di Raffaella Vitulano
Nella settimana della moda milanese si fa il punto della situazione di diversi stabilimenti in crisi. Il settore tessile- abbigliamento, infatti, sta assistendo alla chiusura di marchi storici. Non a caso, del resto, gli outlet si stanno riempiendo di capi della Burani e di Ungaro Fuchsia, ad esempio. I consumatori ne approfittano: ma cosa c'è dietro l'acquisto di capi a prezzi stracciati?
A seguito dell'aggravarsi della situazione del gruppo Mariella Burani con le dimissioni del Cda e la convocazione dell'assemblea dei soci per fine marzo, cadono le residue possibilità di tentare la strada del concordato preventivo, che l'amministratore delegato e gli organi della società avevano ipotizzato. Lo sostengono in una nota Femca-Cisl, Filtea-Cgil e Uilta-Uil, per le quali "al fine di evitare una crisi irreversibile di un gruppo così importante del nostro sistema moda - prosegue il comunicato - e per salvaguardarne le prospettive di rilancio economico assieme al patrimonio sociale, industriale e professionale che rappresenta, diviene ancora più urgente assumere decisioni appropriate per realizzare gli obiettivi richiamati, rassicurare i lavoratori e gli stessi creditori".
Per queste ragioni i sindacati hanno richiesto l'immediata convocazione del tavolo aperto al ministero dello Sviluppo economico il 18 febbraio per fare il punto sulla situazione e riproporre l'amministrazione straordinaria come lo strumento più adatto per gestire al meglio la situazione. Il ministero si è reso disponibile per riconvocare la riunione entro il 5 marzo.
E un altro stabilimento sta intanto vivendo un momento di crisi, quello della Omsa di Faenza, che oggi ha ricevuto la visita del segretario del Pd. "Vi porto la solidarietà del Pd e voglio dirvi che noi saremo qui anche in futuro": così Pier Luigi Bersani si è rivolto alle operaie della Omsa di Faenza, riunite in presidio permanente davanti ai cancelli dell'azienda da gennaio, quando la proprietà (gruppo Golden Lady) ha annunciato la chiusura e il licenziamento di 350 persone, di cui 300 donne. Alla frase di Bersani è seguita una battuta polemica da parte di una delle lavoratrici: "Ci saremo noi, voi no". "Questo no - ha risposto Bersani, che ha parlato ad un microfono improvvisato nel piazzale davanti ai cancelli - bisogna trovare una soluzione ma non bisogna perdere la fiducia. Questo deve continuare ad essere un presidio produttivo e perciò vi daremo una mano, ma bisogna farlo in modo il più possibile unitario. Io voglio fare un partito fondato sul lavoro - ha detto ancora Bersani - per me questa è la cosa numero uno e la solidarietà non può essere fatta di parole".
Nei giorni scorsi sono passati dal piazzale diversi esponenti del mondo politico e sindacale nazionale che hanno portato la loro solidarietà ai lavoratori in lotta, tra cui il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni. La Omsa, storica azienda nata una settantina di anni fa proprio a Faenza, ora fa parte di un gruppo dai marchi prestigiosi (Golden Lady, SiSì, Philipe Martignon, Filodoro), di un industriale mantovano, che ha annunciato la chiusura del sito faentino dopo aver delocalizzato gran parte della produzione in Serbia dove gli operai - hanno spiegato i sindacalisti - ricevono una paga di 300 euro al mese. Giovedì scorso, al Ministero dello Sviluppo economico è stata siglata una prima ipotesi d'accordo che blocca i licenziamenti, prevede la cassa integrazione e l'impiego a rotazione di una parte dei lavoratori, in attesa di una riconversione produttiva. Ieri l' ipotesi d'accordo è stata approvata dalla maggioranza dell' assemblea dei lavoratori che ora dovranno comunque affrontare le incognite di una riconversione, e, forse, di una nuova proprietà nel caso in cui si trovi un compratore.
27 febbraio 2010










