Finanza d’impresa da ”NewDeal”

di Marco Marcatili


Settimana decisiva quella appena trascorsa a Milano per tentare di avviare una nuova finanza d'impresa che incorpori un'idea semplice e forse per questo troppo innovativa. Se negli ultimi decenni le imprese sono state tenute in vita in molti casi dal progressivo aumento del debito alimentando un boom virtuale, nei prossimi anni la ristrutturazione delle pmi colpite da questa crisi e la crescita dei processi di cambiamento e di sviluppo dovrà essere attuata dal capitale di rischio (soldi veri!) senza che l'imprenditore speri troppo di mettere in campo le proprie strategie solamente pompando nuovo debito nell'impresa. Ciò non vuole dire che il debito scomparirà del tutto, ma il ricorso alla leva finanziaria dovrà rispettare un rapporto di 1 a 1 tra debito e mezzi propri: a prescindere dagli effetti dei nuovi criteri di Basilea II cui le banche si attengono per affidare le imprese, verranno concessi prestiti alle imprese solo se parimenti l'imprenditore sarà disposto ad aumentare il capitale sociale per lo stesso controvalore. Nella sede di Assolombarda, l'Aifi (associazione italiana di venture capital e private equity istituita nel 1986) ha spronato tutti i suoi investitori privati associati ad incrementare le operazioni in settori anticiclici (primi tra tutti quello medicale e dei servizi alla persona) e in imprese ad alto potenziale ma bisognose di una radicale ristrutturazione post crisi. Il mondo del venture capital e del private equity, sviluppatosi negli Stati Uniti sin dagli anni '80 e poi diffusosi pian piano in Europa, può contare oggi in Italia 7,5 miliardi di euro pronti per nuovi investimenti nell'azionariato delle imprese italiane. Questo strumento rappresenta per le pmi un'alternativa al reperimento di mezzi finanziari tradizionali, al fine di accrescere la propria dimensione e competere sui mercati. Gli operatori di private equity e venture capital non apportano solo capitale finanziario, ma anche e soprattutto capitale umano. Il loro scopo è di entrare nella società attraverso l'investimento di capitale di rischio e di far crescere l'azienda, culturalmente prima ancora che dimensionalmente, in un periodo compreso tra tre e cinque anni grazie all'esperienza maturata nei vari settori. A seconda dello stadio di sviluppo dell'azienda e dell'obiettivo di investimento si distinguono diversi interventi degli investitori istituzionali nel capitale di rischio. Le operazioni di early stage (115 milioni di euro nel 2008, +74%rispetto al 2007) sono finalizzate a finanziare la sperimentazione di una nuova idea (seed) e la nascita di una nuova impresa (start-up). Le operazioni di expansion (837 milioni di euro nel 2008, +6,4% rispetto al 2007) sono rivolte a sostenere la crescita e l'implementazione di progetti di internazionalizzazione, partnership e joint-venture in aziende già esistenti attraverso un aumento di capitale. Altre due tipologie di operazioni sono attuate per modificare l'assetto proprietario, ad esempio in vista di un passaggio intergenerazionale: con il replacement il fondo di private equity sostituisce una parte dell'azionariato di minoranza, mentre con il buy out (2.684 milioni di euro nel 2008, -18,5% rispetto al 2007) permette al fondo di entrare nel capitale di rischio dell'impresa rilevando una quota di maggioranza, assumendone quindi il controllo totale. È stato chiaro il messaggio proveniente dal consesso ambrosiano: "Il futuro delle nostre imprese non si fa con l'ulteriore debito,mapatrimonializzando le imprese con i mezzi dell'imprenditore e degli investitori istituzionali che confidano nei progetti di business". I processi della globalizzazione e della terza rivoluzione industriale, legata allo sviluppo delle nuove tecnologie, ci hanno fatto entrare nell'epoca post-fordista ed hanno portato con sé problemi nuovi con cui l'imprenditoria ha mostrato delle difficoltà a confrontarsi: allargamento dei mercati, nanismo delle imprese, capacità tecnica e organizzativa di anticipare i segnali di crisi, assetto interno delle strutture produttive, ricambio generazionale. La risposta a tutti questi nodi deve essere declinata su due fronti: sul piano umano e intellettuale poiché nel post-fordismo il principale asset specifico per la creazione di valore d'impresa è il lavoro creativo e non più il capitale; e poi, sul piano finanziario è finita l'era delle aziende povere e degli imprenditori ricchi. Ecco dunque che da Milano è partito un new deal per una finanza d'impresa a supporto dell'economia reale. Quanto gli imprenditori saranno in grado di percepirlo lo vedremo a maggio, quando in concomitanza con gli ordinativi le imprese chiederanno di aumentare il proprio capitale circolante.

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