Anticipazione da Conquiste del Lavoro in uscita domani
di Luca Tatarelli
Casale Monferrato (Al) - dal nostro inviato. Un appartamento di sera. Siamo nei primi anni '60. Un lavoratore dell'Eternit di Casale Monferrato ritorna a casa, come altri 1.600 suoi colleghi. È felice di lavorare in quella azienda che come la Fiat di Torino dell'epoca è un posto d'oro.
Ha ancora indosso la tuta blu da lavoro, completamente ricoperta da una polvere bianca. È polvere di amianto. La moglie la lava a mano. Non sa che in pochi anni morirà, uccisa solo per il fatto di avere respirato quella polvere. E come lei tante donne, tanti uomini. Lavoratori e semplici cittadini. Sì, anche semplici casalesi che hanno avuto la sfortuna di abitare vicino alla fabbrica.
La polvere di amianto non ha risparmiato nessuno. Ci affidiamo ad alcuni dati per testimoniare quello che è accaduto in questi anni e che accadrà nei prossimi (si ipotizza che il "picco" dei decessi si avrà nel 2020). Finora le persone decedute (dati 2008) sono state 1.649 per patologie asbesto-correlate. Hanno perso la vita anche 16 dipendenti di ditte esterne che operavano in Eternit. Alto anche il numero di cittadini colpiti: 254.
C'è chi poi con l'asbestosi ci convive. Sempre secondo i dati del 2008, sono 420 le persone affette da patologie asbesto-correlate, di cui 412 ex lavoratori. Quattro erano dipendenti per ditte esterne e altrettanti sono cittadini e loro familiari. In realtà, i dati sono senz'altro superiori. Ad una stima, tutta da verificare, pare che la cifra delle vittime - deceduti e malati, cittadini ed ex lavoratori - si aggiri intorno a circa 3.000-3.500 (o forse di più).
COSA ACCADEVA?
Lo stabilimento, nato nel 1907 e chiuso nel 1986 per fallimento, sorgeva nella parte ovest della città di Casale Monferrato. In tutta la sua lunga vita ha dato lavoro a migliaia di casalesi (qualcuno proveniva anche dalle zone limitrofe). C'è stata poi una forte emigrazione dal Veneto. E nei primi anni '60 sono arrivati tanti meridionali. Lo stabilimento era diviso in due parti. Ci lavoravano anche molte donne. I magazzini per i prodotti finiti pronti alla commercializzazione erano vicini alla stazione (zona est). Cosa succedeva? Semplicemente, i manufatti uscivano dalla fabbrica e venivano caricati sui camion. Senza alcuna protezione attraversavano Casale diretti alla scalo ferroviario. In via Oggero c'era lo stabilimento dell'Eternit.
La vediamo ricoperta di neve. Il cancello dove entravano gli impiegati è l'unico accesso rimasto. Ora è stato chiuso con un lucchetto. Per terra davanti all'inferriata restano alcune rose bianche ormai appassite. Le hanno portate un giorno di dicembre, alla vigilia dell'apertura del processo penale a Torino (le udienze riprenderanno l'8 febbraio).
L'immagine colpisce. È la testimonianza visiva di quello che resta della fabbrica. Un monumento al sacrificio del lavoro. I sindacati di Casale Monferrato vorrebbero che in questa area sorgesse un museo. Un monumento alla memoria. Al ricordo di chi è entrato in fabbrica, magari giovanissimo, ed oggi forse in qualche parte d'Italia ha perso una persona cara o lui stesso è affetto da mesotelioma. Secondo le intenzioni del Comune, dopo la bonifica di tutta la zona dove ci sono ancora alcune cementerie da smantellare, sorgeranno abitazioni.
TESTIMONIANZE
Erano fieri di lavorare all'Eternit. Erano orgogliosi di indossare quella tuta blu. E di guadagnare bene. Non sapevano che oltre al contratto di lavoro avevano firmato anche per una lunga malattia. Eterna, come il nome che fu dato all'azienda dal nome che nel 1901 l'austriaco Ludwig Hatschek ha dato al fibrocemento, da lui scoperto. L'anno successivo un commerciante di nome Alois Steinmann acquista la licenza e fonda la Schweizerrische Eterniterke Ag.
Incontriamo alcuni di questi operai nella sede della Cisl di Casale Monferrato. Hanno deciso di raccontare, seppure con un po' di imbarazzo, la loro storia a Conquiste.
Inizia, Giovanni Gilardino. Supera i primi momenti di difficoltà e narra quando entra nello stabilimento. È il 1960. Vi rimane fino al 1986. "Lavoravo - racconta - alle paratie dei locomotori elettrici, alle basi per gli impianti per gli interruttori delle dighe". Come era l'ambiente di lavoro? "La polvere d'amianto - ricorda - era tantissima. A metà degli anni '70 scoprii di essere malato. Per caso. Mi feci visitare. Avevo l'asbestosi". Il signor Giovanni ha il 55% di riduzione delle capacità vitali. L'amianto ha colpito.
Nel 1970 quando entra all'Eternit, Michele Paro viene impiegato nella produzione di lastre e tubi. Vi resta fino all'86. "Anche il mio era un reparto molto polveroso". dice. Un giorno del 1992 scopre che quello che aveva respirato era come un veleno entrato giorno per giorno nei suoi polmoni. Riducendone le funzioni vitali. Fa delle radiografie. Ma è la mancanza di respiro che suona come un campanello d'allarme. "Anche se in verità - aggiunge - detti la colpa all'età che avanzava".
Luigi Antoniani, ex sindacalista Cisl nel consiglio di fabbrica all'Eternit, entra con un contratto di pochi mesi. Poi confermato. "Mi occupavo - racconta - della manutenzione degli impianti".
Nel 1975 gli viene riconosciuta la malattia professionale per colpa dell'amianto.
Un altro testimone di quegli anni è Remo Lavagno. Assunto all'Eternit nel 1961 vi rimane fino al 1983. Opera nel reparto lastre. "Ho sempre respirato la polvere di amianto - dice -. Ho però un contenzioso con l'Inail per il riconoscimento dell'invalidità. Mio fratello lavorava con me. Gli hanno riconosciuto una riduzione di capacità vitale all'80%. A me ancora no".
Eternit e Casale, dunque, filo conduttore di una stessa realtà: quella dello sviluppo e del lavoro.
Lo stabilimento era la città. La città era lo stabilimento. Tutti ricordano quando durante l'occupazione nazista i casalesi salvarono gli operai. Oggi i casalesi hanno esposto 3 mila bandiere sulle finestre delle loro case. Sono bandiere italiane. Il nero campeggia sul tricolore.
La scritta è un messaggio chiaro: Eternit: Giustizia.
(28 gennaio 2010)










