Una pillola avvelenata per l'industria farmaceutica

IL CASO

 

di Ester Crea

L'industria italiana seguita a perdere colpi. E dove non arriva la crisi (l'Istat certifica lo stallo del fatturato e degli ordinativi a novembre) ci pensa la politica, con interventi improvvisati, a dare il colpo di grazia. E' il caso, ad esempio, della proposta che prevede l'obbligo per il medico "salvo che non sussistano ragioni terapeutiche contrarie" di inserire "in ogni prescrizione medica anche le seguenti parole: o farmaco equivalente se di minor prezzo" ovvero di specificare "l'inesistenza del farmaco equivalente". L'intenzione è buona: abbattere la spesa farmaceutica ove possibile, incentivando e privilegiando farmaci generici ed equivalenti. Ma il risultato è pessimo: penalizzare l'industria farmaceutica di alto livello tecnologico, che può contribuire alla crescita con la sua capacità di fare export (60% della produzione); con la sua buona occupazione qualificata (i laureati e i diplomati sono il 90% del totale); con gli investimenti in ricerca, innovazione e produzione sul territorio; con un indotto di eccellenza, leader a livello mondiale. Un settore che genera in termini di investimenti, stipendi e imposte delle imprese significativi risultati per il Paese. L'industria farmaceutica in Italia ha 160 stabilimenti produttivi e ne fa il secondo produttore in Europa. Mettere in difficoltà questo settore significa rischiare migliaia di posti di lavoro, proprio quando, mai come in questo momento, potrebbe rappresentare parte della soluzione ai problemi del Paese. Questo l'allarme lanciato dalla Femca Cisl, che chiede un incontro ai ministeri competenti per valutare costi e benefici di una norma che, sottolinea il sindacato in una nota, "rischia di svuotare il tessuto industriale italiano a vantaggio delle produzioni di Paesi emergenti (dato che la produzione di generici in Italia è di ridotte dimensioni) con standard di qualità non sempre in linea con quelli occidentali, e con il lavoro in quei Paesi, spesso non tutelato". Non solo. Per la Femca, la misura ipotizzata sarebbe del tutto ininfluente in termini di risparmio di spesa pubblica e per i consumatori. Mentre, colpendo indiscriminatamente il marchio, rischia di togliere risorse a quelle aziende che continuano a fare ricerca finalizzata sia allo sviluppo di nuovi farmaci, sia all'incremento delle conoscenze dei prodotti anche quando il brevetto sia scaduto. Insomma, a conti fatti, il Paese nel suo insieme rischia di perdere molto più di quanto potrà mai risparmiare.

(20 gennaio 2012)

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