindi, non è espressione diretta e libera dei cittadini europei). Si dovrà quindi votare una nuova legge e il momento è delicato, visto che le elezioni politiche si terranno il 27 settembre: il rischio è che una legge votata in fretta e furia prima della scadenza elettorale da un Parlamento a fine mandato, ripercuota le ire dei ricorrenti e rinforzi le frange estreme della destra e della sinistra anti-europee, a tutto scapito dell'attuale coalizione al potere.
Gli effetti politici di questo problema potrebbero coinvolgere anche noi, che il Trattato di Lisbona l'abbiamo già ratificato: Giuseppe Guarino, un giurista e costituzionalista di tutto rispetto, ha scritto che, se la nuova legge tedesca di ratifica desse, degli obblighi del Trattato, una interpretazione diversa da quella assunta dall'Italia, noi saremmo costretti a far riferimento all'articolo 11 della nostra Costituzione che afferma, tra l'altro, che l'Italia "... consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni ...". Se, insomma, la prossima legge di ratifica tedesca modificasse le "condizioni di parità" con la Germania, dovremmo interrogarci anche noi sulla regolarità del processo di ratifica... o, almeno, il rigore giuridico lo imporrebbe.
La fluidità (e la debolezza) del dibattito politico sull'Europa, oggi, non permette di avere riferimenti più certi e, forse per questo, il dibattito giuridico prevale. L'esperienza insegna, però, che l'UE ha saputo quasi sempre uscire da colossali trappole giuridiche con grande disinvoltura e con un altrettanto grande sospiro di sollievo. Quindi, volenti o nolenti, l'ultima parola dovrà esser detta soprattutto in sede politica e istituzionale e il nuovo Parlamento europeo potrebbe utilmente iniziare il suo impegno a partire da un chiaro e sostanziale sforzo per sostenere il completamento della ratifica del Trattato di Lisbona.
(24.07.2009)










