Apple

I costi umani dell'iPad

 

di Manlio Masucci

La Apple è la prima azienda produttrice di computer al mondo e il suo ultimo ultimo trimestre è stato il migliore di sempre in termini di vendite. Un successo su tutta la linea che viene però contestato dai sindacati e dai maggiori media progressisti americani che accusano: il successo dell'azienda di Cupertino è basato, in buona parte, sullo sfruttamento dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo. Le accuse non sono nuove ma la recente scomparsa di Steve Jobs e le conseguenti performance sul mercato della Apple hanno riacceso le polemiche sulla delocalizzazione della produzione all'estero, un argomento che ha rappresentato un capitolo rilevante nell'ultimo stato dell'Unione del presidente Barack Obama.
La Apple si fregia dunque del titolo di principale produttore di computer nel mondo con una quota di mercato del 17% attestandosi davanti a Hp, Lenovo, Dell e Acer. Il sorpasso dell'azienda americana ai danni dei competitors è dovuto soprattutto al successo dell'iPad, di cui sono stati venduti oltre 15 milioni di esemplari nel corso dell'anno, e degli smartphones la cui vendita è cresciuta di oltre il 100%. L'ultimo trimestrale della Apple è stato, di conseguenza, il migliore di sempre con 46,3 miliardi di dollari di ricavi. Ma il dato che desta maggiore impressione è quello relativo ai ricavi al netto dei costi di produzione. Un dato fondamentale per la redditività di un'azienda che, nel caso della Apple, balza dal 38,5%, registrato l'anno passato, al 44,7%.
Un indicatore così positivo è l'evidente risultato di un costo di produzione particolarmente basso. I modi in cui i costi di produzione vengono tenuti bassi, denunciano i sindacati americani, sono purtroppo quelli dello sfruttamento della manodopera nei paesi in via di sviluppo. Un recente reportage del New York Times analizza nel dettaglio la condizione dei lavoratori nelle fabbriche dei fornitori Apple riscontrando turni di lavoro che in alcuni casi non prevedono giorni di riposo nell'arco della settimana e straordinari eccessivi. Il quotidiano di New York conferma, inoltre, le pratiche dell'utilizzo di lavoro minorile e dello smaltimento non regolare dei rifiuti più pericolosi.
Le denunce sulle condizioni di lavoro nei fornitori si sono susseguite negli anni ma la Apple non sembra averne preso atto come dimostra il disastro di Chengdu, stabilimento in cui si producevano iPad e dove due esplosioni hanno recentemente provocato quattro morti e 77 feriti. Nel caso di Chengdu, la Sacom, una Ong che si occupa di documentare le condizioni dei lavoratori in Cina, aveva allertato l'azienda di Cupertino denunciando le pericolose condizioni in cui gli operai erano costretti a lavorare. Un appello caduto, purtroppo, nel vuoto.
Le critiche nei confronti della Apple avvengono in un momento in cui il dibattito sulla delocalizzazione dei lavori all'estero si è riaperto promettendo di costituire un passaggio spinoso nella prossima campagna elettorale per le presidenziali. Un sondaggio del New York Times riscontra che il 52% degli americani reputa molto importante che la produzione dei beni di consumo sia mantenuta negli Usa. Solo il 42% dei clienti della Apple, però, sottoscrive questa opinione lasciando intendere come la confusione sui processi produttivi sia ancora alta fra i consumatori.
Di fronte a un lento evolversi dell'opinione pubblica, l'azienda americana sta correndo ai ripari. La Fair Labor Association, una Ong impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori, ha infatti ammesso la Apple fra i suoi membri con l'impegno di risolvere i problemi di abusi nei fornitori nei prossimi due anni. Una promessa che la Federazione Internazionale dei Sindacati Metalmeccanici (Fism) reputa però poco attendibile. I miglioramenti, sostiene la Fism, possono avvenire solo se la Apple deciderà di retribuire adeguatamente i fornitori. Un suggerimento che, fino ad ora, l'azienda di Cupertino non ha voluto prendere in considerazione.

(1 febbraio 2012)

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