Breaking News

Alimenti e filiera corta, molte regole da cambiare

di Rodolfo Ricci

 

Negli ultimi tempi si è assistito ad un fenomeno che spesso ha suscitato la preoccupazione degli addetti ai lavori: il prezzo dei prodotti agricoli è diminuito in campagna, mentre quello dei prodotti alimentari, sugli scaffali dei negozi, è rimasto stabile o è cresciuto ulteriormente. Come è possibile che questo avvenga? C'è la sensazione che i meccanismi messi a punto dal Governo - dall'ideazione di Mister prezzi al costo di alcuni prodotti disponibile sul cellulare - servano veramente a poco; tuttavia la situazione non è poi così facile da decifrare e bisogna partire da alcune annotazioni di scenario. In primo luogo, va osservato che negli ultimi anni i prezzi dei prodotti alimentari hanno evidenziato una crescita sostanzialmente analoga a quella che si è verificata per l'inflazione. Ma nel caso dei prodotti agroalimentari l'andamento della crescita dei prezzi è stata più irregolare che negli altri beni e questo può essere uno dei motivi per cui si è attirata, con una certa facilità, l'attenzione dei mass media. In secondo luogo, va sottolineato che all'interno dello spazio europeo l'Italia è il Paese che ha visto crescere maggiormente il livello dei prezzi dei prodotti agricoli, misurato in termini di potere d'acquisto; di conseguenza, mentre fino al Duemila il livello dei prezzi dei prodotti alimentari al consumo (in termini di potere d'acquisto) nel nostro Paese era più basso della media comunitaria, attualmente risulta abbondantemente sopra tale media. In terzo luogo, se si esamina, sempre per i prodotti agroalimentari, l'andamento della forbice esistente tra i prezzi alla produzione e quelli al consumo, questa sembra ampliarsi quando le variazioni dei prezzi alla produzione sono di modesta entità, mentre si smorza quando sono molto accentuate. Dal momento che i prezzi alla produzione sono molto più bassi di quelli al consumo, anche un andamento degli indici dei prezzi alla produzione e al consumo perfettamente uguale significherebbe un aumento considerevole dei margini di intermediazione. La situazione reale indica, quindi, un crescente peso da parte delle fasi di trasformazione e distribuzione, che facendo leva sul proprio potere di mercato incamerano margini di extra-profitto. Oggi si presenta anche un nuovo scenario: la forte riduzione del prezzo del petrolio ha dimezzato le soglie di convenienza per la produzione di biocarburanti, con potenziali ricadute negative sui prezzi sia dei cereali (soprattutto mais), ormai in caduta libera, sia delle oleaginose.
Un dato è certo: tutto è legato alla gravità della recessione: la recente reintroduzione dei dazi nel settore dei cereali da parte della Commissione Ue resta un segnale indicativo della situazione dei mercati internazionali. Tutto ciò dovrebbe comportare una riduzione dei margini di profitto, anche se rimane l'incognita della concomitante rivalutazione del dollaro che, da un lato, contribuisce a mantenere elevati i prezzi dei principali fattori produttivi di origine extragricola, ma dall'altro rende più competitivi i nostri prodotti sui mercati mondiali. Non ci sono, pertanto, soluzioni semplici o interventi che in poco tempo possono risultare efficaci; il problema è collegato con la struttura del sistema di trasformazione e vendita dell'agroalimentare e con la frammentazione dell'offerta agricola. Alcuni analisti ritengono che un contributo decisivo per ridurre la forbice tra prezzi al consumo e prezzi alla produzione potrebbe venire da un accorciamento della filiera distributiva. Infatti, in una filiera distributiva lunga, non solo vengono ridotti i prezzi agricoli e aumentati i margini distributivi, ma questi ultimi diventano non comprimibili, con conseguente perdita della capacità di calmierare i prezzi. Funzione quest'ultima che un moderno sistema di trasformazione e vendita dovrebbe poter tranquillamente svolgere, soprattutto in periodi di crisi economica come quello attuale. Quali ricette, allora? Molti pensano alla formula "un risparmio al giorno" per dare dei consigli alle famiglie italiane, oppure si sente dire che i prezzi di molti alimentari sono più bassi se si sceglie di rifornirsi direttamente dal produttore, per poi passare ai farmers market, ai gruppi d'acquisto e ai vantaggi del "chilometro zero". Nei primi, per lo stesso paniere di prodotti ortofrutticoli sarebbe possibile - si dice - un risparmio di quasi il 50% (meglio affidare a un Istituto indipendente queste indagini) rispetto a un negozio tradizionale. Si legge anche che in Italia sarebbero oltre 10 mila le fattorie e le cantine dove è possibile acquistare direttamente, 44 i farmers market e 428 i gruppi d'acquisto, che però sarebbero forse un migliaio. In realtà, se si raddoppiassero o triplicassero questi numeri non si risolverebbero i problemi dell'agricoltura italiana. La dimostrazione è che dove sono nati i farmers market e cioè negli Stati Uniti, dove in tutte le città o quasi vi sono mercati settimanali riservati agli agricoltori, prospera la distribuzione moderna che assorbe gran parte della spesa alimentare. Poi, sulle cause degli aumenti, qualcuno le ha racchiuse nelle famose tre C: clima, Cina e carburante. Tutti sono d'accordo che il mercato dei cereali ha attraversato, in periodi differenti, una crisi congiunturale dovuta all'aumento della domanda per la produzione di biocarburanti, domanda oggi attenuata dal crollo del prezzo del greggio; ma una causa più grave è stata individuata nell'apparizione sul mercato della domanda di Paesi emergenti, come Cina e India, provocata dall'accelerazione della dinamica del reddito in queste Nazioni che si è riversata nell'incremento della domanda e nel mutamento dei modelli di consumo.
In Italia, dopo il successo ottenuto in Europa, il ministro Luca Zaia deve chiarire la sua politica agraria. Sorprenderebbe che un ministro leghista non tenesse nella dovuta considerazione il ruolo delle Regioni alle quali, anche senza il federalismo, la Costituzione riconosce competenza primaria in agricoltura. Come seconda cosa, preoccupa che i temi di moda oggi (chilometro zero, farmers market, ecc.) diventino le idee ispiratrici della politica agraria di Zaia. Certamente il sostegno e la difesa della produzione nazionale contro la concorrenza scorretta dei prodotti importati e il rapporto diretto tra produttori e consumatori per esorcizzare lo strapotere della grande distribuzione sono temi molto importanti. Non si può dimenticare però che l'Italia resta un importatore netto con deficit particolarmente elevati in alcuni settori importantissimi per l'economia nazionale, con importazioni rilevanti anche in segmenti in cui abbiamo una posizione di leadership a livello mondiale come l'ortofrutta. D'altronde, la politica agraria va per mode. E' utile ricordare che il ministro Giovanni Marcora, tra la metà degli anni 70 e i primi anni 80, aveva concentrato tutta la sua azione contro il deficit della bilancia agroalimentare che, a causa dei due shock petroliferi era diventato il problema dell'economia nazionale.
Un ultimo dato: bisogna anche tarare meglio i progetti di filiera. Infatti, una tra le tante novità della programmazione per la politica di sviluppo rurale per il settennio 2007-2013 è l'utilizzo dello strumento della progettazione collettiva, attraverso il ricorso al Progetto integrato di filiera (Pif), al Progetto integrato d'area (Pia) e ad altre declinazioni escogitate quando c'è stata l'elaborazione dei Psr. La novità dei Pif ha avuto molto successo, visto che ben 15 sono state le Regioni che hanno previsto l'attivazione di questo approccio nei loro piani pluriennali. A dire il vero, però, la progettazione integrata non è una novità di quest'anno. Ci sono regioni come Calabria e Umbria che hanno già impiegato lo strumento del Pif in passato, riscuotendo un discreto successo. Ma delle 15 regioni che hanno previsto di attivare l'approccio Pif, solo 5 fino a oggi hanno emanato i bandi per la presentazione delle domande. Si tratta di Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Lazio e la stessa Calabria. Il Progetto di filiera è comunque una maniera alternativa che il singolo beneficiario ha di accedere alle agevolazioni e al sostegno della politica di sviluppo rurale. La differenza sostanziale, dal punto di vista procedurale, consiste nel fatto che per arrivare a incassare gli aiuti previsti nel Psr non si presenta una domanda singola, ma il richiedente si unisce con altri potenziali beneficiari per elaborare un piano strategico di filiera che ha ricadute positive, in termini di prestazioni e performance, sul sistema produttivo sottostante. I partecipanti al progetto collettivo appartengono ai diversi anelli della filiera (agricoltori, industria di trasformazione, soggetti erogatori di formazione, di assistenza tecnica e di consulenza) e il Progetto integrato funziona da raccoglitore di una pluralità di domande individuali, con le quali le distinte categorie di potenziali beneficiari chiedono di ottenere i finanziamenti previsti nelle diverse misure del Psr. Come sempre, non mancano i problemi con i quali ci si è dovuti confrontare in questi primi mesi di esperienza. Spesso si è constatata una qualità insoddisfacente dei Progetti di filiera e una scarsa coesione tra i soggetti. Si avverte la tendenza a mettersi insieme non tanto per condividere e portare avanti una sfida di natura imprenditoriale e aggregata, ma per fare il pezzo di strada in comune al solo fine di arrivare al riconoscimento del finanziamento pubblico. 

vai all'archivio notizie di Luglio