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Il Comitato Esecutivo della Ces discute la strategia sindacale dopo Parigi

 

di Giacomina Cassina

Il Comitato Esecutivo della Ces si è riunito a Bruxelles l'8 luglio. In modo inconsueto, la seconda riunione dell'Esecutivo nel 2009 ha avuto la durata di un solo giorno, ma il tema centrale - che fare dopo la Conferenza di Parigi? - è stato affrontato da quasi 30 interventi, sulla base della presentazione del Segretario Generale John Monks.

La Ces si ritrova, ad un anno dall'inizio "ufficiale" della crisi, con un doppio capitale: il primo, è il frutto della sua capacità di analisi della situazione economica internazionale perché, fin dal Congresso di Siviglia - maggio 2007 - la Ces aveva suonato l'allarme sui rischi che  le dinamiche della speculazione finanziaria precipitassero, con conseguenze gravi sulla tenuta dell'economia reale; il secondo, consiste nell'aver dimostrato una notevole capacità di mobilitazione, dalla manifestazione del settembre 2008 per i salari, alla dimostrazione di fronte al Parlamento Europeo nel dicembre 2008 per modificare la proposta di revisione della direttiva sull'orario di lavoro, fino alle manifestazioni articolate del mese scorso che, in pochi giorni hanno portato in piazza diverse decine di migliaia di lavoratori a Madrid, Bruxelles, Berlino e Praga, a sostegno di una densa piattaforma di rivendicazioni.

Tuttavia, all'Esecutivo Ces, l'atmosfera era tutt'altro che trionfalistica e la gran parte degli intervenuti si è chiesta perché, nonostante attivismo, mobilitazione, lobby e, soprattutto, idee e richieste condivisibili e condivise dai lavoratori, non si fosse riusciti ad ottenere né dei risultati concreti, né una prospettiva di uscita dalla crisi che integri e valorizzi la dimensione sociale e i diritti dei lavoratori, né una reazione di positiva partecipazione alle recenti elezioni del Parlamento europeo.

Due le tendenze principali, tra chi ha tentato una risposta.

La prima, quella di tipo "strutturale", ha invocato un aumento della pressione e della mobilitazione, come se il moltiplicarsi di iniziative fino ad ipotizzare la proclamazione di uno "sciopero europeo" potesse risolvere una crisi delle istanze sociali in Europa che sembra essere molto più complessa e relativa a rapporti di forza che si stanno ridefinendo tra i diversi soggetti sociali e politici. Una mobilitazione  più vasta o di nuovo tipo non risolverebbe questo tipo di problemi. A proposito di sciopero europeo, poi, va detto che la proposta ha un vago retrogusto di disperazione: esiste, infatti un unico e simbolico precedente di 10 minuti, risalente a molti anni fa e attuato solo in alcuni paesi. La proclamazione "europea" di uno sciopero continentale incontra, infatti, gravi difficoltà nei paesi in cui lo sciopero è rigorosamente regolato da leggi nazionali ed esclude (come in Germania, ad esempio) qualsiasi azione transnazionale. I primi ad opporsi sarebbero, probabilmente, gli stessi sindacati tedeschi e anche gli austriaci, cioè i sindacati di due paesi dove lo sciopero è regolato da procedure ferree e dove il cosiddetto "sciopero politico - e tale sarebbe considerato uno sciopero transnazionale sia pur "di solidarietà - è tassativamente proibito. In ogni caso, molti interventi hanno sottolineato la decisione, presa a Parigi, di fare della giornata del 7 ottobre anche una giornata di grande mobilitazione per sostenere gli obiettivi della Ces.

La seconda tendenza è stata espressa dagli interventi delle organizzazioni che hanno chiesto di metter ordine tra le rivendicazioni della Ces, dando priorità agli obiettivi legati all'uscita dalla crisi ed evitando di chiedere contemporaneamente troppe cose: in questo senso si sono espresse, ad esempio, la Cfdt, la Fgtb belga, il Mosz ungherese che hanno sottolineato la necessità di convergere verso una chiara richiesta di politiche europee comuni, improntate alla cooperazione e non alla competizione. Infatti, come molti prevedevano da subito, le misure "coordinate" decise a dicembre lasciano gli stati soli a fare i conti con le loro disponibilità di bilancio e non mettono al riparo da interventi che potrebbero danneggiare le economie di altri partner dell'Ue. La richiesta della Ces deve concentrarsi, secondo questi interventi, su politiche per la creazione di posti di lavoro, politiche di sviluppo "verde",  politiche di  trasparenza e controllo sull'attività delle banche, politiche di convergenza fiscale anche se, qualcuno ha notato, troppo è stato concesso all'Irlanda  (in termini di libertà di praticare il dumping fiscale) per ottenere l'assenso al Trattato di Lisbona.

Chi è intervenuto a favore di un approfondimento delle strategie della Ces, ha chiesto soprattutto che siano usati e valorizzati gli strumenti negoziali del sindacato europeo per poter uscire da una dimensione esclusivamente giuridica nella soluzione dei problemi: una discussione specifica su come intervenire a seguito delle difficoltà create dalle sentenze della Corte di Giustizia Europea (Cge) ha dimostrato come, perseguendo le modifiche legislative della direttiva, bisogna anche dotarsi di una forza negoziale che può venire dalla capacità di risolvere situazioni concrete di difficoltà (come nel caso Irem), altrimenti si rimane ancorati alla sola dimensione di lobby, in balia dei rapporti tra le forze politiche presenti nelle Istituzioni europee e nei governi.

Contrattazione e dialogo sociale europeo

Se la gran parte degli interventi che hanno chiesto alla Ces di concentrarsi su alcune priorità, hanno anche chiesto di sviluppare una maggiore e migliore attività di contrattazione, altri hanno invece proposto - esplicitamente - di ridurre la portata dell'impegno nel dialogo sociale europeo (Dse). Il Dgb, in particolare, ritiene che il Dse si sia progressivamente svuotato di senso e che si debba ricorrere alla contrattazione con BusinessEurope solo in casi ben delimitati e selettivi (in definitiva quando - ma quando?... - si abbia la certezza di ottenere un buon risultato). La Federazione europea degli edili e del legno e quella dei trasporti hanno appoggiato questa richiesta, insieme con alcuni altri intervenuti, ma altri hanno insistito sulla necessità di non rinunciare a nessuna opportunità offerta dal Dse, in particolare di esplorare ogni possibilità di approfondimento comune con gli imprenditori europei per preparare la revisione della direttiva 96/71 sui lavoratori distaccati. Come Cisl abbiamo ricordato che, pur non ritenendo la via della revisione della direttiva prioritaria ma prendendo atto della decisione della Ces in questo senso, abbiamo lavorato unitariamente con Cgil e Uil per definire un primo documento di discussione da proporre agli imprenditori. Forse una riflessione sul Dse deve esser fatta, ha concluso Monks, ma non con il pregiudizio di volerlo ridimensionare: cogliere le opportunità di approfondimento ed eventualmente di negoziato (come nel caso della direttiva distacchi) può solo aiutarci ad "istruire" meglio il problema e ad affrontarlo con calma e con piena cognizione di causa.

Il Comitato Esecutivo della Ces ha anche discusso una serie di problemi internazionali. Tre i temi discussi: la preoccupazione per il colpo di stato in Honduras e l'appello della Ces alla Commissione perché siano considerate prioritarie le azioni rivolte a sostenere la popolazione honduregna provata da endemica povertà; la richiesta pressante alla Commissione di non procedere ad un accordo commerciale separato con la Colombia e di mantenersi alla linea degli accordi tra grandi aggregazioni regionali; rispetto, infine, alla Turchia, la Ces ha denunciato l'accanimento delle forze dell'ordine turche contro una sua affiliata, la Kesk, i cui leaders sono sottoposti da alcuni mesi a controlli interrogatori e fermi di polizia; peraltro, la situazione sindacale turca resta segnata da una impasse sulla riforma della legge sui sindacati, da anni richiesta dai sindacati europei e internazionali, nonché dall'OIL, ma sempre ferma in attesa di un consenso generale tra tutti gli attori coinvolti (attesa che assomiglia molto ad un alibi del governo per non procedere oltre...); nel dibattito è stato sottolineato anche che, nei prossimi mesi, si svolgerà un vasto programma di formazione comune tra lavoratori turchi e lavoratori europei, con conferenze in Turchia e in diversi paesi europei. Cgil Cisl e Uil sono impegnate in prima fila per la realizzazione di due seminari in Turchia (Ankara e Diyarbakir) e uno a Roma. Questa cooperazione tra lavoratori europei e turchi è un buon segnale politico al governo turco (se vuole realizzare le sue aspirazioni ad aderire all'UE, la dimensione sociale dell'Europa deve permeare pienamente le  leggi e i comportamenti in Turchia) e anche ai governi europei che spesso utilizzano il "rischio" che la Turchia diventi membro dell'Ue per suscitare reazioni di chiusura e xenofobe tra l'elettorato.

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