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Verde Irlanda, quanto ci costerai ancora?

 

di Giacomina Cassina

Il "Bullettin Quotidien Europe" che qualcuno ricorderà col nome di "Agence Europe" abbandonato qualche tempo fa, ci annuncia  che sono in corso fitte contrattazioni tra gli Irlandesi e il servizio giuridico del Consiglio per definire  le cosiddette "Garanzie Irlandesi": di che si tratta?

Facciamo un passo indietro. Come molti ricorderanno, il processo di ratifica del Trattato di Lisbona ebbe un sussulto il 13 giugno del 2008 quando gli elettori irlandesi risposero NO al referendum di ratifica. Le ragioni del pronunciamento negativo erano tanto confuse e disparate che il Ministro della Giustizia dell'isola Verde dichiarò pilatescamente : "Hanno vinto i no. Alla fine, per una miriade di ragioni, il popolo si è espresso così. Un risultato che lascia delusi ma di cui bisogna prendere atto". Peggio ancora, il primo ministro, Brian Cowen, arrivò perfino di minacciare l'intera Europa affermando "Non c'è soluzione rapida, anzi, c'è il rischio di un potenziale disastro per l'UE." Certo non poteva sottolineare che la differenza tra i SI' e i NO era di poco meno di 100.000 voti su 1,6 milioni di votanti e nemmeno che lui non si era certo impegnato nella campagna referendaria a favore della ratifica e ancor meno che il primo ministro che l'aveva preceduto, Bertie Ahern, vecchia volpe della politica irlandese, si era intascato un po' di soldi da imprese e "amici" e se ne era andato qualche mese prima dopo aver ammesso candidamente che poteva esser successo, ma che non si ricordava bene se aveva preso questi "regali" e come li aveva utilizzati.

Fermiamoci un istante su Bertie Ahern. Potrebbe sembrare una normale storia di tangenti, di quelle che ormai non scuotono più di tanto le coscienze dei cittadini. Invece è una (relativamente) piccola perversione - circa 100.000 euro, cifra che di solito, da noi, viene trasportata in una scatola di scarpe... - avvenuta nel quadro della "success story" dell'Irlanda di cui Bertie Ahern è in gran parte l'artefice. Questo paese, sicuramente bello e intrigante, pieno di miti e di cultura, di fierezza e di ironia, è stato per secoli un paese molto povero da cui milioni di irlandesi sono partiti per tenar la sorte soprattutto negli USA. Alla metà degli anni '90, l'Eire era tra i paesi dell'UE  il cui PIL pro capite non raggiungeva il 90% della media comunitaria e, per questa sua condizione, fu integrato in quell'aiuto strutturale speciale detto "Fondo di coesione" che permise agli stati più in difficoltà (Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda appunto) di prepararsi all'impatto con l'allargamento all'Europa centrale e dell'est. La finalità principale del Fondo di coesione UE era di sostenere lo sviluppo di importanti progetti di infrastrutture di trasporti e di risanamento ambientale per creare un conteso favorevole ad uno sviluppo più sostenuto e di migliore qualità. Tutti i paesi "della coesione" se ne giovarono ampiamente. Fu una buona operazione "comunitaria" perché assegnò risorse comuni a chi ne aveva più bisogno, permettendo di rafforzare il mercato europeo nel suo insieme e anche favorendo investimenti provenienti da paesi più ricchi dell'UE e non solo. Ma dei quattro paesi destinatari di queste risorse, l'Irlanda fu quella che se ne giovò di più: combinando le risorse del Fondo di coesione (co-finanziamento europeo tra l'80% e l'85% del costo dei progetti), quelle di altri  fondi strutturali europei (Fondo sociale, Fondo regionale, FEOAG e Fondo per la pesca) nonché un'astuta strategia di consenso sociale, fu proprio Bertie Ahern, prima ministro dell'economia e delle finanze e poi primo ministro, a determinare le condizioni di un fantastico  sviluppo del paese. Dagli ultimi anni '90 in poi, la crescita del PIL irlandese continuò ad essere almeno tre volte superiore alla media europea: il 6% annuo contro uno scarso 2% e portò il reddito pro-capite degli irlandesi ad essere tra i più alti dell'UE. Nel 2003, l'Irlanda andava così bene che il suo PNL superò il 101% della media comunitaria e fu quindi esclusa dal Fondo di coesione, pur mantenendo la possibilità di accedere agli altri fondi: per le aree agricole, per la riqualificazione della manodopera e l'inserimento sociale, per il sostegno alle regioni in ritardo di sviluppo. L'aiuto europeo all'Eire non verrà a mancare nemmeno in futuro se pensiamo che nella programmazione finanziaria per il periodo 2007/2013 restano comunque previsti 900 milioni di euro per l'Irlanda, cui dovranno aggiungersi circa 1,5 miliardi da parte delle istituzioni nazionali, per sostenere lo sviluppo economico, sociale e strutturale del paese. Ma questo tipo di aiuti, non dimentichiamolo, continua ad essere somministrato anche ai paesi più forti economicamente.

Il miracolo irlandese, dunque, si riassume in una sapiente miscela di aiuti europei, consenso sociale (dinamiche salariali vivaci, sostegno alla disoccupazione e all'inserimento lavorativo,  creazione rilevante di posti di lavoro), di imposizione fiscale (molto) "leggera" su imprese ed investimenti ai limiti del dumping fiscale (o forse  oltre) rispetto agli altri paesi dell'UE.

Ed è paradossalmente in questo felice contesto di successi dovuti in gran parte all'intervento UE che l'Irlanda boccia, col referendum del 2008, la ratifica del Trattato di Lisbona in un gioco di paure incrociate: gli imprenditori temono un aumento della pressione fiscale e una crescita della dimensione sociale dell'UE che levi flessibilità interne ai paesi, i lavoratori temono che le tutele sociali europee siano meno efficaci di quelle nazionali e che le discipline monetarie e finanziarie riducano i margini degli investimenti pubblici, gli elettori in genere sono disorientati di fronte agli scandali politico-finanziari e pensano che questo tipo di fenomeni sia in qualche modo favorito dall'Europa e, se così non pensano, pensano comunque che questa classe politica che ha arricchito il paese si è anche arricchita personalmente. In più, la sinistra fa campagna contro, la destra non fa campagna a favore, la sinistra nazionalista fa comunque sempre campagna contro l'Europa, e non dimentichiamo che, a due passi, c'è il Regno Unito, il più grande insider anti-europeo, che qualche inconfessato fascino sugli irlandesi lo esercita da sempre.

 Ricordiamo per inciso che anche il Trattato di Nizza era stato rifiutato dall'Irlanda e solo dopo qualche tempo, riformulato il quesito, migliorata la comunicazione e garantito un congruo mantenimento di aiuti da parte dell'UE, un secondo referendum aveva permesso la ratifica...  Dopo la bocciatura del Trattato di Lisbona, alle istituzioni europee che si chiedono come uscire dall'impasse, l'Irlanda dice che rifletterà.  

Passa un anno e il contesto non è certo più favorevole: già l'aumento dei prezzi del petrolio nel 2007 aveva messo l'Irlanda in affanno, il suo PIL aveva frenato bruscamente mentre la crisi dipingeva  pennellate fosche sul futuro del paese e dell'Europa. La situazione resta incerta

Ma oggi l'Eire non chiede più aiuti economici. Vuole garanzie politiche: che sia mantenuta l'unanimità per le materie fiscali, che ci sia un impegno esplicito a rispettare la sua neutralità e che non sia toccata la sua legge sui fallimenti. La soluzione potrebbe essere in arrivo al Consiglio di giugno, sotto forma di protocolli da inserire nel Trattato: le cosiddette "garanzie irlandesi".

Potrebbe essere la soluzione ma, se le garanzie di neutralità e la sovranità nazionale sui fallimenti non hanno un particolare impatto a livello dei 27, un impegno al mantenimento dell'unanimità in materia fiscale pregiudica in modo non secondario qualsiasi armonizzazione fiscale futura che  rappresenterebbe, invece, un interessante passo federale nell'UE e, soprattutto, prefigurerebbe un contesto fiscale più favorevole per far crescere la convergenza sociale in Europa. Paradosso addizionale: l'Irlanda chiede anche che il Consiglio del 18 e 19 giugno faccia una dichiarazione solenne in cui si dia pieno sostegno ai diritti dei lavoratori e sottolinei che l'UE non deve funzionare solo secondo principi liberali. Splendido. Ma davvero i nostri amici irlandesi pensano di poter migliorare la condizione sociale e dei lavoratori in Europa mantenendo le disparità fiscali che creano un contesto  di concorrenza fiscale al ribasso grazie al veto di quei paesi - piccoli e piccolissimi - che non sono sulla lista grigia dell'OCSE solo perché appartengono all'UE?

E'quindi legittimo chiedersi se un solo paese membro abbia il diritto di tenere in scacco la crescita del processo di integrazione. D'altronde, come è noto, siamo in un vicolo cieco: se non accettiamo, Lisbona non entra in vigore. Dovremo quindi pagare anche questo costo "immateriale" all'Irlanda, perché la ratifica del Trattato di Lisbona è terribilmente importante. Non fosse altro per l'esistenza del suo articolo 50, che prevede il "diritto di recesso", per la prima volta in un Trattato comunitario, ossia la possibilità, per uno Stato membro, di "tirarsi fuori" dall'UE, negoziando col Consiglio altre modalità di future relazioni con l'UE stessa. Sia chiaro: non si auspica  che sia l'Irlanda il primo paese membro ad usufruire del futuro "diritto di recesso", al contrario: vorremmo che mai nessuno ne faccia uso ma, come le uscite di sicurezza, è sempre meglio averle. Oltretutto diminuiscono  la forza di ricatto dei piromani.

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