di Marco Marcatili
Fino a pochi anni fa in pochi avrebbero scommesso che la crisi mondiale sarebbe arrivata dall'Occidente. Accuse pesanti venivano lanciate alla Cina, soprattutto sul lato del dumping sociale e dell'inquinamento ambientale, e fino ad ora è prevalsa l'idea di distruggere un Paese, anche sul piano culturale, piuttosto che cercare di diventare un partner economico oltre che un essenziale interlocutore politico. Non solo. Con l'ingresso nel nuovo millennio sono affiorati i primi segnali di rallentamento economico in tutto l'Occidente e, in particolare in Italia, si è iniziato a costruire dei capri espiatori: prima la bolla della new economy, poi il terrorismo internazionale e la caduta delle Twin Towers e, infine, l'ingresso di alcuni Paesi emergenti nello schema della globalizzazione (come se loro non ne avessero il diritto). Gli storiografi confermano come la storia sia piena di capri espiatori e il più perfetto utilizzato negli ultimi anni è stato l'immigrazione: "non si può combattere la Cina? Ce la prendiamo con i cinesi a casa nostra". Secondo alcune stime governative, comunque condivise dalle principali organizzazioni internazionali, la crescita del Pil nel 2008 rallenterà a un +9% e nel 2009 non supererà il6%(in Italia da almeno un lustro non registriamo crescite superiori all' 1%). Attualmente, quindi, la principale preoccupazione del governo cinese è di mantenere il più possibile intatta questa vigorosa crescita in un contesto di pesantissimo rallentamento globale e recessione nei Paesi industrializzati che sono sbocchi chiave per il suo enorme export. Questo perché per un Paese in via di sviluppo la crescita è una conditio sine qua non per migliorare la qualità della vita e far uscire dalla povertà gran parte del miliardo e trecento milioni di cittadini cinesi. Diverso, invece, è il caso dell'Occidente dove la qualità della vita è pian piano diminuita con l'aumentare dei soli beni materiali e la scarsa propensione a produrre i cosiddetti beni relazionali. Temendo la crescita, Pechino ha varato uno dei piani più massicci a livello mondiale di sostegno all'economia pari a 4.000 miliardi di yuan, ovvero 445 miliardi di euro, pocomenoconsistente di quanto mobilitato recentemente daObamanegli Stati Uniti e ben undici volte di quanto annunciato fino ad oggi dal premier italiano. Le risorse stanziate in Cina serviranno essenzialmente per sostenere la domanda di auto, per approvare alcune agevolazioni fiscali sull'immobiliare residenziale e per aiutare il settore siderurgico. Finora il Drago asiatico ha volato senza ali con un immenso bacino di forza lavoro, ma scontando una bassa produttività. Da quando le dotazioni del paese sono migliorate, le macchine si sono accoppiate alle braccia, la Cina è diventata un vero Dragone. Nel 2007 l'ammontare della ricchezza prodotta in Cina è stato pari a 25.700 miliardi di yuan - circa 3.500 miliardi di dollari, ovvero 2.700 miliardi di euro, il doppio dei poco più di 1.500 miliardi di euro di pil italiano. Queste numeri dicono che la crescita economica - si intende solo dei beni materiali, nel pil vengono esclusi infatti i beni relazionali e ambientali - si è attestata a +13% rispetto all' anno precedente, dato superiore all'11,9% stimato dalle statistiche ufficiali diffuse dal governo di Pechino. Tale valore rappresenta la performance più forte del Dragone dal 1994. I balzi in avanti della Cina sul fronte economico sono stati innescati dopo le profonde riforme lanciate nel 1979 dallo storico leader Deng Xiaoping. Trent'anni fa la sua economia valeva appena 300 miliardi di dollari, meno di un decimo del dato 2007. Sul piano dei confronti internazionali è avvenuto il sorpasso storico della Cina sulla Germania, il cui ammontare del pil era pari a 3.300 miliardi di dollari nel 2007. Il Dragone sale così al terzo posto tra le maggiori economie mondiali: è automatico scalare le classifiche quando si è i primi produttori mondiali di acciaio e di prodotti agricoli, ma quando la supremazia riguarderà l'elettronica, la cantieristica, l'automotive, l'apice sarà raggiunto. Se per recuperare un altro gradino, scalzando il Giappone (4.400 miliardi di dollari nel 2007), potrebbero bastare 5 anni - a seconda di come prosegue la congiuntura economica internazionale - un eventuale sorpasso sugli Usa (13.800 miliardi di dollari nel 2007) avverrebbe in 30 anni. Sui dati pro-capite la Cina resta evidentemente molto lontana da qualsiasi Paese avanzato. A ognuno dei circa 83 milioni di tedeschi corrispondono 29.300 dollari sul 2007, mentre diluito per 1 miliardi e 300 milioni di cinesi il pil 2007 si riduce ad appena 2.800 dollari a testa. Secondo alcuni economisti si potrà colmare tale gap solo con un orizzonte temporale superiore a 20 anni.










