Fattori dimenticati

di Marco Marcatili

L'aggrovigliarsi di fattori congiunturali e strutturali rende molto difficile mettere a fuoco dove e come mettere le mani sulla nostra economia. L'impressione è che lo scossone finanziario partito nell'estate 2007 negli Stati Uniti - che negli ultimi mesi sta colpendo le scelte di consumo, investimento e produzione degli attori economici italiani - e il normale andamento ciclico dell'economia - che si sarebbe manifestato a prescindere da eventi esogeni - abbiano nascosto i veri e annosi problemi di struttura dell'economia italiana e locale. Uno dei più emergenti riguarda il calo drastico della propensione al rischio e alle scelte, ma soprattutto al cambiamento in ogni area semantica della società odierna. Tra le tante concause si può annoverare una sfiducia sempre crescente tra le varie generazioni successive: i padri non hanno più fiducia nei figli a cui ad esempio faticano a lasciare gradualmente il controllo delle decisioni aziendali, i figli al contrario non sono più interessati a dare un seguito alle attività dei propri padri e non accettano di instaurare con loro qualsiasi tipo di relazione di lavoro. Il secondo problema strutturale ha a che fare con il nanismo culturale, prima ancora che dimensionale, delle imprese italiane. Un'impresa di piccole dimensioni, certamente, non riesce a ottenere economie di scala (risparmio dei costi tout court), a penetrare sui mercati esteri e a implementare nuovi modelli organizzativi e tecnologici. Ma, altrettanto, un'impresa culturalmente arretrata non attrae talenti e non trattiene quelli presenti, non incoraggia un sistema di produttività basato sulle motivazioni intrinseche (oltre che sugli incentivi monetari) e sul know why della persona (oltre che sul know how), e infine non riesce a costruire un nuovo sistema di relazioni industriali a rete per entrare a far parte di un network. Un'altra crepa nella struttura economica della società postmoderna concerne l'irrisolta questione della precarietà che, tra i tanti effetti umani e sociali, produce una situazione economica non in grado di attivare il risparmio privato. Non a caso, dopo 18 mesi di crisi, si può notare come i principali Paesi dell'Europa continentale hanno dimostrato maggiore capacità di resistenza grazie ai loro risparmi. Se nei Paesi anglosassoni il consumo toccava picchi del 131% sul reddito disponibile, in Italia e Germania si è avuta una maggiore tenuta sociale di fronte alla crisi finanziaria globale grazie alla minore quota di debito delle famiglie rispetto al reddito e grazie alla ricchezza pensionistica. L'allungamento dei tempi di permanenza in una dimensione di precarietà è stata resa possibile in Italia grazie all'accumulazione del risparmio privato da parte delle vecchie generazioni e dall'erosione da parte delle nuove. Da non dimenticare, infine, come nel nostro sistema economico tipicamente banked oriented le banche abbiano completamente modificato il proprio mestiere rispetto a quello originario dei Monti di Pietà del 1400 che consisteva nell'aiutare le famiglie in difficoltà a programmare il proprio consumo, nel finanziare le imprese produttive e nel favorire la nascita di nuove iniziative imprenditoriali. Nelle banche moderne le erogazioni sono effettuate quasi esclusivamente sulla base di garanzie reali, raramente vengono finanziati il privato sociale e i nuovi microimprenditori, durante i tempi di crisi viene bloccato il flusso di credito ai settori produttivi più rischiosi senza un processo coerente di selezione di imprese e siamo ancora lontani dall'immaginare una banca come una vera e propria impresa in grado di rischiare nuovi progetti imprenditoriali. È evidente il problema culturale alla base, ma altrettanto eclatante l'assenza di alcune regole essenziali che contengano misure meno penalizzanti per chi sceglie di finanziare il terzo settore e di sostenere le persone in difficoltà. Unesempio tra tutti è il microcredito, sempre più richiesto anche in Italia sia come sostegno sociale sia per il lancio di micro iniziative imprenditoriali, dove servirebbe una normativa specifica, alla stregua del credito al consumo, per differenziare il costo che una banca sostiene per erogare un finanziamento da 3 mila euro o da 100 mila euro. Inutile fare previsioni sui numeri che l'economia italiana farà registrare nel 2009, piuttosto è necessario ricostruire le condizioni strutturali per non trovarsi impreparati quando l'andamento ciclico dell'economia si invertirà. Dunque - è bene chiarirlo - l'economia degli anni a venire non dipenderà da quanto i modelli teorici siano in grado di prevedere il futuro, ma dalle scelte rischiose che i decisori politici, gli imprenditori e i banchieri prenderanno nel corso di questo anno per affrontare i problemi strutturali della nostra economia reale.

Diretta

Un problema imprevisto ha impedito il caricamento del video.

Labor Tv

In breve dal sito CISL

Le altre notizie

vai all'archivio notizie di Maggio

Labor Tv

Mestieri e professioni

Abbonamenti

Social trends

Labor Tv

You Tube Channel Cisl

Cambia l'Italia

XVII Congresso Confederale

QR code

Amianto: liberiamocene

Il blog dell'Ilo