di Giacomina Cassina
Quali fragilità e quali potenzialità nei mercati del lavoro nei Paesi Arabi Mediterranei? Le diverse destinazioni di chi emigra implicano diversi effetti economici e sociali sui paesi d'origine? Come incidono le rimesse e la fuga dei cervelli su economia e mercato del lavoro dei paesi d'origine? Come collegare il rispetto dei diritti fondamentali e del lavoro con le politiche occupazionali (nel paese d'origine) e migratorie (nei paesi di destinazione) coinvolgendo anche gli attori sociali?
Questi alcuni degli interrogativi che hanno percorso i dibattiti di una Conferenza tenutasi all'Università del Cairo, l'11 e 12 ottobre per presentare uno studio su "Mercato del lavoro e migrazioni nei Paesi Arabi Mediterranei" promosso e realizzato dal Centro di Alti Studi Robert Schuman dell'Istituto Universitario Europeo di Fiesole, insieme con l'Università del Cairo e sponsorizzato dalla Commissione UE. Il rappresentante della DG Affari sociali e occupazione ha dichiarato che la Commissione europea intende garantire un'ampia diffusione a questo imponente lavoro di ricerca, non appena sarà completato dai ricercatori (per ora disponiamo solo delle bozze finali dei testi). Ci auguriamo che sia presto così perché il lavoro è di gradissimo interesse per tutti i soggetti che si occupano di queste materie: si tratta un alcuni documenti a carattere scientifico, metodologico o di sintesi, accompagnati da 7 studi per paese (Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania, Libano, Siria e Territori Palestinesi).
Pur essendo una ricerca accademica complessa, corposa e non di facilissima lettura, almeno tre ragioni depongono perché il sindacato la prenda in attenta considerazione: la prima è che una ricerca accademica libera pone sempre una serie di spunti problematici che interrogano anche le conoscenze, le esperienze e le posizioni delle organizzazioni dei lavoratori; la seconda è che questo lavoro si fonda su un tentativo di lettura di medio/lungo periodo, il che è molto utile ad un'organizzazione come la CISL che non si vuole fermare a progetti di breve respiro; la terza è che la panoramica offerta dai contributi redatti da esperti nazionali mostra bene la complessità e la specificità di paesi e società che troppo spesso sono omologati in analisi sommarie sulle migrazioni e o sull'area del bacino mediterraneo.
Non ha senso ripercorrere nel dettaglio lo svolgimento della conferenza, mentre può essere utile, soprattutto in vista di una lettura degli studi una volta che saranno pubblicati, riprendere gli interrogativi iniziali e dar atto di alcuni spunti emersi nei due giorni di presentazioni e discussioni.
E' indubbio - e i rapporti sui diversi paesi lo confermano - che i mercati del lavoro dei Paesi Arabi Mediterranei (PAM) siano caratterizzati da strutture fragili, da ammortizzatori sociali deboli o addirittura assenti e da un cattivo collegamento tra istruzione, formazione e tassi di occupazione. Il tasso medio di partecipazione al mercato del lavoro, ossia il 46% della popolazione in età lavorativa, è il più basso al mondo e ancora più preoccupante è il tasso di partecipazione femminile che non sfonda la barriera del 25%, nonostante sia cresciuto in modo rilevante negli ultimi due decenni. Nemmeno lo sviluppo economico dell'ultimo decennio, con una forte crescita dell'economia dei PAM (tutti sopra il 5% annuo), ha contribuito a creare posti di lavoro decenti nella proporzione necessaria alle esigenze demografiche e alle potenzialità delle risorse umane - specie le donne - della regione. Il trend demografico positivo, infatti, pur in una fase evidente di transizione (ribassi generali e costanti, ma diversi da paese a paese, dei tassi di fecondità), resta ancora molto vivace rispetto a quello europeo e delle altre aree industrializzate del mondo. Ciò fa sì che molti giovani, ogni anno, si affaccino al mercato del lavoro: una previsione prudente indica la necessità, nel prossimo decennio, di creare ex novo circa 1,5 milioni di nuovi posti all'anno, per una popolazione complessiva di 180 milioni di persone e una popolazione in età lavorativa di 116 milioni (dato attuale) della quale meno della metà è oggi occupata (57 milioni). Ma anche se questa ipotesi si realizzasse, cosa peraltro estremamente improbabile, non risolverebbe il problema della disoccupazione: lo conterrebbe, infatti, soltanto dentro i tassi attuali, ossia circa il 15% della forza lavoro. Una simile percentuale, comunque, sarebbe già adesso destabilizzante socialmente ed economicamente se nei PAM non ci fossero due valvole di sfogo: le migrazioni, da un lato e, dall'altro, una vastissima area di lavoro informale e non riconosciuto dove, ancora una volta, sono soprattutto le donne ad essere confinate. Il lavoro informale è, di fatto, un vasto bacino occupazionale non protetto, spesso non qualificato, mal remunerato e che sfugge alla fiscalità generale, costituito da tassi rilevanti di occupazione non agricola (dal 35 al 55%). Da qui, almeno in parte, deriva anche un'ulteriore debolezza del mercato del lavoro nei PAM rappresentata da sistemi di welfare costosi (con prelievi sui salari di circa il 23%), poco efficienti e con una copertura ben lontana dall'essere universale.
L'esame del rapporto tra migrazioni e mercati del lavoro nei PAM non ha concesso nulla - altro merito non secondario della Conferenza - né al rivendicazionismo passivo di chi dice che i guai occupazionali della sponda sud ed est del Mediterraneo sono dovuti alla chiusura dell'UE nei confronti delle migrazioni ("Europa Fortezza"), né chi solo denuncia l'impoverimento delle risorse umane nei paesi di provenienza dovuto al "brain drain" (drenaggio di risorse umane e alte qualifiche) operato dai paesi utilizzatori delle migrazioni. Lo scenario assunto dai ricercatori per il prossimo decennio (2010 - 2020) è quello, sempre molto prudente, che prevede flussi migratori dai PAM di 200 mila persone all'anno. Perché si possano formulare ipotesi politico-giuridiche sulla gestione di questi flussi la Conferenza ha approfondito il rapporto tra due importanti "effetti" delle migrazioni sui mercati del lavoro e le società d'origine: il "brain drain" e le rimesse degli emigrati. Sembrerebbe a prima vista che il fenomeno del "brain drain" sia molto grave e in gran parte lo è. In effetti, bisogna tener conto che l'insufficiente qualità dello sviluppo dell'area fa sì che, già oggi, una parte consistente di laureati e diplomati non trova un'occupazione adeguata nel proprio paese, il che significa che l'impoverimento delle risorse umane è già in atto prima della scelta migratoria: ciò pone, quindi, il problema di non permettere che questo degrado si perpetui e si acuisca nei paesi di destinazione. La scelta di emigrare, anche se non si trova nel paese di accoglienza un posto adeguato alle proprie qualifiche (problemi di riconoscimento e saturazione delle competenze più alte già operata dai cittadini dei paesi di immigrazione), è di fatto compensata dall'attrattiva di un salario che permette sia di inviare consistenti rimesse al paese d'origine (è il caso soprattutto dell'emigrazioni verso i paesi del Golfo), sia di vivere più o meno agiatamente con la propria famiglia se le condizioni giuridiche del paese di accoglienza consentono il ricongiungimento (migrazioni nei paesi europei). A margine, un relatore notava che l'aspettativa di emigrare spinge, a volte, ad accrescere la propria preparazione e le proprie competenze: in questo caso, la spinta migratoria avrebbe addirittura l'effetto positivo di arricchire lo stock di competenze, anche se tale stock finirebbe poi per servire soprattutto ai paesi di destinazione, se si tratta di emigrazione stanziale; diversa, invece, potrebbe essere la dinamica in caso di migrazioni temporanee o circolari.
La destinazione dei flussi e le diverse tipologie di migrazione modificano quindi sensibilmente gli effetti sul mercato del lavoro e le società dei paesi d'origine. Una parte consistente dei flussi in provenienza dai PAM continua a rivolgersi verso l'Europa (poco, invece, verso il Nord America), ma sempre di più e con forti dinamiche, anche verso i paesi del Golfo. Quella verso i paesi del Golfo (meta privilegiata delle migrazioni dai paesi del Mashrek: Egitto, Giordania, Siria e, in parte, Libano) è sempre un'emigrazione a termine: alcuni mesi, pochi anni al massimo. Si tratta, insomma, di un'emigrazione "circolare", una sorta di "va e vieni" in cui pochissimi sono diritti garantiti, le condizioni di lavoro sono precarie e spesso pericolose, ma che è fonte di discreti guadagni che ritornano quasi tutti in patria. Purtroppo, la qualità della gestione delle migrazioni non è alta nemmeno nell'UE: i flussi verso i paesi europei hanno un carattere più stabile, anche se stagionalità e circolarità sono spesso presenti, ma le lentezze e le contraddizioni nella costruzione di una politica comune dell'UE in materia migrazioni lasciano, di fatto, una quasi totale discrezionalità alle politiche migratorie nazionali, con gli effetti perversi che abbiamo visto e denunciato anche di recente nel nostro paese.
L'idea-guida, dopo la conferenza del Cairo, potrebbe essere quella di progettare una "qualità" delle migrazioni dai PAM verso l'UE che, andando oltre l'approccio riduttivo, strumentale e iniquo della gestione securitaria attuale, individui strumenti e garanzie che rendano le migrazioni davvero un'operazione a somma positiva tanto per gli emigranti stessi, quanto per i paesi di provenienza e quelli di accoglienza. L'idea che le migrazioni debbano e possano essere un fenomeno positivo e perfino necessario tanto per i paesi d'origine quanto per i paesi di accoglienza, dovrebbe guidare ogni politica migratoria, a qualsiasi livello. Non si tratta di un generico enunciato "buonista", ma di una realtà confermata dalla storia di paesi come gli USA o la Germania e, più vicino a noi nel tempo e nello spazio, dalla nostra stessa esperienza nazionale: pensiamo a che cosa sarebbe la società italiana senza badanti straniere.
Il contributo di sintesi della ricerca ha indicato alcune piste di ricerca ulteriore e anche di possibile traduzione in sperimentazioni e/o in decisioni politiche da parte delle istituzioni dell'UE.
Innanzitutto e specialmente sul versante dei PAM, bisogna proseguire lo sforzo per strutturare e consolidare la rete dei ricercatori e le capacità di rilevamento e di elaborazione dei dati, concentrandosi sul rapporto tra mercato del lavoro formale e mercato del lavoro informale e approfondire i fenomeni migratori dentro il contesto dei paesi arabi.
Nell'ambito delle politiche migratorie dell'UE, si deve assumere senza falsi pudori che i bisogni europei saranno, nel medio termine, soprattutto di forza lavoro qualificata e che la migrazione di queste persone deve essere regolata con maggior attenzione e con maggiori flessibilità: la costruzione di ipotesi e di buone pratiche di "circolarità" e di migrazione temporanea, facilitate da strutture di consulenza nei paesi d'origine e da visti con corsia preferenziale, potrebbero essere la carta più interessante, a condizione - come si osservava nel dibattito - che si curino sia gli aspetti di un'integrazione a breve, sia la capitalizzazione di competenze, esperienze, diritti (la portabilità, ad esempio, dei contributi pensionistici), nonché la costruzione di condizioni di quadro che permettano l'uso produttivo, per i lavoratori migranti e per i loro paesi, dei periodi di ritorno/reinsediamento nelle regioni di provenienza. In questo contesto, va analizzato più a fondo il ruolo delle rimesse e la loro valorizzazione come contributo allo sviluppo o, meglio, al co-sviluppo dell'intera area Euromediterranea.
Infine, va segnalato che alcuni interventi (oltre quello della CISL, quello di un rappresentante dell'OCSE e quello finale della Vice-presidente dell'Università del Cairo) hanno sottolineato la necessità di aprire un confronto con le parti sociali ai vari livelli per creare un dibattito costruttivo su queste tematiche che possa condurre alla definizione di una migliore e più lungimirante politica migratoria nell'UE: rispetto a quest'ultimo punto dibattuto al Cairo, è opportuno che il sindacato si attivi e cerchi l'interlocuzione con tutto gli altri soggetti sociali ed istituzionali che hanno la responsabilità di gestire le politiche migratorie.
(19.10.2009)










