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Birmania, lavoratori in rivolta mentre Aung San Suu Kyi presenta il suo appello

MONDO

 

di Manlio Masucci

La Giunta birmana ha accettato di discutere il ricorso in appello presentato dall'avvocato di Aung San Suu Kyi contro la condanna a 18 mesi agli arresti domiciliari inflitta alla donna lo scorso agosto per violazione delle leggi sulla sicurezza dello Stato. Il ricorso, nonostante non sia stata fissata ancora una data per l'udienza, verrà presumibilmente discusso in aula entro un mese. Il futuro del premio Nobel per la Pace e leader del movimento democratico birmano sembra rimanere, in tutti i casi, maggiormente vincolato ai calcoli politici del generale Than Shwe, in vista delle elezioni indette dalla giunta militare nel 2010, piuttosto che alle decisioni di un tribunale. Mentre il movimento democratico birmano continua la sua battaglia, si fanno sempre più frequenti gli episodi di malcontento che sfociano in aperte contestazioni. L'ultimo fatto significativo è avvenuto in un sobborgo occidentale di Rangoon dove circa 1.300 lavoratori di una fabbrica di indumenti di proprietà malese hanno proclamato uno sciopero ad oltranza per protestare contro il managment dell'impresa fino all'ottenimento, dopo giorni di tensioni, di un nuovo accordo. La vicenda è stata particolarmente travagliata con il dispiegamento di forze dell'ordine intorno alla fabbrica che, secondo le fonti della Federazione dei sindacati birmani (Ftub), sarebbero entrate in collisione con i dimostranti: "Abbiamo avuto notizie di scontri e pestaggi - assicurano i portavoce del sindacato birmano - ma non abbiamo avuto notizie di arresti, almeno fino ad oggi". La pressione esercitata dalla Ftub sul ministro del lavoro birmano e la solidarietà dei sindacati internazionali hanno dunque prodotto i risultati sperati. Il vice ministro del lavoro U Tin Tun Aung si è, infatti, recato personalmente nella fabbrica per sbloccare una situazione che rischiava di divenire incandescente e di provocare un effetto a catena in un paese in cui le dispute sul lavoro s'intrecciano "pericolosamente" con quelle legate alle rivendicazioni dei diritti umani e politici. E' dunque significativo che dopo l'incontro del viceministro con il manager e una rappresentanza di 28 dipendenti, la direzione dell'impresa abbia acconsentito alle richieste dei sindacati:  "Alla fine - riportano le fonti della Ftub - hanno acconsentito alle nostre richieste e hanno rinnovato il contratto". Fra le richieste avanzate dai sindacati ci sono quelle di un aumento salariale, benefit per l'alloggio e i trasporti, ma anche la cessazione delle vessazioni che i lavoratori spesso subiscono dalla vigilanza dell'impresa. Un documento in dodici punti che inizialmente era stato rigettato dal managment dell'azienda che aveva così innescato la massiccia mobilitazione. Decisivo per la risoluzione della vicenda anche l'interessamento dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) che aveva ricevuto segnalazioni sugli abusi perpetrati nella fabbrica malese. "L'escalation della protesta e il coinvolgimento delle istituzioni internazionali - ha commentato il portavoce della Ftub - hanno destato le più profonde preoccupazioni ai più alti livelli della giunta militare al governo che ha preferito intervenire direttamente per risolvere la questione". 

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