Conoscete questi due?

EUROPA

 

di Giacomina Cassina

Chissà se sentiremo parlare spesso di Hermann Van Rompuy e di Catherine Ashton, finita la polemica (che non li riguarda) sulle ragioni che avrebbero estromesso il candidato italiano dalla corsa ad Alto Rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza  dell'Ue. Dovendo scommettere, è verosimile che, a far tanto fra 15 giorni, ne avremo dimenticato perfino i nomi. Tutti i giornali italiani e stranieri definiscono questi due poveri portatori di acqua europea (absit iniuria verbis) come "personalità di basso profilo", "largamente sconosciuti sulla scena internazionale", "decorativi",  "così sconosciuti che nessuno aveva elementi per opporsi".

Certo, tra gli europeisti (anche tra chi non ama particolarmente Massimo D'Alema) c'è un notevole sconcerto, dopo l'annuncio della Presidenza svedese dell'Ue dell'accordo sui nomi per ricoprire le cariche di Presidente del Consiglio Europeo e di alto Rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Infatti, la prima perplessità riguarda il divario tra il valore giuridico delle cariche in questione e la capacità/volontà dei 27 di attuare al meglio il Trattato di Lisbona, questo piccolo Mosè costituzionale (più o meno così lo definisce la Frankfurter Allgemeine Zeitung) appena salvato dalle agitate acque referendarie d'Irlanda e dalle cupe evocazioni storiche del Presidente ceco.

Il Trattato di Lisbona istituisce infatti due figure che hanno davvero un alto profilo: il primo è il Presidente del Consiglio, che non solo dura in carica per due anni e mezzo (e non per sei mesi come ora), ma che diventa, con Lisbona e a tutti gli effetti, il leader di un'Europa integrata che, dopo più di 50 anni dalla sua nascita, ha ottenuto finalmente una personalità giuridica. Quanto all'Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, oltre la responsabilità di coltivare i rapporti con i Paesi terzi e di promuovere la validità del modello Ue nel mondo, il Trattato gli assegna anche d'ufficio il ruolo di vice presidente della Commissione.

Volendo andare più a fondo, bisognerebbe notare che l'Alto Rappresentante è nominato dal  Consiglio e che, pertanto, la sua funzione di raccordo tra Consiglio e Commissione non solo è particolarmente delicata, ma dovrebbe essere indice di un'unità di intenti tra Consiglio e Commissione per promuovere l'aspetto comune delle scelte di politica estera. Insomma, una lettura giuridica anche sommaria dei contenuti delle due funzioni, porterebbe ad immaginare che si sarebbero dovuti fare tutti gli sforzi possibili per trovare le personalità adatte.

Non a un caso, tra i nomi che si facevano più frequentemente per l'una o l'altra carica c'erano quelli di Tony Blair, di José Maria Aznar, di Jean Claude Junker, oltre che Massimo D'Alema (tutti ex primi ministri). Era un orientamento politico dei governi (poi smentito da sopravvenute esigenze di altro genere)? Oppure era un esercizio intellettual-politico di giornalisti colti che, in veste di nuovi saggi platonici dall'entrata della caverna chiamavano alla luce i poveri mortali? Oppure, in fin del conti, si trattava solo di pretattica?

Il risultato concreto lo conosciamo: la scelta di personaggi di basso profilo per posti di alta responsabilità significa sempre ricondurre il compito di questi carneadi al mandato e al rigido controllo di chi li ha eletti. Ma notare che gli Stati membri continuano a non volere la crescita della dimensione politica dell'Europa non basta. Le Istituzioni europee, tutte e non da oggi, sono ognuna alla ricerca di un proprio ruolo che sia, possibilmente, più forte e più trainante delle altre. Questo genera una sorda competizione tra Commissione, Parlamento e Consiglio che si manifesta solo ad occhi estremamente attenti (e un tantino paranoici...).

Così al Parlamento europeo può star benissimo che Commissione e Consiglio abbiano un "ministro degli Esteri" che non brilli, finché i poteri di codecisione in materia di Politica estera non siano rafforzati a favore del PE e, quindi, perché non convergere sulla scelta di una donna (politicamente produttiva) che, però, non dia molto fastidio? La  Commissione, dal canto suo, ha solo da guadagnare con una Presidenza dell'Ue  occupata a tessere il consenso tra i 27 e questo può permettere a Barroso (già noto, ma forse troppo autocontrollato nel primo mandato e più libero nel secondo) di emergere per lo meno come leader di esperienza.

Non è che questa analisi sollevi il morale degli europeisti smarriti, anzi: infatti, se c'è una potenzialità che si sta sprecando (e forse in modo irreversibile) è proprio quella di un peso che l'Ue potrebbe gettare sulla bilancia della geopolitica, a favore della qualità, della socialità e della responsabilità del proprio processo di integrazione. Invece, mentre molte aree del mondo si aspettano e chiedono che l'UE giochi le sue carte al tavolo dei decisori mondiali (e intanto accumulano riserve in euro), questa Europa distratta si comporta come una cinquantenne che si alza la mattina e non riesce, al pari di un'adolescente, a decidersi che vestito mettersi perché non ha ancora capito che, per sapere che tempo fa, la cosa migliore è sempre mettere la testa fuori della finestra.

(20 novembre 2009)

   

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