di Rodolfo Ricci
Crescere con nuovi prodotti e con acquisizioni per fare di Parmalat da qui a sei anni uno dei cinque maggiori gruppi mondiali del settore, dal 14° posto dove si trova ora. Così da difenderne l'italianità, allontanando il pericolo che l'azienda venga assorbita da altri colossi esteri come Lactalis. È la ricetta di Massimo Rossi, candidato alla carica di amministratore delegato ad interim dai fondi esteri che puntano a mettere alla porta Enrico Bondi. Nell'elencare in una conversazione con alcuni giornalisti le priorità della sua azione, una volta nominato alla guida del gruppo alimentare nell'assemblea di aprile, il manager, ex a.d di Swedish Match, indica anche Granarolo.
"Il dossier Granarolo va affrontato per chiuderlo una volta per tutte. Non è nella dimensione del valore aggiunto, ma rappresenta la parte di base del latte dove potrebbero esserci elementi di sinergie e di efficienze", ha spiegato Rossi, che ha indicato poi in quali altre direzioni intende muoversi. Oltre a Granarolo "le mie priorità sono quello di ridare entusiasmo all'organizzazione in Italia, anche in fabbrica: starò lì vicino in hotel a Collecchio; individuare i 200 milioni di euro di cespiti non necessari indicati da Bondi nell'ultimo Cda; individuare le nicchie per nuovi prodotti a valore aggiunto; valutare i mercati esteri in cui crescere". "Qui ci vogliono gli interlocutori", ha sottolineato il manager spiegando di non aver incontrato i brasiliani di Lacteos "perchè per ora io sono solo un privato cittadino, ma li incontrerò appena sarò a.d di Parmalat".
Sulla nomina è ottimista: "Oltre al 15,3% di Skagen, Mackenzie e Zenit la lista che abbiamo indicato per il Cda avrà altri voti di azionisti stranieri. Puntiamo a raccogliere almeno il 20%", ha spiegato. Quanto al nome del futuro amministratore delegato "forte", "abbiamo identificato un paio di candidati e, dopo l'assemblea di aprile, presenteremo il nome nel giro di due mesi al massimo, quindi prima dell'estate. Al nuovo amministratore delegato serviranno quindi altri due mesi per liberarsi dal suo attuale incarico e sarà operativo a Collecchio a settembre".
A distanza è intanto intervenuto Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, socia sia di Parmalat che di Granarolo. "Noi pensiamo che Parmalat sia importante, un marchio bello, italiano. Bisognerebbe trovare il modo per valorizzarla al meglio". "Se ci fossero le condizioni per piani industriali seri che tengano in Italia attività importanti - ha aggiunto interpellato su un'eventuale lista italiana, da presentare entro il termine di venerdì - noi saremmo sempre molto calorosi".
Dal punto di vista sindacale, il coordinamento nazionale Fai, Flai e Uila del Gruppo Parmalat unitamente alle segreterie nazionali hanno valutato insufficienti le misure illustrate dalla Direzione aziendale nell'incontro svoltosi ieri a Parma.
Pur nella condivisione dell'analisi della situazione del settore latte Fai, Flai e Uila ritengono non più dilazionabile nel tempo la ridefinizione della strategia di Parmalat Italia, del relativo progetto industriale e delle missioni produttive dei singoli siti industriali.
È necessario investire per rilanciare gli attuali prodotti (latte, yogurt, succhi, caseario, dessert) consolidando così l'attuale base produttiva ed occupazionale.
Si ritiene indispensabile quindi un allargamento del portafoglio prodotti in grado di garantire redditività e sviluppo a Parmalat Italia. In tal senso Fai, Flai e Uila ribadiscono che le risorse nelle casse dell'azienda, il cosiddetto "tesoretto" debba essere prioritariamente reinvestito all'interno del perimetro industriale di Parmalat Italia e che vada, quindi, evitata ogni possibile deriva finanziaria.
Fai, Flai e Uila porranno in essere tutte le iniziative utili al conseguimento di questi obiettivi a partire dal coinvolgimento delle istituzioni nazionali, attraverso incontri che d'altra parte i sindacati hanno già provveduto a chiedere per quanto riguarda l'On. Letta ed il ministero dello Sviluppo Economico, fino ad arrivare a forme di mobilitazione dei lavoratori.
In particolare per quanto riguarda la Centrale del Latte di Roma la scelta dell'azienda di non ripristinare i volumi produttivi precedenti l'incendio del mese di agosto 2010 è una decisione sbagliata che crea gravi problemi occupazionali e d'altra parte pone l'accento sulle pesanti responsabilità del Sindaco di Roma nella gestione della vicenda della proprietà della Centrale del Latte.
(16 marzo 2011)










