Mani straniere sulla generazione elettrica

ENERGIA

 

di Ester Crea

Con l'attenzione della politica e degli analisti economici concentrata sulla manovra, il dossier Edison e la partita per il controllo di Edipower, possono apparire un fatto secondario rispetto alle possibilità che l'Italia imbocchi la via della ripresa o quella del tracollo. Eppure, che il sistema della generazione elettrica rappresenti un asset strategico in un Paese in cui la quota dell'industria manifatturiera rispetto al Pil è più alta che altrove, è innegabile. Ebbene, oggi il 50% del sistema di generazione elettrico nazionale è controllato da imprese straniere.
I conti sono presto fatti: il sistema della generazione italiana consta complessivamente di 70mila megawatt, a fronte di una domanda pari a 55mila megawatt. Il problema - spiega Mario Arca, segretario nazionale della Flaei Cisl - è che una parte di questo sistema è inefficiente e con costi troppo elevati anche dal punto di vista ambientale. Ragion per cui, una parte della domanda è assorbita dall'energia elettrica importata (di origine nucleare, dunque più conveniente), pari a circa il 13-14% del nostro fabbisogno. Riassumendo: abbiamo un parco di generazione sovradimensionato, che però non soddisfa tutta la domanda.
Ne consegue che il mercato della generazione effettivamente contendibile sia pari solo a poco più di 40mila megawatt. E su questi 40 mila megawatt, gli stranieri hanno già raggiunto un peso considerevole: tra i 15 ed i 20mila megawatt, senza contare le importazioni. In pratica, metà dei megawatt consumati in Italia sono riconducibili ad impianti la cui proprietà è in parte o in tutto controllata da imprese estere.
E' in questo quadro che si inserisce anche la partita Edison, la società energetica controllata al 61,3% da Transalpina di Energia, a sua volta controllata al 50% da Edf e al 50% da Delmi, holding di cui A2A detiene il 51% e Iren il 15%. L'ipotesi di riassetto è che i francesi di Edf prendano la maggioranza del gruppo, e per questo su molti fronti si sta lavorando per un'acquisizione in toto di Edipower, la società nata dalla maggiore delle ex Genco cedute dall'Enel, partecipata al 50% da Edison, al 20% da A2A e al 10% dalla multiutility Iren (12.500 megawatt, valore stimato 3 miliardi).
Il problema, come è evidente - sottolinea Arca - non è la difesa dell'italianità di un'azienda in sé, quanto se sia o meno accettabile che la programmazione dello sviluppo del sistema-Italia sia consegnato nelle mani di imprese estere.
E per spiegare bene di cosa stiamo parlando, Arca cita il caso Eon, il colosso tedesco che ha acquisito le centrali ex Endesa per una capacità complessiva di circa 6mila megawatt.
Per anni Eon è stata una delle aziende energetiche più efficienti e con l'investimento più remunerativo al mondo. La crisi, però, l'ha colpita pesantemente. Bloccati tutti gli investimenti in Italia, Eon oggi sta scontando anche la decisione del Governo tedesco (seguita all'incidente di Fukushima) di chiudere le centrali nucleari più vecchie, oltre che gli accordi molto onerosi stipulati con Gazprom per le forniture di gas. Risultato? L'azienda ha annunciato tra i 9mila e gli 11 mila esuberi, una parte dei quali anche in Italia.
La morale di tutta questa storia è che non basta migliorare la capacità di attrarre capitali esteri in Italia, ma anche quella di vincolarli ad investimenti produttivi, come sono state costrette a fare la stessa Eon e l'Enel nel loro shopping di centrali in Russia. Insomma - conclude Arca - il cuore della questione, che riguarda non solo Edison ed Eon ma tutto il sistema di generazione elettrico nazionale, è se l'Italia abbia o no la capacità di controllare un asset strategico. Come si vede, parliamo di questioni non secondarie. Tanto più di questi tempi.

(6 settembre 2011)

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