di Ilaria Storti
Le etichette hanno vita breve. E anche la malevola ma fortunata definizione di bamboccioni, coniata poco più di 2 anni fa (ottobre 2007) dal fu ministro dell'Economia Padoa Schioppa, sembra avviata al declino. O almeno, non si adatta più ai giovanissimi. Secondo un'indagine Doxa-Unicredit i giovani tra i 18 e 30 anni non sono uguali ai coetanei di qualche anno fa. Introiettata faticosamente l'idea di essere una generazione (la prima nella storia italiana) che sta peggio di quella dei propri genitori, i giovani nati tra il '79 e il ‘91 cominciano ad adeguarsi - alla precarietà, al futuro incerto, alla crisi - e a reagire. Gli under 30, insomma, sono ancora un po' bamboccioni ma, spiega la responsabile del settore qualitativo Doxa, Franca Ferrari, "sembrano essere diventati più intraprendenti, si rimboccano le maniche per affrontare un contesto economico complesso". E forse, dopo 20 anni di vuoti politici, di mancata crescita economica, di galleggiamento del Paese, cominciano a rassegnarsi all'idea di essere una generazione condannata a "ricostruire".
Il giovane bamboccione è diventato più intraprendente. Uno dei dati più significativi della ricerca è, infatti, il fatto che la maggioranza dei giovani studia; tuttavia lavorano più ragazzi di quanto ci si possa aspettare il 45% del campione, mentre il 4% studia e lavora. Frequenta l'università la stragrande maggioranza dei 18-24enni (il 72%), mentre solo il 23% dei ragazzi tra i 25 e i 30 anni è ancora iscritto a un corso universitario. Il 58% di questi frequenta un corso di laurea breve, il 30% un corso di laurea specialistico; il 6% un master di specializzazione. Tra i 25-30enni quelli che restano a casa con i genitori non sono più la maggioranza (48%) e, cosa più importante, chi ha un lavoro tende ad andarsene.
Il problema del mantenimento agli studi. Un terzo dei giovani intervistati si è dovuto trasferire dal luogo di origine per motivi di studio, e il 60% di loro si affida ai genitori per mantenersi. Tuttavia, non sono pochi quelli che lavorano per pesare meno sulle spalle della famiglia. Un giovane su tre lavora per concorrere alle proprie spese; uno su 10 è completamente autosufficiente. Sono principalmente gli uomini a lavorare (uno su due, contro il 34% delle donne), e ciò è probabilmente più sintomo di una difficoltà delle ragazze a entrare nel mondo del lavoro che una caratteristica dell'universo giovanile. I giovani del Nord-Est (54%) e del Centro (56%) lavorano in misura maggiore rispetto a quelli del Nord-Ovest (41%) e del Sud (38%).
Professione impiegato. Il principale sbocco professionale per i giovani è quello impiegatizio (il 30% dei 25-30enni e il 15% dei 18-24enni). Segue la professione di operaio generico (11% dei 25-30enni e 3% dei 18-24enni) e di imprenditore/libero professionista (12% dei 25-30enni e 2% dei 18-24enni). La figura professionale del giovane impiegato è più presente al Centro mentre nel Nord-Est si segnala la percentuale più alta di giovani imprenditori/liberi professionisti. Oltre 2 giovani su 3 lavorano a tempo pieno; uno su 5 lavora part time (32% di donne, 17% di uomini). Il part time è assai diffuso al Sud (30% dei giovani) molto meno al Centro e al Nord. A un anno dalla laurea quasi due under 30 su tre trovano lavoro a tempo pieno, anche se speso precario. La metà dei giovani hanno un contratto a tempo indeterminato; il restante 50% si divide tra tempo determinato (23%), lavoro autonomo (21%) e nero (5%). Nel caso del tipo di contratto, però non ci sono grandi differenze tra donne e uomini.
(2 luglio 2009)










