Capo aggressivo risarcisce stress

Un dirigente di un ufficio giudiziario della Liguria, Luigi D.M., è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a risarcire gli stati ansiosi e depressivi provocati dal suo comportamento aggressivo e prevaricatore nei confronti di una cancelliera alle sue dipendenze. L'entità del risarcimento non è riportata nella sentenza 23923 della Suprema Corte che ha respinto il ricorso del capo prepotente contro la condanna emessa, nel novembre 2005, dalla Corte di appello di
Genova. I supremi giudici, per prescrizione, hanno però cancellato la condanna a 20 giorni di reclusione per lesioni colpose. Al dirigente è stato contestato di aver offeso l'onore e il decoro dell'impiegata, Rita C., pronunciando al suo indirizzo espressioni come "lei è una falsa, non finisce qui, gliela farò pagare, è una irresponsabile". Durante il processo i colleghi di lavoro di Rita avevano testimoniato che il dirigente aveva un "atteggiamento quotidiano violento, aggressivo, alimentato da intemperanze, gesti di violenza e prevaricazione". Questi comportamenti avevano provocato in Rita "uno stato ansioso depressivo, con tachicardia in stress emotivo, malattia che imponeva ai medici di prescriverle prima, nel marzo '99, sette giorni di cura e riposo e poi nell'aprile del '99, altri 15 giorni di riposo e cura".
Ad avviso dei giudici della Cassazione non c'è dubbio che si tratta di mobbing - avvenuto nell'ufficio Gip dell'allora pretura di Imperia - e al dirigente prepotente spiegano che la sua colpa consiste nel fatto di non aver azionato i "conseguenti poteri inibitori" per tenere a bada le sue intemperanze, una precauzione che ogni "uomo medio, dotato di comuni poteri percettivi e valutativi" avrebbe dovuto fare per evitare le "conseguenze lesive" lamentate da Rita. In pratica, il capo aveva tenuto una "condotta imprudente" e aveva provocato, come ben avrebbe potuto immaginare, "effetti quale quelli sopportati dalla parte offesa" e avvalorati da una perizia medica.

 

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