Crisi, Strasburgo chiede nuove regole sugli "hedge fund"

EUROPA

 

di Rodolfo Ricci

Il Parlamento europeo non molla sulla nuove regole per il mercato degli hedge fund e procede a tappe forzate verso il primo voto della proposta di direttiva in commissione affari economici e monetari ad aprile.
Mentre i ministri dell'economia europei, nell'Ecofin di questa settimana, hanno deciso di rinviare ogni decisione per l'opposizione della Gran Bretagna, gli eurodeputati della commissione hanno sostenuto il relatore Jean Paul Gauzes, popolare francese, secondo il quale il Parlamento non dove aspettare i governi dei Ventisette. Come dire: continuiamo a lavorare secondo la nostra scaletta e produrremo un testo che sarà una buona base per le altre istituzioni, ha spiegato il relatore che ha presentato un blocco di emendamenti di compromesso per sgombrare la strada dalle centinaia di emendamenti presentati.
La proposta di Gauzes riguarda tutte le questioni più controverse, in particolare il trattamento dei fondi speculativi in paesi terzi, leggi Usa. Nel compromesso, che sarà votato ad aprile per poi passare al voto della plenaria di luglio, la Commissione Ue dovrebbe puntare ad un regime di equivalenza con i paesi non Ue. Se si ritiene che anche in questi paesi siano rispettate le norme Ue i fondi possono essere messi sul mercato di tutti gli Stati Ue. Altrimenti gli investitori possono decidere di puntare su questi fondi non Ue dal loro paese. I gestori dei fondi non Ue e che non hanno ottenuto il riconoscimento dell'equivalenza saranno esclusi dal mercato europeo e gli investitori europei, a loro volta, sarà proibito investire in fondi di gestori non riconosciuti.

Fumata nera dell'Ecofin sulla stretta agli hedge fund. La proposta di Bruxelles è stata infatti ritirata dal tavolo dei ministri finanziari della Ue e rinviata sine die. Ancora una volta è stato il Regno Unito a mettersi di traverso, temendo che le nuove regole possano danneggiare la City . Ma il commissario Ue ai servizi finanziari, Michel Barnier, assicura: la riforma dei fondi speculativi arriverà entro giugno, perchè è l'ora di dire basta al far west e alla mancanza di trasparenza in un settore così importante. Il braccio di ferro con Londra, dunque, continua. Anche se il cancelliere dello scacchiere, Alistair Darling, ha assicurato di volere l'accordo, ma solo dopo «un lavoro più dettagliato a livello di Ue G20, per essere sicuri che esista un approccio globale condiviso». E il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che insieme a Parigi e Berlino sostiene Barnier sulla difficile strada delle politiche antispeculazione, giudica "realistico" il rinvio deciso al tavolo dell'Ecofin: "La cosa importante - ha detto - è che la macchina si sia messa in movimento, perchè fino a qualche anno fa una discussione del genere col Regno Unito era impensabile. È chiaro - ha aggiunto - che non è semplice mettere insieme posizioni che sono state radicalmente diverse e che ora vanno via via convergendo". In pratica, il dossier sui fondi speculativi non è stato nemmeno discusso. La presidenza spagnola della Ue ha infatti deciso subito di proporre un rinvio, viste le posizioni palesemente divergenti. Il nodo più difficile da sciogliere resta quello relativo alle autorizzazioni che gli hedge fund o private equity extra-europei devono avere per operare in Europa. Secondo Bruxelles, ma anche secondo Parigi e Berlino, tali fondi - molti dei quali basati negli Usa o in paradisi fiscali- dovrebbero avere un'autorizzazione per ogni Paese Ue in cui operano. Ma per Londra, così come per Washington, in questa maniera si verrebbe a creare una discriminazione verso i fondi extra-Ue, che più difficilmente riuscirebbero a vendere i propri prodotti agli investitori europei. Per questo il Regno Unito chiede che a un fondo extra-Ue già autorizzato da uno Stato europeo sia automaticamente permesso di operare in tutti gli altri Paesi della Ue, estendo loro il cosiddetto "passaporto europeo" valido per gli hedge fund nostrani.
Fase di stallo tra i ministri finanziari europei anche sul fronte dell'ipotesi della costituzione di un Fondo monetario europeo (Fme). Interpellato, il ministro Tremonti ha voluto piuttosto sottolineare la necessità di ripensare la presenza dell'Europa nell'Fmi: "Vi pare normale - ha detto - che in Europa abbiamo un problema comune, la Grecia, ma siamo in sette divisi all'interno dell'Fmi? E che pur essendo i principali azionisti dell'Fmi non possiamo usufruire delle sue risorse? C'è qualcosa che non va. È una situazione non logica. È - ha proseguito il ministro - come pagare una polizza di assicurazione per tutti senza però poterne usufruire". Per questo per Tremonti "se un pò di soldi da versare all'Fmi li tenessimo per noi, non credo sarebbe sbagliato". Il riferimento, per esempio, è ai trasferimenti delle riserve nazionali dalle banche centrali europee al Fondo, oppure ai cosiddetti diritti speciali di prelievo. "Comunque noi - ha concluso Tremonti - saremo d'accordo con qualunque cosa l'Europa deciderà, sperando che sia la migliore".

Usa: banche ed hedge funds in azione contro l'euro - Le più grandi banche americane e i più grandi hedge funds, fondi d'investimento ad alto rischio, hanno sferrato un massiccio attacco all'euro, persuasi che da 1,51 dollari lo scorso dicembre scenderà alla parità con il biglietto verde, a causa del debito della Grecia e di altri paesi europei come il Portogallo, l'Irlanda e la Spagna, i cosiddetti "Pigs", un acronimo spregiativo (pigs significa maiali).
Questi colossi finanziari, svela il Wall street Journal, stanno accumulando Cds, o Credit defaults swaps, i titoli assicurativi contro la bancarotta della Grecia, che in un anno sono passati da circa 40 a circa 85 miliardi di dollari, e in minor misura contro la bancarotta dei suoi compagni. Secondo il giornale, all'inizio del mese una «banca boutique» ha riunito a Manhattan il Soros Fund managment, la Sac capital advisors e altre star di Wall Street asserendo che il dissesto della Grecia è inevitabile, che l'euro crollerà e che i Cds frutteranno guadagni enormi. E' la massima speculazione monetaria, scrive il Wall Street Journal, da quella del '92 contro la sterlina inglese, che fruttò a George Soros, il mago delle valute, e ai suoi pari 1 miliardo di dollari. L'operazione ha suscitato l'allarme della Banca centrale americana, la Federal reserve, che ha annunciato di avere aperto un'inchiesta sulle banche e sugli hedge funds di Wall street per due motivi. Perché, ha spiegato il suo governatore Ben Bernanke, negli ultimi anni hanno aiutato la Grecia a nascondere il suo debito. E perché scommettono sulla sua bancarotta, un potenziale caso di conflitto di interessi. "Usare i Cds per destabilizzare una società o un paese" ha ammonito Bernanke "è controproducente", ossia conduce al loro dissesto, nel caso dell'euro alla sua svalutazione, come accadde alla sterlina. Un riferimento alla tragedia dei mutui subprime e la Lehman brothers nel crack del 2008 quando, proprio mentre li finanziavano, le banche e gli hedge funds comprarono i titoli assicurativi contro la loro bancarotta, intascando miliardi di dollari al loro crollo.

L'iniziativa di Bernanke è senza precedenti, e la inchiesta verrà affidata alla Sec, la Commissione di controllo della Borsa. Il Wall Street Journal ha illustrato come funzionano i Cds, che fanno parte dei derivati, strumenti che dopo la catastrofe del 2008 dovevano essere regolamentati ma che non lo sono ancora stati. Con un investimento di 5 milioni di dollari, uno speculatore può fare un'operazione di 100 milioni di dollari, e se il prezzo del Cds varia del 5% a sua favore guadagna 5 milioni, il cento per cento. "E' impossibile calcolare l'effetto di queste scommesse" commenta il giornale "ma esse hanno aggravato l'assedio dell'euro, e quindi dell'Ue", che dovrà risolvere la crisi del debito greco per evitare il peggio. Per essere efficace l'intervento dell'Ue dovrebbe però venire accompagnato da una regolamentazione dei Cds, come ha chiesto la Francia, ma l'amministrazione Obama e il Congresso americano sono riluttanti a imporla. La Grecia e l'euro sono condannati? Non stando a John Paulson, un altro mago della borsa, che ha adottato la strategia contraria a quella di Soros nella persuasione che la tempesta dei "Pigs" si placherà. Paulson, uno dei pochi ad anticipare il "crack" del 2008, ha venduto i Cds accumulati l'anno scorso affermando di "non volere manipolare né destabilizzare i mercati".

(18 Marzo 2010)

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